La storia dei fotomontaggi che sconvolsero l'architettura
menu
Quit

1 agosto 2019

Cinquant’anni di Monumento Continuo, i fotomontaggi che portarono l’architettura in un’altra dimensione

Share:

Nel 1969 prendeva il via il ciclo di Superstudio. Lo rievochiamo nei giorni del cordoglio per la morte di Cristiano Toraldo di Francia

Si fa un gran parlare, in queste ore spese nel ricordo di Cristiano Toraldo di Francia, di Superstudio e di critica e utopia in architettura. Eppure, non abbastanza si ricorda lo strumento che Toraldo di Francia e Superstudio scelsero per dare consistenza visiva a quell’utopia e a quella critica: il fotomontaggio.

superstudio-monumento-continuo-architettura-fotomontaggio

Loggia delle Cariatidi ad Atene nel Monumento Continuo

Perché tale era il Monumento Continuo, la serie di opere visive che esattamente cinquant’anni fa sconvolse l’architettura proiettandola in una dimensione extraprogettuale e speculativa, ma allo stesso tempo concreta e seduttiva pur nella sua visionarietà e impraticabilità assolute.

superstudio-monumento-continuo-architettura-fotomontaggio

Il Monumento Continuo “ingloba” il Taj Mahal

Le opere del Monumento Continuo sono, prima ancora che visioni, vere e proprie vedute: paesaggi urbani e naturali dove campate gigantesche attraversano e inghiottono qualsiasi ambiente e contesto, da Manhattan al Colosseo passando per canyon, ghiacciai e paludi, Positano e il Taj Mahal, il deserto e le cascate del Niagara. La prospettiva urbanistica è negata (o riaffermata in altro modo) da un muraglione, una scacchiera asettica e inesorabile uguale a se stessa che corre lungo tutto il pianeta. Il primo fotomontaggio della serie appare nel 1969 ed è dedicato a New York, con Manhattan letteralmente fagocitata dagli enormi blocchi squadrati del Monumento, ad eccezione della parte alta dei grattacieli. Un’immagine che farà scuola e da cui, per fare un solo nome, Rem Koolhaas prenderà spunto a suo modo per la sua visione del fuori scala e della Bigness.

superstudio-monumento-continuo-architettura-fotomontaggio

Non era la prima volta che il fotomontaggio veniva utilizzato in architettura. Già negli anni Cinquanta e Sessanta c’erano stati i collage grafici di El Lisickij, Paul Schuitema e Giuseppe Terragni. Dopo, sulla spinta delle suggestioni generate dalle opere contemporanee più d’avanguardia, era toccato ad Hans Hollein, Archigram e Yona Friedman puntare su collage simbolici per rappresentare visioni futuribili. Il Superstudio fa il passo in più, decisivo, traghettando l’architettura in una sfera di senso che non è più soltanto quella del progetto, ma dell’opera d’arte.

superstudio-monumento-continuo-architettura-fotomontaggio

Positano nel Monumento Continuo

Perché questo accada, gli strumenti visivi di Toraldo di Francia e dei suoi sodali non possono essere soltanto visionari, ma anche suggestivi e accattivanti. In due parole, esteticamente rilevanti. E dunque, innanzitutto, non possono essere semplici disegni. Se il Superstudio vuol mettere in discussione l’ultima utopia che lo ha preceduto, quella modernista che tutto pretendeva di governare, dalla grande scala al vissuto quotidiano, allora, per dare corpo e immagine a questa critica, non basta il disegno: serve qualcosa di molto più forte. E quel qualcosa sono appunto i fotomontaggi: “Il disegno aveva una grande importanza, ma per noi aveva bisogno di rinnovamento. Era ancora legato agli schemi del razionalismo, mentre le arti figurative come la Pop Art e le Graphic Arts avevano fatto passi da gigante nella rappresentazione del mondo” dirà anni dopo lo stesso Toraldo di Francia durante un’intervista rilasciata all’Università di Camerino dove aveva iniziato a insegnare.

superstudio-monumento-continuo-architettura-fotomontaggio

Monumento Continuo, un canyon

Il salto di qualità, come racconta Beatrice Lampariello in un testo bellissimo e approfondito, Il “discorso per immagini” di Superstudio: dal Monumento Continuo alla Supersuperficie, 1968-1971, avviene nel 1969 in occasione del concorso dedicato al tema Architettura e Libertà, indetto nel 1969 dalla Biennale Trinazionale di Graz: “Il fotomontaggio diventa allora per Superstudio lo strumento grafico privilegiato per la costruzione di un discorso per immagini, sostituendo relazioni di progetto e forme tradizionali della rappresentazione architettonica con immagini raffiguranti enigmatici volumi, apparentemente privi di funzione e disponibili a molteplici interpretazioni”.

La critica all’utopia modernista aveva bisogno di strumenti visivi nuovi: il disegno non bastava. Per questo Superstudio si rivolge al fotomontaggio, che doveva essere non soltanto visionario, ma anche seducente come un’opera d’arte

Ma come erano costruiti i fotomontaggi del Superstudio? Spiega Lampariello: “Se nei primi fotomontaggi realizzati nell’estate 1969 sono ancora evidenti incertezze e difficoltà, già in quelli elaborati alla fine dello stesso anno Superstudio dimostra di aver perfezionato ogni dettaglio della rappresentazione, cambiandone anche strumenti, materiali e persino particolari della costruzione geometrica al fine di rendere sempre più forte l’espressione evocativa delle proprie visioni. Talvolta i cambiamenti di tecniche sono da ricondurre all’autore del fotomontaggio, non sempre lo stesso membro del gruppo. La scelta della stampa fotografica in cui inserire il disegno non è generalmente legata alla preferenza di particolari punti di vista o dell’angolazione della visuale oppure delle condizioni di luce. Il gruppo sceglie, tra le fotografie pubblicate in Life, Epoca, Casabella e Bau: Schrift für Architektur und Städtebau, oppure in World Architecture, quelle di maggiore impatto visivo e in cui l’individuazione del punto di fuga sia relativamente facile. Spesso vengono scelte immagini pubblicate in piccole dimensioni, dovendo quindi fotografare l’originale e ristamparlo in dimensioni più grandi. Questa operazione, di cui si serve Superstudio in molti casi grazie anche alla camera oscura di cui ogni membro dispone nella propria abitazione e poi nella sede stessa dello studio del gruppo, comporta la scomparsa di alcuni dettagli presenti nell’immagine originale. Sullo sfondo delle stampe fotografiche, il gruppo elabora delle vedute prospettiche su carta lucida, a riga e squadra, realizzate a matita e talvolta ripassate a china. Quindi il disegno viene trasferito su carta grazie alla carta carbone oppure ad un’eliocopia, per essere rifinito, dapprima, con matite, poi, con l’aerografo”.

superstudio-monumento-continuo-architettura-fotomontaggio

Architettura Riflessa

Le tecniche grafiche usate per inserire il disegno nella stampa fotografica sono due, a volte combinate: “Il disegno viene semplicemente giustapposto alla stampa fotografica, oppure viene incastrato in un’incisione applicata sulla stessa stampa. Per ottenere una perfetta adesione tra disegno e sfondo e ridurre la percezione della giustapposizione, lo spessore della carta da integrare sulla stampa viene colorato, e sono aggiunti con matite, pennarelli grigi o neri, effetti di ombra e riflessi. Questi interventi sono tutti emblematici della ricerca del gruppo di un’immagine dominata da un realismo ambientale, il più possibile lontana da effetti fumettistici o di sorpresa“.

A un certo punto, nei collage la forza evocativa e la qualità estetica diventano preminenti rispetto alla coerenza della rappresentazione. Superstudio inizia a modificare e a controllare ogni dettaglio della tecnica grafica per piegare il disegno a una personale e potente visione estetica

L’altro obiettivo che Superstudio persegue è generare immagini seducenti, “cariche di un forte impatto visivo”, prosegue Lampariello. “Cosa perfettamente visibile nei fotomontaggi dedicati a New York, dove la ricerca porta a immagini accattivanti che puntano a sedurre l’osservatore, tanto che la loro forza evocativa e la loro qualità estetica diventano preminenti rispetto alla coerenza della rappresentazione. Così il rivestimento quadrettato delle composizioni in bianco e nero viene raffigurato sulle coperture di tutte le parti che compongono la struttura ramificata del Monumento Continuo, ma non nel loro spessore, per ottenere un particolare effetto di luce e dare maggiore risalto alle superfici orizzontali. Ormai Superstudio modifica e controlla ogni dettaglio della tecnica grafica per piegare il disegno ad una personale e potente visione estetica“.

Il superamento del disegno non è soltanto l’approdo a una nuova forma espressiva, ma diventa opera d’arte. Diciamolo con le parole di Toraldo di Francia: “Quelli che chiamavamo disturbi in architettura, in realtà per noi erano momenti di contaminazione importante per il rinnovamento del linguaggio della disciplina. Si parte dall’innovazione del disegno e quindi nascono una serie di operazioni autogestite che sostituiscono al disegno tecnico un disegno simbolico. Se ‘la forma segue la funzione’, per noi ‘la forma segue la sua funzione simbolica’”.

Il senso del Monumento Continuo è, dunque, di mettere in scena il fallimento dell’architettura di imporre una nuova razionalità all’epoca contemporanea. I fotomontaggi cessano così di essere la forma di rappresentazione di un ideale ordine primigenio, “per essere trasformati in opera d’arte”. Per questo, come spiega Lampariello, in occasione delle prime mostre dedicate a Superstudio e organizzate in Italia e negli Stati Uniti a partire dall’inizio degli anni Settanta, i fotomontaggi sono combinati con brevi testi, fotografie e disegni, per diventare delle litografie firmate e con tiratura limitata, prodotte da amici e committenti del gruppo“.

Con il Monumento Continuo, l’architettura diventa arte, ma non per abdicare a se stessa, ma perché “grazie alla felice intuizione di sostituire le immagini alle parole e alla teoria“, come ha scritto Fulvio Irace, può nascondere le sue radici “nel gioco infinito delle possibili interpretazioni”. E, soprattutto, moltiplicare interrogativi e suggestioni alimentando un enigma e continuando a rappresentare, per le generazioni future di architetti e pensatori, qualcosa da cui prendere ispirazione.