Nendo, a far brillare le stelle | CTD
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Luigi Patitucci

23 aprile 2018

Nendo, a far brillare le stelle

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Viaggio emozionale al grado zero del design con l’installazione dello studio giapponese

 

La sfida di ogni mattino, di ogni designer, quale creatore di segni ambientali, è quella di dover dare profondità culturale, e nuovi orizzonti di senso, a un habitat costituito ormai, per lo più, da un continuum di superfici comunicative.

foto Takumi Ota

Il problema che mi pongo da qualche tempo, nel mio lavoro da designer, è quello di affrontare una sorta di Grado Zero nell’approccio di metodo di ogni progetto, a partire da una tabula rasa che, con enorme entusiasmo, possa certamente incanalarmi nella traiettoria misteriosa ed insostituibile dell’errore, come compiendo un atroce ritorno alle origini del pensiero. Ogni volta.

Ed ogni volta tale percorso risulta tutto imperniato, attorcigliato, aggrovigliato, inevitabilmente, attorno alla parola ‘mestiere’.

foto Takumi Ota

Si, è quella di ogni mattino, la sfida del mestiere, per un designer, ma non è la sola.

Anche perché quella stessa sfida, per la sopravvivenza della specie, sempre – persino quando ci troviamo ad assecondare traiettorie imbevute di volatili esigenze di soddisfacimento, e di piacere, connesse all’utente, come spesso accade sulle note di una sempre più pressante Fiction Economy – ne contiene un’altra, quella sulla attualità del nostro approccio di metodo.

foto Takumi Ota

Quante volte vi sarete chiesti, a ragione, se il vostro approccio di metodo fosse ancora valido, attuale, efficace, nell’interpretare, nel migliore dei modi, i desideri di chi si aspetta di poter godere mediante l’utilizzo, in assoluto de-pensamento, di uno scenario costituito da elementi appositamente creati, generati, a servizio del nostro modus vivendi?

foto Takumi Ota

Ed è una sorta di serenità, quella che mi ha riverberato dentro dopo aver assaporato la visione dell’allestimento di Nendo al Fuorisalone della Milan Design Week 2018, conclusasi qualche ora addietro.

Qualcosa di molto simile a quella ‘calma speciale’ di cui soleva parlare spesso Ettore Sottsass, a proposito del regalo che era sedimentato, che aveva depositato in lui, la frequentazione dei suoi amici, poeti e scrittori, della Beat generation.

foto Takumi Ota

L’evento espositivo dello studio Nendo dedicato alla session milanese, sia chiaro, non è una presentazione di oggetti d’uso nuovi, oggetti fino a poco prima inesistenti, appositamente generati per farsi interpreti dei nostri desideri, dei nostri bisogni, ma è una meravigliosa passerella, parziale e fugace, rivelatrice di una temperatura cangiante, sulle possibilità concesse da una serie di traiettorie esplorative, mediante l’utilizzo di un caratteristico approccio di metodo.

foto Takumi Ota

L’analisi sulle possibilità concesse da una operazione di re-design effettuata sulla Zip, ad esempio, diviene il miglior viatico per poterci far comprendere, con l’utilizzo di dispositivi interattivi di una semplicità persino disarmante, straniante, ancora una volta, le amplificazioni possibili contenute nel potenziale generato da una invenzione considerata una soluzione efficace, ma ancor più divenuta un’icona statica.

foto Takumi Ota

Ma tutto attorno a noi, in quell’ampio universo generato da un Nero cosmico ed incontenibile, che sembra contenerci da milioni di anni senza alcuna intenzione di volerci trattenere a forza, di volerci confinare, di voler ingabbiare l’enorme energia potenziale delle nostre idee, sembra volerci sottolineare un antico e forse mai obsoleto cantico di noi creature pensanti del design, quello cui siamo stati educati a recitare, quello che siamo soliti ripetere come fosse un ipnotico mantra, quello che ci ricorda in ogni istante della nostra esistenza che non è vero che tutto è stato inventato, e se così è, può sempre essere migliorato, ottimizzato.

foto Takumi Ota

E quel Bianco assoluto e neutro, asettico e sterilizzato, che caratterizza gli oggetti in visione, sembra invece stare lì a sottolineare il sapiente e laborioso, delicato ed attento, lavoro chirurgico, messo in atto da chi si occupa di realizzare il nostro scenario ambientale ed i dispositivi in esso contenuti.

Ed è quel Nero infinito e misterioso, come l’universo, a far brillar le stelle.

E le stelle, viste dalla Terra, si sa, sono impalpabili ed irraggiungibili, incommensurabili, proprio come le nostre idee, proprio come le loro idee, quelle di Nendo, immerse in un universo antico ed inequivocabile, che ci concede soltanto la possibilità di poter mettere in atto, continuamente, mediante il nostro lavorìo, soluzioni che debbano per forza potersi muovere, unicamente, lungo le frequenze proprie di una attualità estrema.

foto Takumi Ota

In tutti gli stadi di evoluzione del pianeta in cui vi sono state delle condizioni di particolare difficoltà nella conduzione dell’umana esistenza, si sono generate delle modificazioni che possiamo definire salti evolutivi. Come nell’ultima glaciazione, ad esempio, che ha dato vita all’Homo Sapiens. Il Sapiens ha messo in campo, in un periodo di enorme stress ambientale, flessibilità, previsione e creatività. Erano soltanto degli uomini comuni, che in condizioni estreme hanno messo in campo una creatività estrema, che ha permesso l’immaginazione, e dunque, la generazione di idee considerate prima impensabili. Esseri umani capaci di immaginare traiettorie di sviluppo future, ancor quando la tecnologia non si trovi nella condizione di poter accompagnare ed assistere tale sviluppo, capaci di avere una enorme, indispensabile, fiducia nel loro operato, capaci di immaginare che nel percorso intrapreso avrebbero trovato le soluzioni. Insomma, capaci di poter dire: le inventeremo strada facendo!

 

E’ una questione di sopravvivenza della specie, come dicevo, e ci si sforza continuamente, come in un laboratorio permanente del design, a produrre il giusto Climax, mediante un approccio di metodo antico, troppo corretto, troppo esemplare, attento a non cadere nelle strette maglie asfissianti di una particolare tendenza, o un proclama da esibire, ma sempre concentrati sulle energie potenziali da dover mettere in campo per non dover mettere in soffitta il nostro pianeta.

foto Takumi Ota