La mostra di Bjarke Ingels su Bjarke Ingels, l'ultima archistar curatore di se stesso - CTD
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Paolo Casicci

23 ottobre 2019

La mostra di Bjarke Ingels su Bjarke Ingels, l’ultima archistar curatore di se stesso

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Formgivning (dare forma) al DAC di Copenhagen lancia il messaggio che l’architettura può prendere in mano il destino dell’uomo. Ma sorvola sui mille compromessi che qualsiasi progetto fa col tempo, i committenti e la realtà

Ci sono parole che vorremmo sentire più spesso dagli architetti (e in alcuni casi, ovviamente, anche dai loro committenti). Frasi come “l’architettura non deve diventare un iPhone, un contenitore vuoto che si anima solo quando attiviamo una app”. Oppure: “Piuttosto che cercare di capire come sarà il futuro, ricordiamoci che abbiamo il potere di deciderlo noi”. O ancora: “L’architettura è come un ritratto: non deve esprimere il ritrattista ma il soggetto, catturarne il carattere e l’anima”.

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Formgivnong, foto Rasmus Hjortshøj

Paradossalmente, però, se questi concetti vengono fuori tutti insieme dalla bocca di un solo architetto, il risultato può essere straniante: come sentirsi fare una promessa in stato di ebbrezza. Una promessa che difficilmente potrà essere mantenuta.

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Formgivnong, foto Rasmus Hjortshøj

È la sensazione con cui si esce da Formgivning, la mostra che BIG, lo studio danese di Bjarke Ingels, seicento dipendenti divisi tra gli uffici di Copenhagen, Londra, Barcelona e New York, dedica a se stesso nella doppia veste di curatore e di oggetto d’indagine.

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Formgivnong, foto Rasmus Hjortshøj

Ospitata dal Danish Architecture Center di Copenhagen (arriverà alla Triennale di Milano la primavera prossima), Formgivning è una monumentale dichiarazione di intenti e d’amore per l’architettura intesa nella sua espressione più alta, ovvero come l’arte di dar forma – che è poi il titolo della mostra – non soltanto allo spazio, ma soprattutto alla socialità, parola che non a caso ricorre assai di frequente nell’allestimento. Un modo per riaffermare la capacità dell’uomo di forgiare il futuro e che anche per questo contiene una parte, quella finale, dedicata a una serie di ipotesi riguardanti la vita su Marte.

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Formgivnong, foto Rasmus Hjortshøj

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Formgivnong, foto Rasmus Hjortshøj

La mostra si sviluppa lungo tutto il DAC – ospitato nel nuovissimo Blox firmato da un’altra archistar, l’olandese Rem Koolhas – ed è organizzata a più livelli come in un debordante esercizio didattico. Si inizia lungo le scale con una infografica che, partendo dal Big Bang, racconta come in un museo di storia naturale l’origine dell’universo e del mondo e, via via, come quest’ultimo ha preso la forma che conosciamo anche per l’intervento umano. Quindi si passa alla sala dove venticinque progetti dello studio danese sono stati trasformati in costruzioni Lego: uno spazio perfetto per le famiglie dove giocare con i mattoncini e veicolare un’idea nobile di gioco, Play.

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Formgivnong, foto Rasmus Hjortshøj

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Formgivnong, foto Rasmus Hjortshøj

E poi si arriva al cuore della mostra, la grande sala dove i progetti di quella che è forse l’ultima archistar – e che come tale comunica se stessa e il suo lavoro – sono squadernati ovunque: come modelli e plastici sui tavoli, come pannelli illustrativi con materiale iconografico che piovono dall’alto, come filmati spettacolari sugli schermi. Il tutto incorniciato e punteggiato da una grafica coloratissima e pop che rende la mostra un’operazione di comunicazione sofisticata e allo stesso tempo godibilissima, da fruire con un percorso guidato dove nulla è lasciato al caso.

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Formgivnong, foto Rasmus Hjortshøj

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Formgivnong, foto Rasmus Hjortshøj

Con un intelligente metodo induttivo, i progetti di Ingels e del suo studio sono raggruppati in dieci percorsi che si diramano, ciascuno con il proprio colore e un nome, lungo la sala, formando isole comunicanti di un unico arcipelago. Un esercizio di copywriting notevole, perché in quei dieci temi e parole chiave in cui la produzione di BIG è riassunta e distribuita, si risolvono – o almeno questo è l’obiettivo – tutte le possibili contraddizioni della sua architettura, che diventano input progettuali con l’ambizione di affermarsi come i nuovi standard del nostro tempo.

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Formgivnong, foto Rasmus Hjortshøj

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Formgivnong, foto Rasmus Hjortshøj

Prendiamo il percorso chiamato Marry: qui Ingels parte dal presupposto che le infrastrutture cittadine, per come siamo abituati a conoscerle, siano corpi tanto più estranei al tessuto sociale quanto più sono state progettate per essere funzionali: “Conosciamo bene gli effetti negativi che può avere un sottopasso in città o il rumore di un’autostrada”, spiega l’architetto. Nel gruppo rientrano allora i progetti che risolvono queste contraddizioni trasformando in opportunità sociale il bisogno di infrastrutture, sposando (marry) le contraddizioni come avviene nel progetto per la costruzione della barriera antiallagamento di Manhattan, The Big U. L’utopia galleggiante di Bjarke Ingels consiste in una barriera che non esclude, ma intercetta uno spazio verde tutto da godere.

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Formgivnong, foto Rasmus Hjortshøj

Sempre nella sezione Marry, la necessità di un sottopasso cittadino diventa l’occasione per dar vita a quella che Ingels, con poco understatement, definisce la Cappella Sistina della street art, riferendosi a un altro monumentale progetto, quello per il Granville Street Bridge di Vancouver. Altro esempio di nozze tra mondi lontani è poi Copen Hill, l’arcinoto progetto di termovalorizzatore con tanto di pista da sci e parete da arrampicata inaugurato da poco nella capitale danese.

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Formgivnong, foto Rasmus Hjortshøj

Nell’isola Host, invece, la casa Lego a Billund, completata due anni fa, diventa l’occasione per celebrare la capacità dell’architettura (di BIG, ovviamente) di ricavare anche all’interno di uno spazio privato un habitat per tutti, quella cascata di playground sul tetto della costruzione finiti in migliaia di bacheche instagram di tutto il mondo.

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Formgivnong, foto Rasmus Hjortshøj

Tutto è possibile, nel meraviglioso mondo di BIG, e se non lo è lo diventa, al punto che non c’è una parola e un grammo dell’allestimento che non serva a rafforzarne l’idea. Eppure, è proprio questa dichiarazione di onnipotenza dell’architettura (che in realtà è l’architettura dello stesso studio celebrato nell’allestimento) che finisce per depotenziare il messaggio della mostra. Alla lunga, l’utopia pragmatica, come Ingels definisce il suo progettare, paga pegno alla scelta di una autorappresentazione senza filtri. La questione se un architetto può mettersi in mostra da solo, diventando allo stesso tempo oggetto d’indagine e curatore, non è più solo una questione teorica, ma un problema reale. Perché qui Bjarke Ingels sembra avere scambiato una mostra con uno dei TED in cui peraltro è solito eccellere grazie al suo carisma e al suo eccezionale entusiasmo.

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Formgivnong, foto Rasmus Hjortshøj

L’altro paradosso è che in mezzo a tanta architettura ad altissimi livelli, ciò che è poco sviluppato nella mostra sono proprio la dialettica e la fatica quotidiana di cui l’architettura è fatta, come potrebbe raccontare qualsiasi professionista: una battaglia quotidiana sul fronte, quando non in trincea, condotta in equilibrio precario tra le esigenze più disparate. Nessun progetto, neanche il più visionario, prende corpo per come è stato disegnato la prima volta, non fosse altro perché tra il concept e il taglio del nastro scorre una quantità di tempo che spesso impone revisioni a ogni livello, dai materiali alle cubature. E anche se nessuno oserebbe chiedere a Ingels di mettere in scena le piccole miserie quotidiane di un architetto di provincia, non sarebbe stato male capire meglio lungo quali canali e sentieri accidentati – magari meno accidentati di quelli di altri colleghi, ma di sicuro non del tutto liberi da ostacoli – scorrono le sue visioni mentre prendono forma.

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Formgivnong, foto Rasmus Hjortshøj

Formgivning ha il merito enorme di avere rilanciato un’espressione che rimanda alla capacità dell’uomo di prendere per mano il proprio destino e forgiarlo. Ma anche i compromessi – con il tempo, con la realtà, con i committenti, con il potere – sono Formgivning. E non ci sarebbe dispiaciuto saperne di più su come li affronta l’ultima archistar rimasta.