Molteni, visual art al servizio del design | CieloTerraDesign
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Paolo Casicci

17 ottobre 2017

Molteni, visual art al servizio del design

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Le foto d’autore commissionate per la rivista del brand ora esposte con una installazione di Ron Gilad

 

In principio era un giornale, un house organ concepito come strumento per affermare e consolidare quello che nel 2017 chiameremmo lo storytelling di un marchio leader del made in Italy. Era M&C, il magazine del Gruppo Molteni voluto e ideato da Luca Meda, il designer che visse e lavorò per il mobilificio lombardo in simbiosi perfetta tra creatività e impresa, tra arte e industria. Meda ebbe l’intuizione di quanto avrebbe giovato alla causa del brand un prodotto editoriale che ne raccontasse al pubblico lo stile e il successo.

La scommessa del newsmagazine

Quella creatura è tornata a vivere ormai da dieci anni come vera testata giornalistica registrata sotto la direzione di Cristiana Colli, che lo ha trasformato in prodotto autonomo, un newsmagazine in due lingue, italiano e inglese, distribuito in ventimila copie e dai contenuti di peso: interviste a designer, architetti e creativi che arricchiscono un prodotto con un proprio concept e in cui le informazioni sull’attività del marchio editore sono soltanto uno degli ingredienti.

La committenza fotografica

Soprattutto, nel tempo, M&C è diventato un collettore di opere fotografiche d’autore, commissionate negli anni fino a diventare un vero e proprio corpus di visual art che contrappunta ogni edizione della testata e ogni Salone del Mobile. “Uno spazio di libertà autoriale e di inspiration fatte di luoghi, vetrine, mani al lavoro, oggetti della comunicazione, manufatti”, spiegano da Mollteni. “Uno statement autoriale sostenuto con convinzione dall’azienda. Una comunità di autori, sguardi, pensieri, intenzioni che si offre alla contemplazione”.

L’installazione site specific 

Ora questo corpus, che Molteni e Cristiana Colli definiscono Quadreria Contemporanea, arriva a Giussano, nella sede aziendale che dal 2015 ospita il Molteni Museum. E ci arriva all’interno di un allestimento site specific per il Glass Cube di Ron Gilad, uno dei designer di riferimento del gruppo lombardo. Lo spazio, Floating Cube, è ancora una volta un’idea di il Gilad, che lo descrive come “un cubo dentro un cubo, una stanza sospesa senza entrata e senza uscita, uno spazio inaspettato per l’arte”. Uno spazio in uno spazio che esiste, inaspettato e flottante su qualche centimetro d’acqua. Un volume quadrato atterrato al centro della struttura che diventa art gallery.
“Il progetto di Ron Gilad trasforma lo spazio espositivo” spiegano in azienda, “accoglie l’impaginazione delle immagini, concede a questa forma essenziale e monolitica di farsi piattaforma di contemplazione, anche per il tramite di una distanza tra visitatore e opera che mantiene quell’intimità pubblica all’origine del progetto e della committenza fotografica”.

I magnifici venti 

Venti le opere fotografiche in mostra, con altrettanti prodotti Molteni&C come protagonisti, realizzate da Paola De Pietri (2007), Francesco Jodice (2008), Antonio Biasiucci (2009), Olimpia&Miro Zagnoli (2010), Alessandra Spranzi (2011), Barbara Probst (2012), Davide Pizzigoni (2013), Botto&Bruno (2014), Mario Carrieri (2015), Olivo Barbieri (2016).  “L’objet trouvè di Paola De Pietri” spiega Cristiana Colli “è impigliato davanti al cartello Attenzione piene improvvise, un fuori sincrono dentro la natura infinita e primordiale che si fa pensiero, anche quando è prossima. Le Confidenze Urbane di Francesco Jodice “sono la storia di un dispositivo, l’intimità pubblica intorno a un divano che si fa comunità, condivisione di gesti, interrogazione degli sguardi”. Le Mani di Antonio Biasucci “sono il gesto gentile e consapevole che sfiora la materia, la addomestica, la guida: il gesto del fare che trattiene sapienza e passione, la propria e quella altrui”. Zagnoli+Zagnoli è la vetrina che si fa immagine, “col disegno che si fa diaframma e poi layer: un invito a entrare, una promessa ironica e pop, un set per voyeurs”. Sopra il tavolo di Alessandra Spranzi – spiega ancora Colli – è lo slancio, il volo, lo spostamento lieve ma definitivo, i ruoli sovvertiti nella vita delle cose. E poi Barbara Probst con Sotto il cielo di NY – stesso luogo, stesso istante, punti di osservazione diversi – mondi in simultanea per un’unica narrazione che è racconto differente, relativismo, non autosufficienza dello sguardo. Davide PIzzigoni con la Vita Improvvisa dentro un tempio claustrofobico – il Museo Bagatti Valsecchi – luogo del troppo pieno, dell’umana illusione trattenuta nei confini di una piastrella tra cordoncini rossi. Botto&Bruno, con la sospensione di un interrogativo – Post o Pre? – tra il Palazzo del Lavoro di Pierluigi Nervi e il recycle della città contemporanea nel tempo circolare tra futuro e archeologia. Mario Carrieri con il Tavolino Infinito, un’acrobazia di proporzioni, un incrocio di incastri, una microarchitettura di Gio Ponti. Olivo Barbieri con il fuoco selettivo che guarda a Oriente, il micro e il macro del paesaggio contemporaneo catapultato sul tavolo della Storia si chiama L’importante è che giri, una metafora e un messaggio.