Quarant'anni di Napoletana, la caffettiera che portò il Sud nel "bel design" - CTD
menu
Roberto Clever

23 settembre 2019

Quarant’anni di Napoletana, il miracolo di Riccardo Dalisi che portò il Sud nel “bel design”

Share:

Iniziava nel 1979 il progetto della caffettiera “animata” costruita con i lattonieri di Napoli. Dallo scetticismo di Alessi al Compasso d’Oro

Quarant’anni di design, poesia e sperimentazione industriale. Era il 1979 quando il genio di Riccardo Dalisi dava il via a quel progetto di ricerca durato otto anni intorno alla napoletana – la caffettiera più popolare all’inizio del Novecento, prima di essere superata dalla moka Bialetti – che nel 1981 lo porterà a vincere il Compasso d’Oro e che ancora adesso è forse il più felice incontro di mediterraneità e industria, di Sud e Nord nel nome del design.

L’incarico di progettare una caffettiera arriva a Dalisi, che negli anni Settanta aveva sposato le idee dell’architettura radicale e praticato il “design ultrapoverissimo” attraverso i workshop con i bambini e gli artigiani dei rioni popolari di Napoli, direttamente da Alberto Alessi. Per Dalisi è l’occasione di intensificare il suo rapporto con la città dove ha lo studio e con Rua Catalana, la strada dei lattonieri. E in particolare con Don Vincenzo, l’artigiano diventato una figura quasi mitologica che, probabilmente per timidezza, comunica con Dalisi soltanto attraverso il nipote, che gli porta i prototipi.

riccardo_dalisi-caffettiera-napoletana-design-alessi

La Napoletana di Riccardo Dalisi per Alessi

Dalla collaborazione tra Dalisi e Don Vincenzo nasce una incredibile e mitica varietà di personaggi in latta, a partire da Totocchio, che mette insieme Totò e Pinocchio, per arrivare a caffettiere-ominidi di tutte le dimensioni e forme. La caffettiera diventa così una sorta di burattino, peraltro il doppio manico della napoletana aiuta a immaginarla come un personaggio, un antenato, un familiare. Alessandro Mendini spenderà parole importanti per la caffettiera di Dalisi: “Per la prima volta l’ANIMAZIONE entra nella storia ufficiale dell’industrial design internazionale, per la prima volta Totò, Eduardo, Pulcinella, gli attori di strada, l’elemosina, gli ex-voto, la disperazione, l’amore e la chiacchiera diventano materiali concreti di progettazione industriale”.

Tutto è mitico in questo progetto, a partire dal rapporto tra il designer e Don Vincenzo, il fantomatico artigiano di Rua Catalana che per timidezza non vorrà mai incontrare Dalisi e comunicherà con lui soltanto attraverso il nipote

Inizialmente, Alberto Alessi è scettico sui risultati dell’esperimento: “Quella di Dalisi era cominciata con una vasta indagine socio-antropologica sul modo di usare la caffettiera e di intendere il caffè nei piccoli paesi dell’entroterra napoletano, poi ha prodotto negli anni, oltre a molte cartelle di scritti e schizzi, decine e decine di prototipi, alla fine più di duecento, tutti diversi tra loro, tutti perfettamente funzionanti, tutti in latta: mi arrivavano nei modi più strani, per lo più con vettori improvvisati, avvolte in carta da disegno con ancora schizzi di caffettiere oppure dentro anonime scatole di cartone per scarpe che allora giudicavo bellissime”.

riccardo_dalisi-caffettiera-napoletana-design-alessi

Riccardo Dalisi, foto Archivio Alessi

Le prime reazioni dell’industriale sono di sorpresa, a tratti – confesserà lo stesso Alessi più tardi, nel libro La caffettiera e pulcinella, “derisorie”. “L’impiego della latta, materiale povero e vile per antonomasia, l’ingenuo modo di progettare le caffettiere, con quell’inutile attenzione filologica ai particolari costruttivi propri dell’attività dell’uomo-utensile piuttosto che della macchina-uomo e dunque probabilmente improponibili per una produzione di serie, la stessa ispirazione formale, popolaresca, caricaturale, antropomorfa così distante dal bel design, collocavano questi prototipi in uno spazio apparentemente troppo lontano per essere seriamente adottati dalla fabbrica”.

Ad Alberto Alessi inizialmente i prototipi non piacciono: l’ispirazione popolaresca e caricaturale, antropomorfa, è troppo lontana dal design industriale. Ma a un certo punto l’assedio di omini, santi e creature bizzarre diventa irresistibile

La svolta, per fortuna, arriva, e lo stesso Alessi parla di “miracolo”: “A mano a mano che gli innumerevoli prototipi si accatastavano negli scaffali e sui tavoli dell’ufficio tecnico frammisti ad improbabili mensole, a tavolini di latta e cristallo e a provocatori busti di pulcinella, qualcosa ha cominciato a scalfire la nostra Weltanschauung. Con il prolungato, anche se inerme assedio di quegli omini, santi, animali, bizzarrissime caffettiere, Dalisi è riuscito ad intaccare la sicurezza della nostra condizione industriale“.

riccardo_dalisi-caffettiera-napoletana-design-alessi

Il resto è storia del design, suggellata dal Compasso d’Oro del 1981 e dal successo internazionale.
Oggi che Riccardo Dalisi viene celebrato con la prima retrospettiva dedicata a tutta la sua produzione alla Porto Biennale Design all’interno del programma Territorio Italia, a cura di Maria Milano, la napoletana torna oggetto e icona da esplorare.

Secondo Alessandro Mendini, la Napoletana porta per la prima volta nel design industriale internazionale l’animazione con la carica di ominidi ispirati a un immaginario che va dall’amore alla disperazione, dagli ex-voto alla chiacchiera

“Lanciare la napoletana nel firmamento del design è un’impresa complessa e delicata” commentò a suo tempo Dalisi. “È come strapparla ad un mondo per trasportarla in tutt’altri circuiti di sensibilità. Certo, è un po’ strano parlare di un rituale della pazienza e della calma per preparare una bevanda che, oggi, sembra concepita per andare più veloci e più in fretta… Il caffè lo si prende in più circostanze, ma il rituale, per il napoletano, si concentra e tipizza su due momenti importantissimi: insieme ad altri, ed in questo caso in vari istanti di preparazione e di attesa, i segnali, l’osservazione, gli attimi salienti, l’attenzione servono a ‘socializzare’, raccogliere le persone, indurre alla calma (così pericolosamente disattesa oggi), favorire la conversazione: scandire con le sue fasi, se vogliamo, tutta una parte dello stare insieme, fino all’atto culminante del sorbirlo insieme”.

Da designer, oltre che da intellettuale e poeta, Dalisi rimarca anche il vantaggio pratico della napoletana: “Il caffè non si brucia, non trasborda se ci si allontana per troppo tempo dalla caffettiera, non erompe con sussulto, a volte fortissimo, se il fuoco è alto…”. E poi c’è il rito, fondamentale e miniaturizzato, “a cui non pochi adulti indulgono e il bambino ne è sensibilizzato, è un segno che si tratta di un fatto popolare…”.

riccardo_dalisi-caffettiera-napoletana-design-alessi

Dirà Dalisi che “il Compasso d’oro è stato dato, inconsapevolmente, non alla ricerca ma all’anelito che è al di dentro di un rito; ora è diventato racconto, rocambola di Pulcinella. In questa divaricazione sta forse il bandolo della matassa. Nella nostra città ogni cosa si arricchisce di racconto che può degenerare in incertezza. Qui è la dispersione che produce la città in ogni campo, ma qui si nasconde il risvolto, l’apporto singolare che Napoli può dare… Un design di ricerca io lo vedo come un sasso buttato in un laghetto: intorno si sollevano subito i cerchi della sperimentazione che servono a saggiare la vitalità e la forza di ciò che si cerca.. Ho l’impressione che bisogna ampliare lo sguardo: design non è una scatola confezionata; come stanno le cose è pronto a percorrere altre strade, dobbiamo condurlo per altre strade, quelle che abbiamo imparato a conoscere per non perdere alla fine noi stessi”.