Il mio allievo cinese che si fa chiamare Enzo come Mari
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Mario Alessiani

11 luglio 2018

Il mio allievo cinese che si fa chiamare Enzo come Mari

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Gli aspiranti designer con il mito dell’Italia raccontati da un prof (poco) più grande

Sapete che in cinese design si dice Shè Jì? Chiedendo a un ragazzo, mi ha spiegato che Shè è l’atto di pensare l’oggetto, mentre è correllato alla misurazione. Questo sintetizza abbastanza bene il concetto di progettazione, l’atto del pensiero creativo in stretto rapporto all’azione di interpretarlo in maniera scientifica. Una precisione semantica che indica anche il carattere culturale di quel popolo, accogliente e organizzato, con un grandissimo rispetto per l’ospite e una grandissima voglia di scoprire.

In cinese design si dice con due parole che uniscono i concetti di pensare l’oggetto e di misurarlo. Un approccio che rimanda a una forma mentis scientifica

Mi è capitato recentemente di andare in Cina per qualche settimana a insegnare Metodologia della progettazione per Ied alla scuola di design della Sichuan Normal University, nella città di Chengdu, quarto centro più popoloso del Paese con quattordici milioni di abitanti. Un posto che, nonostante l’enormità e la densità abitativa, è molto vivibile rispetto, per esempio, a Pechino e a Shangai. Vivere quella città rompe un po’ tutti gli stereotipi sul modo di fare cinese, soprattutto per quanto riguarda lo stile di vita, specialmente quello dei più giovani. Nonostante il Great Firewall che blocca alcuni dei principali siti occidentali come Facebook e Google, l’attività social è comunque presente e i ragazzi sanno perfettamente cosa succede nel resto del mondo. Vivono nella curiosità e vogliono venire in Italia, il Belpaese ricco d’arte. Sono attenti alla moda e alle tendenze.

Nonostante il firewall su Google e Facebook sanno tutto quello che succede in Italia e nel mondo

Facendo lezione a questi allievi mi sono reso conto che in realtà siamo un po’ figli della stessa madre. La voglia di divertirsi, a volte di oziare, è la stessa che accomuna gli studenti occidentali. A differenza di un italiano, stratega del sapersi arrangiare e in grado di concepire un’idea geniale all’ultimo secondo senza apparentemente averci studiato sopra, i cinesi sono cultori delle istruzioni, manca in loro la consapevolezza che a volte bisogna stravolgere il metodo e sapersi adattare alle situazioni.

Noi italiani siamo strateghi dell’arrangiarsi, loro sono cultori delle istruzioni

Così mi è successo di dover spremere l’arancia e metterli in difficoltà per tirare fuori il loro lato più creativo. Durante una lezione li ho costretti a buttare giù almeno novanta sketch per ogni idea progettuale che avevano, una specie di maratona del disegno, necessaria per fargli fare collegamenti improbabili che potessero aprire la mente. Mi dicevano, passando per la traduttrice che mi accompagnava, “Mario, ma son troppi!”. Rispondevo che la scuola doveva servire da palestra. L’unico modo per migliorare nello sport è allenarsi, nel design funziona allo stesso modo.

Gli ho commissionato fino a novanta schizzi per un’idea sola. “Ma sono troppi”, si lamentavano

Molto divertente il fatto che chi si relaziona con l’estero sostituisca il suo nome cinese con quello a lui più gradito. Se lavora con gli Stati Uniti magari si fa chiamare John, in Italia Arturo, in Francia Pierre. Vivono in case con mobili italiani e svedesi. Se fai un giro per i centri commerciali, ti accorgi che arredi e accessori sono squisitamente europei. Le loro aziende stanno iniziando a capire che, tutto sommato, l’originalità premia e si stanno attrezzando per farseli da soli, i mobili, e di qualità, rinunciando a copiare.

Scelgono un nome italiano se hanno a che fare con un italiano, e lo cambiano quando cambia l’interlocutore. Lo stesso allievo può essere John, Arturo, Pierre…

Mentre i designer cinesi over 40 sono ancora molto legati al modo di fare design più tradizionale, molto figurativo – penso a un divano ispirato ad un elefante che era a tutti gli effetti un elefante con dei cuscini – i giovani sono totalmente orientati sulla creatività di un Philip Starck o di un Fabio Novembre. Sono meno sensibili, invece, ai designer alla Morrison o alla Fukasawa, anche se poi amano Muji. Insomma, sono molto attratti da questo design minimal e anonimo, anche se non ne conoscono gli autori che si celano dietro o, se li conoscono, non li apprezzano.

I loro colleghi over 40 hanno ancora un approccio figurativo: ho visto un divano ispirato a un elefante che era un elefante con i cuscini. I più giovani hanno altri riferimenti, da Starck a Novembre

Durante una lezione ho maliziosamente pilotato la loro stima verso figure come Mari o Munari. L’ho fatto perché a un certo punto bisogna capire il valore aggiunto del dialogo tra il design e le persone, lo stile può aspettare tempi in cui si è più maturi progettualmente. Ho spiegato che prima viene lo studio delle persone e delle loro abitudini e che soltanto dopo puoi metterti a fare ricerca sullo stile e le forme belle. Non a caso uno dei più brillanti, che ha capito questo discorso, ora si fa chiamare Enzo, in onore del maestro Enzo Mari.

Ho cercato di spiegargli che lo stile viene dopo le basi. E ora uno di loro si fa chiamare Enzo, come il grande Mari

Quasi tutti sognano di lavorare nella loro città, Chengdu. La vedono come il posto più bello del mondo, anche se molti di loro non sono mai stati fuori dalla Cina, quindi non credo abbiano un termine di paragone. Per loro però l’obbiettivo fondamentale è quello di riuscire ad abbattere i pregiudizi sulla qualità della loro produzione, scrollarsi di dosso la fama di copioni e creare un proprio stile, una corrente. Se ci riescono facendosi chiamare Enzo, può essere anche divertente.