Periferico a chi? Una mostra per azzerare gli stereotipi sulla città - CTD
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11 ottobre 2018

Periferico a chi? Una mostra di architetture internazionali per azzerare gli stereotipi sulla città

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A Napoli, Metropoli Novissima a cura di Cherubino Gambardella: “All’estero la parola periferia non è più usata, resiste solo in Italia dove impera il paternalismo”

di Cecilia Anselmi

“Oggi il binomio centro/periferia non è più solo conflittuale. La sconnessione tra questi due mondi non è più così netta come la descriveva Pasolini nella stagione eroica di prima del boom economico. Questo scenario consolatorio non esiste più: esiste, di contro, uno scenario multiforme, molteplice e sorprendente su cui possiamo agire con il progetto”. Parola di Cherubino Gambardella, ordinario di Progettazione architettonica nella facoltà di Architettura Luigi Vanvitelli della Seconda Università degli studi di Napoli e curatore della mostra Metropoli Novissima che dal 10 ottobre al 15 novembre porta nel complesso monumentale di San Domenico Maggiore a Napoli un focus sui tessuti urbani periferici, il cui racconto si snoda attraverso progetti architettonici e urbanistici di respiro internazionale.

L’allestimento di Metropoli Novissima, foto di Mario Ferrara

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Franco Purini
Città in costruzione, tecnica mista su carta 1966

Promossa dalla Fondazione Annali dell’Architettura e delle Città, la mostra è strutturata come un unico percorso urbano che accompagna lo spettatore attraverso suggestioni e idee di alcuni tra i più grandi protagonisti dell’urbanistica e dell’architettura internazionale. Tra i progettisti invitati troviamo Alejandro Aravena, Archea Associati, Stefano Boeri, Diller Scofidio + Renfro, Andreas Kipar di LAND, Francisco Mangado, Piuarch, Sauerbruch Hutton e Cino Zucchi. Gli scenari spaziano da Parigi a Mosca, da Johannesburg al Sichuan, da San Paolo a Milano.

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Rozana Montiel con Alin V Wallach
Fresnillo Playground, Zacatecas, Messico, 2015
Photo credits Sandra Pereznieto

Cherubino Gambardella, prima di entrare nel merito dei contenuti, in quale contesto nasce la mostra e da quali premesse prende il via?

“La fondazione nasce nel 2005 da un’idea dell’allora preside della facoltà di architettura dell’università Federico II di Napoli, Benedetto Gravagnuolo, e altri tra cui mio padre Alfonso Gambardella, per tenere alto il dibattito su tematiche attuali connesse alla relazione tra architettura, paesaggio, sviluppo sostenibile, conoscenza, tutela e valorizzazione del territorio e del patrimonio architettonico ed urbanistico in sinergia con importanti istituzioni pubbliche. Sono infatti parte della fondazione la Regione Campania, la Provincia e il Comune di Napoli, l’università degli studi di Napoli Federico II, la Seconda Università degli Studi Napoli SUN, l’Ordine degli architetti e quello degli Ingegneri di Napoli e Provincia. L’ambizione sin dall’inizio era fare a Napoli almeno un grande evento l’anno, dare vita a una sorta di Biennale internazionale dedicata all’architettura. Si trattava di grandi mostre con il coinvolgimento di importanti curatori come Stefano Boeri, Luca Molinari o Marco Casamonti. Ricordo tra le più importanti realizzate a Palazzo Reale quella del 2006 sui paesaggi urbani del mediterraneo o quella del 2007 sul nomadismo mediterraneo che vide il cortile di Palazzo Reale riempirsi di container. Peccato che negli anni, prima a causa della crisi, poi con la perdita di Gravagnuolo, gli stanziamenti necessari sono andati a scemare, di conseguenza anche gli Annali stessi. Due anni fa, rinnovato il cda e il comitato scientifico con Liana De Filippis come presidente, entro a farne parte anche io in quanto prorettore con delega all’urbanistica del mio ateneo. Decidiamo quindi di ripartire con una mostra su queste tematiche e la sfida stavolta era farla con il budget irrisorio di 60 mila euro”.

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El Equipo de Mazzanti
Cubierta, Barrancabermeja, 2017

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Fiume verde, Milano, 2017

Come è possibile oggi nell’era del digitale interattivo e della multimedialità riuscire a fare una mostra convincente con stanziamenti così esigui?

“Abbiamo puntato su di un allestimento forte da un punto di vista espressivo, ma low cost per quanto concerne dispositivi e materiali utilizzati. Abbiamo coinvolto un grande numero di nomi e studi di architettura cercando di avere tutto il materiale libero dai diritti. L’allestimento consta di un’unica struttura lunga circa 200 metri di pannelli da cantiere in osb, dipinti di rosso nella faccia esterna e lasciati al naturale nella cavità interna, agganciati a un telaio ligneo in travi di abete. Un dispositivo inconsueto per la narrazione di progetti provenienti da aree geografiche lontane (Europa e Americhe, Asia e Africa e Italia), conformato a sua volta come una sorta di isola da circumnavigare, la cui linea di costa è articolata e discontinua. La fodera esterna di pannelli rossi su cui sono attaccate le immagini dei progetti contiene fessure attraverso cui si può osservare, in opposizione, un paesaggio interno e intimo fatto di oggetti di uso quotidiano attaccati o appesi alla struttura come nelle installazioni di Louise Bourgeois. Un oggetto povero nei materiali, su cui le foto attaccate con la colla di farina come i manifesti e il lettering non omogeneo ricordano il pop di Rotella, il colore e l’articolazione geometrica dei pannelli rossi, gli allestimenti suprematisti dei costruttivisti russi. Sin dall’inizio volevamo una vera e propria installazione che ci riportasse ai registri dell’arte, senza multimedialità a dimostrare quanto oggi sia possibile conciliare investimenti bassi con un allestimento interessante senza l’uso degli effetti speciali”. 

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El Equipo de Mazzanti
Cubierta, Barrancabermeja, 2017

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Alejandro Aravena
Elemental, Quinta Monroy Housing Santiago, 2003-2014

Venendo ai contenuti, perché la periferia in questa mostra è definita “antifragile”?

“Il titolo è un omaggio alla Via Novissima di Portoghesi che inaugurava alle Corderie nel 1980 la prima Biennale di Architettura, e che dichiarava con un allestimento forte e assertivo una grande fiducia nella città, il fidarsi dei margini. Ma è anche un omaggio al grande wallscreen di Studio Azzurro, dal titolo Megalopoli, che accoglieva i visitatori, sempre alle Corderie, durante la Biennale di Fuksas del 2000. Oggi le nozioni di centro e periferia sono cambiate, questo non è più solo conflitto tra due aspetti necessariamente in opposizione tra loro. Le sconnessioni tra questi due mondi non sono più così nette come ce ne parlava Pasolini nella stagione eroica di prima del boom economico. Questo scenario consolatorio non esiste più. Oggi esiste di contro uno scenario multiforme, molteplice e sorprendente su cui possiamo agire con il progetto e convertire in bello a partire da quelle caratteristiche di antifragilità che contraddistinguono parti della città complementari tra loro i cui confini sfumano gli uni negli altri. Oggi la sfida è proprio dimostrare che questa perdita progressiva, dovuta al sistema economico dell’epoca che stiamo vivendo, che depaupera dissipando progressivamente l’eredità che ci arriva dalle generazioni chi ci hanno preceduti, avvenga nel cambio da una generazione all’altra, senza eccessive perdite. Noi siamo chiamati alla sfida legata al mantenimento nel passaggio generazionale di tutto il patrimonio che ci arriva senza distinzione tra centro e periferia e la mostra vuole essere un monito contro la paura del futuro”.

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Francisco Mangado
Palazzo dei Congressi e Hotel, Palma de Maiorca, 2017

L’agenda urbana europea oggi ci dice che le città saranno sempre più popolate nei prossimi vent’anni. Eppure il governo italiano ha bloccato i fondi per la rigenerazione delle periferie…

“In questo specifico momento la politica è fatta di proclami pubblicitari destinati a durare fino alle elezioni europee, abbiamo due diverse fazioni che devono convivere per reciproca convenienza. La generazione di Instagram ha il controllo dei nuovi media. Alla guerra puoi andare come ti pare, l’importante è vincerla”.

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LAND, Andreas Kipar
Raggi Verdi, Milano, 2006-2017

Dopo averla vinta, per mantenere il consenso, bisogna anche aver lasciato qualcosa, però.

“Certo, e sinceramente io non credo che potranno mai realmente tagliare i fondi alle periferie, sarebbe una follia. Parte del loro elettorato si trova proprio lì, sarebbe un clamoroso autogol”.

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Jiakun Architects
West Village, Sichuan, 2015
Copyright Jiakun Architects

La mostra porta molti esempi di progetti realizzati o da realizzare in diverse città e paesi nel mondo. Quando si parla di Italia, bisogna avere una grande fiducia (spesso tradita) e si ragiona però sempre nell’ambito di ipotesi che sembrano più da fantascienza che realtà. Poi vedi cosa fa l’architetto colombiano Mazzanti nelle favelas di Medellin e Bogotà e ti dici che qui, ad esempio a Roma, non riusciamo neanche a fare la manutenzione ordinaria dei giardinetti sotto casa. Non in periferia, ma in pieno centro storico. Allora mi chiedo come possiamo accorciare le distanze tra le “periferie antifragili” di un Paese denso e pieno di contraddizioni come il nostro e quelle di realtà molto lontane.

“In questa mostra non c’è nessun indulgere voluto alla retorica e di questo sono molto fiero. In Colombia, nei contesti cui fai riferimento, basta che copri una fognatura e metti sopra un campetto da calcio, senza interrogarti troppo, per avere contribuito in parte a cambiare le condizioni sociali della comunità che abita quel quartiere. Da noi anche azioni così semplici sarebbero impensabili. Non si fanno per l’eterno senso di colpa che ci portiamo dietro. In Italia ci si interroga troppo e si vive tutto sempre in senso paternalistico, mettendo in atto infinite riflessioni, dibattiti eterni sulle periferie e alla fine non si fa nulla. Di questo sono responsabili anche gli intellettuali e tutti coloro che hanno contribuito a costruire ed enfatizzare questa retorica. Narrazioni della periferia urbana in film come Caro diario di Nanni Moretti o Sacro GRA di Gianfranco Rosi hanno contribuito a devastarne la cultura e la percezione con una visione che stigmatizza il reietto rispetto ad una visione più articolata e complessa che dovrebbe appartenere al senso vero che attualmente hanno queste parti della città. La mostra ha l’ambizione di andare oltre questa retorica, oltre i moralismi sulle questioni ambientali, nell’interrogarsi davvero su cosa significhi ad esempio il termine sostenibile oggi, sul confronto coraggioso con la preesistenza. Tenere il terribile, che è anche antifragile, e lavorare sull’innesto per convertirlo in bello è anch’essa un operazione sostenibile, solo che oggi da noi ci vuole coraggio e pochi ne comprendono il senso. In Italia succede poco o per niente a causa del senso di colpa innato che ci portiamo dietro, il peso di un’eredità che ci immobilizza. Non accade nulla perché continuiamo ancora a chiamarla periferia. In altri paesi non la chiamano più così, anzi in alcuni contesti non l’hanno neanche mai chiamata così, perché non c’è nessun centro, quindi non può esserci alcuna periferia. Sarebbe quindi compito degli architetti far emergere il potenziale dei luoghi marginali, ridefinendone lo status di periferia a favore di condizioni di antifragilità che si confrontino con la nuova frontiera dei diritti, dell’accoglienza e della convivenza. Alla luce di una rinnovata concezione di questi spazi emergono inedite condivisioni, luoghi di resistenza e di invenzione, in rappresentanza della capacità della città di rinnovarsi sempre su sé stessa”.

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Diller+Scofidio
ZaryadyePark, Mosca 2017
Photo credits Iwan Baan

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Cino Zucchi, con Gueltrini e Stignani Associati
San Donà di Piave, Venezia, 2004-2007