Moda e design sostenibile in pelle di fungo? Non c'è solo Hermès - CTD
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Ludovica Proietti

9 Aprile 2021

Moda e design in pelle di fungo? Non c’è solo Hermès (per fortuna)

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Da Stella McCartney a Cassina, i grandi brand della moda e del design hanno cominciato a ripensare i tessuti in chiave ecologica, rinunciando alla pelle e alla seta tradizionali

È di pochi giorni fa la notizia che Hermès ha avviato una collaborazione con MycoWorks, azienda fondata dall’artista-designer Philip Ross all’inizio degli anni 90 con la missione ben precisa di dare vita a un nuovo materiale, per creare una versione environmentally friendly della sua storica borsa da viaggio Victoria. Disegnata dal brand francese nel 1997 per omaggiare le cascate africane, è, ad oggi, uno dei simboli della maison francese. Sarà realizzata in Sylvania, un materiale totalmente creato dai funghi tramite la tecnologia Fine Mycelium, ma non andrà a sostituire la classica pelle con cui normalmente l’azienda produce le sue borse – e che gran peccato, aggiungerei. 

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Victoria, la borsa da viaggio di Hermès prodotta con MycoWorks in pelle ricavata da funghi

Nonostante la notizia stia riscuotendo una grande eco nel mondo della moda, Hermès non è sicuramente la prima azienda ad affidare ai nuovi materiali l’espansione del proprio catalogo, che sia per sperimentare o per modificare la produzione, spingendola verso prodotti che siano effettivamente accattivanti per la fetta di pubblico attenta ad una produzione rispettosa dell’ambiente, o anche per (ri)cominciare una produzione da un nuovo punto di vista.

Stella McCartney, designer internazionale e grande promotrice di uno stile di vita più attento alle dinamiche della madre terra, ha un sodalizio da anni con aziende che producono fibre plant-based, non ha mai usato piume, pelle e pellicce, e si batte per un uso consapevole di materiali nella creazione delle sue collezioni, in particolare sperimentando e investendo proprio in questa pelle di fungo. Anche lei, poco tempo fa, ha annunciato una prima collezione in Mylo, un tessuto in fungo similissimo alla pelle sviluppato dalla Bolt Threads, infinitamente rinnovabile ed elastico, che la riproduce in tutte le sue sfaccettature. La modella della campagna? Paris Jackson, figlia del compianto Michael.

E anche il mondo del design si sta muovendo in questa direzione. Ce lo ricorda Cassina, che non più tardi di due anni fa ha affidato a Philippe Starck la progettazione di un divano realizzato completamente in un materiale simile alla pelle, derivato dalla mela, chiamato Apple Ten Lork. Il materiale, tecnologico e altamente performante, è stato sviluppato dall’azienda altoatesina Frumat, che già dal 2015 si prefigge l’obiettivo di sfruttare lo scarto delle mele – dunque parliamo di bucce, torsoli e quant’altro, materia reperibile a costo praticamente zero, che riduce a zero anche l’impatto sul pianeta – per creare materiali come la Pellemela o la Cartamela. 

Dalla collaborazione tra Cassina e Starck deduciamo l’alto impatto che questi materiali stanno avendo, sia dal punto di vista del mercato, attirando clienti che rinunciano alla pelle, che per la possibilità di realizzazione, se addirittura si è capaci di rivestire un divano di un materiale che sembra, al tatto, alla vista, per comodità, pelle animale anche quando è ciò che c’è di più lontano. 

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Piñatex, un derivato tessile prodotto dalla fibra delle ananas, usato da Tamasine Osher

Non solo funghi e mele: ormai la pelle può essere derivata da un enorme quantitativo di materie prime di origine vegetale. Come il Piñatex, un derivato tessile prodotto dalla fibra delle ananas, usato da Tamasine Osher per coprire la sua ultima collezione di sedute, o la pelle di cactus messicana Desserto, usata ormai largamente anche dal brand italiano Miomojo, che dall’inizio della sua fondazione si preoccupa di creare borse e accessori d’alta gamma, in pelle non animale, senza dimenticare l’ambiente e donando a fondazioni come Animal Asia parte dei suoi profitti. 

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La pelle di cactus messicana Desserto è usata largamente dal brand italiano Miomojo

E non solo pelle: anche la seta sta venendo ampiamente indagata, sostituita dalle fibre della banana – il designer israeliano Erez Nevi Pana, ricercatore nell’ambito del vegan design, l’ha presentata alla design week del 2019 con un’installazione incredibile dove la fibra di banana aveva i più svariati usi tessili – o dalla parte più morbida del legno.

 L’uso di questi materiali può essere fondamentale nel ripensare, in futuro, il modo che abbiamo di vivere e progettare gli interni.

Lo fa già Deborah DiMare, interior designer, che negli USA porta avanti un lavoro strettamente vegano nella sua progettazione, fomentando la sperimentazione e la ricerca di nuovi materiali. Niente più coccodrillo o lana, sì a funghi, banane, mele, e chissà cosa ci riserverà il futuro dal punto di vista del tessile. 

Un grande esempio che mostra al pubblico l’infinita possibilità dei tessuti vegetali negli interni è il ristorante Little Pine, di Moby, a Los Angeles, firmato da Studio Hus.

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il ristorante Little Pine, di Moby, a Los Angeles, firmato da Studio Hus, ricco di tessuti vegetali

Siamo certi che la ricerca di un nuovo modo di affrontare il nostro stile di vita continuerà, se dalla Orange Fiber, azienda pioniera nel mondo della moda con il suo tessuto d’arancia, siamo arrivati alla Vegea, azienda tutta italiana che è riuscita a ottenere un tessuto morbidissimo dagli scarti del vino, così pregiato che ha addirittura stregato la Bentley, che riceve commissioni per gli interni delle sue automobili in questo innovativo materiale. 

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Bentley ha fatto ricorso al tessuto Vegea ricavato dal vino

La voglia di sperimentare delle nuove generazioni si sta muovendo in questa direzione, aspettiamo solo che grandi brand investano e decidano di dare una svolta e rendere le loro creazioni sempre più accessibili.

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