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New York, il sorpasso di Brooklyn

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Viaggio tra i principali trendsetter della Grande Mela: tutti dall’altra parte del ponte

L’ultimo arrivato ha già vinto la sua sfida al cielo. Con novantasei piani e centoquattro appartamenti spalmati lungo 426 metri (e una palestra, un campo da golf, un hotel, una penthouse con sei camere da letto e sette stanze da bagno), il 432 Park Avenue è dallo scorso aprile il primo grattacielo di New York. Se non si considerano guglie e antenne, l’edificio firmato dall’architetto uruguaiano Rafael Viñoly supera infatti la Freedom Tower (il One World Trade Center da 541 metri, sorto al posto delle Torri gemelle) e il blasonatissimo Empire State Building (441 metri).

Epperò i numeri non rendono da soli la vertigine di questo spillo conficcato nel cuore della Grande Mela. Dalla vetta, ma anche da alcuni degli appartamenti più in basso, si gode la vista completa della città: il New Jersey sulla destra, Brooklyn a sinistra, Central Park ai piedi e, in fondo – qualcosa più che un puntino – la Statua della libertà.

Basterebbe quest’azzardo edilizio per fotografare lo stupore continuo che New York impone al visitatore. Una meraviglia di cui, in realtà, i grattacieli non sono che un ingrediente. Per dire: quando il 432 Park Avenue iniziò a pubblicizzare i propri appartamenti – poi venduti tra i 17 e gli 80 milioni di dollari, l’80 per cento sulla carta – non mancarono i commenti maligni: in fondo – era il ritornello – quell’obelisco fin troppo stilizzato nulla di nuovo aggiungeva al prestigio newyorchese. Un palazzo al top per il lusso in città esisteva già dal 1884. Era – ed è – il più esclusivo condominio della Grande Mela: il Dakota, (soltanto) dieci piani nell’Upper West Side, edificio austero e neogotico con affaccio su Central Park.

Il Dakota, monumento nazionale dal 1976, è noto al mondo perché davanti al suo portone fu assassinato l’8 dicembre del 1980 John Lennon, il più celebre inquilino dello stabile insieme a Judy Garland e Lauren Bacall, Rudolf Nureyev e Liza Minnelli. Uno stabile talmente esclusivo, il Dakota, che per comprarci casa non bastano i milioni: occorre anche la delibera favorevole dell’assemblea di condominio, il terribile Consiglio di gestione che, negli anni, non ha avuto remore a negare l’ambito lasciapassare a Madonna e a Melanie Griffith, ad Antonio Banderas e a Cher. Per capire che cosa rappresenti nella storia newyorkese il Dakota, c’è anche un bel volume fotografico fresco di stampa: The Dakota: A History of the World’s Best-Known Apartment Building, di Andrew Alpern.

Adesso, però, volgete lo sguardo lontano dalle glorie dell’Upper West Side. Superate Midtown, i marchi del lusso che punteggiano la Fifth Avenue. Volate alto sulle gallerie d’arte di Chelsea, sulla High Line, sul nuovo Wythney Museum firmato Renzo Piano e sugli atelier più raffinati di Soho. Infine, oltrepassate – in metro o, meglio ancora, a piedi – l’East River. Insomma, arrivate a Brooklyn. È qui, nel quartiere un tempo operaio e ora patria degli hipster, che capirete il segreto del successo della creatività newyorchese, racchiuso in due parole d’ordine: freschezza e vitalità.

Brooklyn – tra hipster e cultura underground. bistrot e birrerie, mercatini vintage e industrial e arte di strada – è sempre più l’epicentro del nuovo design americano, grazie a una leva di trenta-quarantenni che prima hanno imposto il proprio gusto e poi orientato il dibattito sull’architettura e l’arredamento. A Brooklyn è nato, come sviluppo di una tesi di laurea al prestigioso Pratt Institute, il blog di industrial design Core77, oggi una delle più seguite riviste on line di settore.

A Williamsburg, che di Brooklyn è il quartiere più grande e alla moda,  vive Jamie Gray, il talent scout dei giovani designer americani che nel 2003 ha impiantato a Soho Matters, una tra le vetrine di arredamento maggiormente seguite in città. Sempre a Williamsburg è nato nel 2012, dalle ceneri di una fabbrica tessile riconvertita, l’albergo più cool della Grande Mela, il Wythe. Senza contare zone come Industry City, un enorme complesso di edifici riconvertito a loft-studio per giovani artigiani (e che ospita, tra gli altri, WantedDesign, di cui CieloTerra si è già occupato) e altre zone con la stessa vocazione a Greenpoint. Di stanza a Brooklyn è anche Monica Khemsurov, anima – con Jill Singer, che invece vive nel Lower East Side – della rivista on line Sight Unseen.

Definire Sight Unseen un portale del design è riduttivo. Monica e Jill sono allo stesso tempo scopritrici di talenti e divulgatrici. La loro creatura funziona anche come agenda degli appuntamenti che appassionati e addetti ai lavori non possono perdersi. “Il sito” raccontano “è nato come una scommessa”: le due lavoravano nell’editoria cartacea, poi la crisi del settore le ha spinte a reinventarsi un mestiere. In un week end sono nate l’idea del sito e, qualche ora dopo, erano pronti i biglietti da visita.

Oggi, Monica e Jill setacciano Instagram, Pinterest e blog a caccia di novità e talenti. I loro eventi e allestimenti, come Sigh Unseen Offsite, paralleli a quelli del circuito dell’architettura e dell’arredamento più ufficiale e mainstream, sono la vera fiera delle novità nella metropoli.

Non resta che venirci, nella Grande Mela, per vedere tutto questo con i propri occhi, magari arrivando a Brooklyn dopo avere attraversato Manhattan consultando la guida più curiosa uscita in questi anni, la On the grid dello studio grafico Hyperakt, che ha chiesto ad agenzie di creativi dei diversi quartieri di segnalare i loro luoghi del cuore. Una guida su Manhattan, dunque. Ma realizzata a Brooklyn, of course.

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