Avevamo davvero bisogno del museo del selfie? - CTD
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Roberto Clever

20 maggio 2019

Avevamo davvero bisogno del museo del selfie?

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A San Paolo del Brasile una stanza con 48 monitor riproduce i contenuti del nostro feed Instagram collegato all’IA

Una stanza con quarantotto monitor che per due minuti riproducono ipnoticamente su quattro pareti tutto quanto è disponibile nel nostro profilo Instagram: selfie e altre foto, ma anche emoji, like, commenti, statement.

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Il Museum of Me progettato a San Paolo del Brasile dallo studio Cactus è la quintessenza del web, o almeno di una sua parte considerevole, i social network, la sintesi di come questi ultimi hanno ormai rivoluzionato la cultura digitale, trasformando la comunicazione in una ossessiva diretta h24 della nostra vita e del nostro mondo.

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La riproduzione delle immagini avviene per mezzo di un’intelligenza artificiale che pesca i contenuti dal profilo Instagram del visitatore dopo che lo stesso ha fornito al computer l’accesso al feed.

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Il risultato è un collage di contenuti visuali e sonori che attinge a tutto quanto abbiamo postato sul nostro profilo ed è dunque disponibile per essere riprodotto.

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Secondo Noah Waxman, cofondatore di Cactus, gli smartphone e i social network rappresentano l’ultima rivoluzione culturale di questi anni: “Il Museum of Me vuole descrivere il cambiamento dell’identità umana in corso proprio a causa di questa tecnologia”.

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Piacerà dunque, il museo, a chi da tempo andava cercando l’iconicizzazione di una cultura che mette al centro l’Io. E inquieterà, invece, quanti ritengono che i social abbiano finito per rinchiuderci in una bolla di vanità dove trovano spazio soltanto i nostri pensieri e il nostro volto specchiati nei like altrui. Gli stessi che il museo ci restituisce con un’esperienza comunque suggestiva, forse un modo per riflettere senza moralismi, anzi divertendosi un po’.

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Foto courtesy Cactus