Perché ci aspettavamo di più dal primo Museo del Design Italiano - CTD
menu
Paolo Casicci

6 aprile 2019

Museo del Design Italiano in Triennale, perché ci aspettavamo di più

Share:

Una carrellata di icone da percorrere come un feed Instagram. La complessità del contemporaneo è rimandata alla nuova location, tra cinque anni

di Paolo Casicci

Diciamolo subito: è una buona notizia che martedì apra finalmente al pubblico, dopo essere stato invocato per anni a gran voce, il primo Museo del design italiano. E’ il museo che nasce in Triennale sotto la direzione di Joseph Grima ed è la risposta a quello che finora è stato un vuoto come minimo singolare e ingombrante: nella città considerata la capitale mondiale del design, come nel resto d’Italia, non c’era un percorso museale che raccontasse, in qualsiasi modo, il sogno e l’avventura progettuale che da oltre settant’anni fanno unica questa città, la sua creatività e quella italiana.

Triennale-design-museum

Il nuovo Museo del design italiano in Triennale, foto Gianluca di Ioia

E dunque ben venga un luogo, tanto più se istituzionale come la Triennale, in cui il mondo possa fare capolino per tracciare quella storia meravigliosa che, come nell’allestimento presentato ieri, parte convenzionalmente con la macchina da cucire Visetta del 1946 e si ferma, per ora, alla Casablanca di Ettore Sottsass e dunque all’alba di Memphis, nel 1981.

Triennale-design-museum

Il nuovo Museo del design italiano in Triennale, foto Gianluca di Ioia

Al momento, sembra anche risolta la contraddizione di avere, dopo anni di vuoto, due musei del design, visto che anche Adi, l’associazione del disegno industriale, si appresta a inaugurare il suo nel 2020: i due percorsi promettono di essere complementari e non sovrapposti, come stabilito in un coordinamento con il ministero dei Beni culturali e come anche l’allestimento presentato ieri alla stampa, nella curva al piano terra della Triennale di Muzio dimostra.

Triennale-design-museum

Il nuovo Museo del design italiano in Triennale, foto Gianluca di Ioia

Ma se dalle premesse passiamo allo stato dell’arte, non possiamo nascondere che da questo primo Museo del Design italiano era lecito aspettarsi qualcosa di più. L’allestimento è immersivo, una gradevole passeggiata tra le icone del design italiano dal Dopoguerra al 1981, affiancate da una timeline che alle pareti segna eventi storici negli stessi anni in cui i nostri designer erano all’opera per fare la storia del progetto. Una sorta di retrospettiva, accompagnata dalla possibilità di sollevare la cornetta del telefono Grillo di Richard Sapper e Marco Zanuso e ascoltare dalla voce dei designer la storia di alcuni loro oggetti.

Triennale-design-museum

Il nuovo Museo del design italiano in Triennale, foto Gianluca di Ioia

Se l’idea era di andare incontro all’esigenza del turista straniero o italiano, poco o nulla avvezzo al design, che in una carrellata vuole riassumere per immagini la storia del nostro design, allora l’obiettivo può dirsi centrato, anche se gli apparati iconografici e testuali non sono sempre abbondanti e oggi basta cliccare su un sito o un feed social mediamente curato per appagare molte curiosità in materia.

Triennale-design-museum

Il nuovo Museo del design italiano in Triennale, foto Gianluca di Ioia

Se invece l’idea era di far emergere un filo, una linea critica, questa non traspare affatto. C’è da dire che Grima lo ha precisato più volte, rivendicando quella che è una scelta: si tratta di una mostra “semplice e semplificata” perché “vogliamo che siano gli oggetti stessi i protagonisti, non abbiamo voluto puntare su un allestimento particolarmente complicato o con grandi virtuosismi”.

Anche a livello didascalico, i contenuti non sono abbondanti. Se l’idea è di spiegare a un turista straniero che cosa è il design italiano, servirebbero più testi e materiali iconografici

Ma un conto è il virtuosismo, un altro abbozzare un fil rouge che vada al di là di una carrellata instagrammabile di icone che, peraltro, ci porta un passo indietro rispetto alla riflessione che la stessa Triennale aveva fatto l’anno scorso. Che piacesse o no, il negozio allestito un anno fa da un’idea di Chiara Alessi era la fotografia del design italiano contemporaneo nata da un approccio problematico che non schiva la complessità ma prova, anzi, a governarla. Era il frutto di un ragionamento sulla fine delle icone che, invece, ci ritroviamo ancora una volta qui, ad uso dei turisti, eterne e immutabili, quasi un’eredità pesante, dalla quale peraltro, secondo alcuni, il nostro design non è ancora riuscito a uscire.

Triennale-design-museum

Il nuovo Museo del design italiano in Triennale, foto Gianluca di Ioia

Il punto è proprio questo: l’allestimento presentato ieri e che aprirà le porta al pubblico martedì 9 aprile, rinuncia a trattare la complessità, fermandosi non a ieri, ma addirittura all’altro ieri: al 1981 e all’alba di Memphis, ovvero il momento – come ha dichiarato lo stesso Grima – in cui la storia si complica perché il design italiano iniziano a progettarlo anche i designer stranieri. Ma qual è il ruolo di un museo se non aspirare a sciogliere la complessità con coraggio e una chiave di lettura?

Triennale-design-museum

Il nuovo Museo del design italiano in Triennale, foto Gianluca di Ioia

C’è da dire che con la carrellata di icone presentata ieri, il Museo del Design è appena all’inizio. Nei programmi di Triennale c’è il bando internazionale di gara che dovrebbe portare nell’arco di cinque anni ad avere una struttura architettonica del tutto nuova per ospitare in seimila metri quadrati – molto oltre gli attuali 1200, dunque – una collezione che nel frattempo sarà stata estesa dai 1600 pezzi di partenza con il lavoro di un comitato di acquisizione presto nominato.

Nell’attesa, però, anche in questi 1200 metri quadrati si poteva fare di più.