"I miei oggetti di casa per emozionare al Fuorisalone" | CieloTerraDesign
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Paolo Casicci

3 Aprile 2017

“I miei oggetti di casa per emozionare al Fuorisalone”

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Un allestimento piccolo ma prezioso con Virginio Briatore esplora il rapporto tra cibo e ricordi

Anche nelle rassegne dai grandi numeri, dove gli allestimenti, le mostre e gli eventi sono fatti più per impressionare che per stupire, c’è sempre uno spazio che parla un linguaggio più intimo, ma con semplicità e immediatezza comunica il senso di una riflessione importante. E’ il caso di The Essential Taste of Design, l’allestimento a cura di Matteo Ragni Studio e Porta Venezia in design che esplora il rapporto tra cibo e, appunto, creatività. Tra i protagonisti, Virginio Briatore: filosofo del design, consulente d’azienda, copywriter e docente, a Briatore è stato chiesto di sviluppare un progetto particolare che avrà l’effetto di una madelaine proustiana.

Di che cosa si tratta?

“All’abbondanza quasi sovrumana degli eventi disponibili nella Milan Design Week non sentivo la necessità di aggiungere nulla. Ma gli amici Matteo Ragni e Nicoletta Murialdo mi hanno invitato a partecipare al loro progetto The Essential Taste of Design. Ne sono onorato e ho detto sì. Matteo mi aveva chiesto di selezionare una ventina di oggetti supernormal o di design, relativi alla cucina e alla tavola. Per non disperdermi in varie telefonate/mail ad aziende e designer ho accettato, proponendo di esporre gli oggetti che quotidianamente uso per cucinare e mangiare. Metà sono sconosciuti e no-name, metà di vari designer, quasi tutti amici. Nella micro esposizione, che confido essere la più piccola e low budget del megasaloon, accanto a oggetti di viaggio e della memoria familiare trovano posto opere di Enrico Azzimonti, Claudio Palmi Caramèl, Luigi Colani, Francesco Fusillo, Bruno Gecchelin, Giulio Iacchetti, Setsu Ito e Shinobu Ito, Alessandro Mendini, Marco Merendi, Miriam Mirri, Philippe Starck“.

Come hai scelto gli oggetti?

“Sono una persona felice e pur non avendo grandi fortune economiche ho vissuto una vita meravigliosa. Nello scorrere del tempo sono emersi una serie di oggetti che, come quelli che ognuno di noi ha a casa, sono narratori silenti. I miei raccontano belle storie”.

Raccontacene qualcuna.

“Per esempio, quella della forchetta in acciaio e plastica di Giulio Iacchetti per Sambonet. Quando cambiai casa a Milano nel 2007, Giulio mi regalò il set di posate Elba, da lui disegnate, che tengo in parte ancora disposte nella loro scatola originale dove sonnecchiano comode ognuna nel suo lettino! La posata che uso sempre è la forchetta dal lungo manico, che trovo ideale anche per girare spaghetti e pasta in cottura senza scottarsi. Ma potrei citare lo schiaccianoci in alluminio povero, anni 50: non n so da dove venga, è con me da prima che io nascessi. Leggero come una piuma! Pesa niente, schiaccia tutto! Oppure ancora il cucchiaino di alluminio dal Laos. Donatomi dalla ragazza marinaio, bigliettaia e cuoca di bordo di un longtail boat che sale e scende il Mekong tra Pak Beng e Luan Prabang, è ricavato dall’involucro dei 2 milioni di tonnellate di bombe sganciate “segretamente” nel Laos dagli Usa tra il 1964 ed il 1973″.

Un’altra ancora?

“Il bicchiere per fumatori, design e regalo di Luigi Colani, del 1996Gilda Bojardi accettò la mia proposta di intervistare Colani per Interni e lo andai a trovare nel castello che aveva affittato in Germania. Venne a prendermi all’aeroporto al volante di una due posti da 400 CV, con un braccio rotto legato al collo! Siamo stati assieme 24 ore, mi ha raccontato tutta la sua vita e mi ha detto che tre cose contavano per lui: pesci, donne e velocità. Qui con una mano bevi e fumi e con l’altra abbracci la donna!”.

Che cosa ti aspetti in generale da questa Milano Design Week?

“Negli ultimi cinque anni e dopo Expo a Milano c’è una nuova energia e questa settimana è quella che l’esprime meglio. Intuisco un pizzico di fiducia in più a cui partecipano tante persone: da chi lavora a montare e smontare, a chi progetta, chi comunica, chi vende, chi compra”.

Salone o Fuorisalone, dove non mancare?

“Dipende dagli interessi. Personalmente seguo da vent’anni il Satellite, che mi sembra in caduta libera, dove però trovo sempre una ventina di progetti e persone affascinanti, curiosi, di valore. Al padiglione 16 consiglio lo stand Lago, dove abbiamo lavorato sul tema della gentilezza. Quasi una necessità, un’urgenza considerando la volgarità e la violenza che ci circondano! Al Fuorisalone vale sempre la pena vedere i chiostri della Statale col progetto di Interni, quest’anno intitolato Material/Immaterial.
Sempre sul tema della gentilezza nell’appartamento Lago di via Brera 30 merita di esser vista, vissuta e interagita la ricerca fatta con il Politecnico di Milano”.

Quali le novità dai distretti? Quale ci sorprenderà di più secondo te?

“Per fortuna la torta si allarga e c’è spazio per tutti. Quest’anno mi incuriosisce il quartiere Isola. Impossibile vederli tutti, anche per noi che siamo di casa. Io poi sono per natura selettivo e preferisco vedere poche cose, ma di senso”.

Due nomi da seguire?

Ilkka Suppanen e Raffaella Mangiarotti. Li trovate insieme a Palazzo Litta e da Jannelli&Volpi in via Melzo 7, zona Porta Venezia. Di Raffaella molto bello il flagship store Smeg in Moscova. Stimo anche i giovani Carolina Martinelli e Vittorio Venezia, la loro curatela presso lo storico e complicato show room di Jannelli&Volpi è davvero ammirevole”.

Descrivici la tua giornata tipo alla Design week.

“Sveglia alle 8.30. fuori alle 9.30. Due intere giornate al Salone a Rho, mercoledì e venerdì. A mezzogiorno si pizzica in giro, spesso tra stand e show-room oppure si salta… mercoledì 5 e giovedì 6 dialogo in pubblico nel fantastico spazio di Casa Lago sul tema di un mondo più gentile: mercoledì con la simpatica Luisa Collina, preside dell’area Design del Politecnico e la giovane designer Cristina Celestino, uno degli astri emergenti. 18.30 – 19.30 giovedi con il mito Carla Fracci, ore 18. Se riesco a passare di casa verso le 18-19 e stendermi un’ora, poi prolungo la serata con cene e feste varie sino alle 2, in caso contrario a mezzanotte mi trascino velocemente verso il letto!”.

Due locali che consigli ai visitatori?

“Dipende da dove ci si trova… negli ultimi due anni hanno aperto 500 nuovi ristoranti e altrettanti bar caffè… guardatevi attorno laddove siete e confrontate prezzi e menù. Se siete in zona Duomo, dove in genere si mangia male spendendo tanto, rifugiatevi all’antico caffè con ristorante di Palazzo Reale Giacomo Caffè, dove tra l’altro c’è la mostra del mio tenero amico Keith Haring, che ancora non ho visto. Anche le Gallerie d’Italia in piazza della Scala hanno una collezione fantastica e gratuita, nonché un bel bar ristorante. Anche il museo MUDEC di Chipperfiel in zona Tortona ha un buon caffè e bistrot”.

La più grande scoperta, anche umana, che hai fatto al Salone o al Fuorisalone?

“Lavoro su questa giostra da 27 anni e se tutto va bene questo sarà il terzultimo giro! Pochi sanno o ricordano che il Fuorisalone nasce da un’intuizione di Gilda Boiardi, direttore di Interni, e Giulio Cappellini che nei primi anni 90 sperimentarono degli eventi fuori dalle forche caudine della Fiera. Iniziarono tre, dieci, quindici eventi. Poi Gilda organizzò la prima Guida di Interni, una mappa e tutto prese il via, così oggi siamo ad oltre mille eventi. Ricordo con piacere Cappellini Mondo di Paola Navone alla Fabbrica del Vapore verso il 1995, quando si entrava quasi a carponi in veri ruderi di architettura industriale, nuda e cruda! Oggi preferisco vedere le mostre nei palazzi storici: Litta, Clerici, Turati, Isimbardi, Serbelloni e quest’anno per la prima volta il palazzo di Corso Venezia 11, illuminato dal grande Ingo Maurer. Infine la più grande scoperta si rinnova ogni anno, perché al Salone arriva il mondo e io passo il 90 per cento del tempo con gli stranieri. Mi mancherà l’amico designer indiano Suresh Sethi, per tanti anni ospite nel mio piccolo appartamento, ma mi consolerò con l’amico turco Utku e la sua bellissima moglie Melike e tanti altri amici”.