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23 marzo 2018

Da Norman Foster a Map, la prima volta del Vaticano alla Biennale

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Undici cappelle nell’isola di San Giorgio affidate a undici grandi architetti

L’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, con il suo grande bosco, ospiterà il debutto della Città del Vaticano alla Biennale di Architettura. Ed è due volte un evento, perché la Santa Sede non ha mai partecipato in passato alla mostra internazionale e perché questo avverrà all’insegna della grande architettura. Sarà dunque l’occasione, come spiega il curatore del progetto Vatican Chapels Francesco Dal Co, “per un pellegrinaggio non soltanto religioso, ma anche laico”, attraverso le opere di undici tra progettisti e studi come Eduardo Souto de Moura e Norman Foster, Francesco Cellini e Map.

Ma come arriva la Chiesa a questo esordio? Già nel 2013 e nel 2015 la Santa Sede era entrata con un suo padiglione in due edizioni della Biennale d’Arte proponendo un messaggio primordiale affidato all’In principio del Vecchio e del Nuovo Testamento. Quella scelta era un’inversione rispetto al passato recente. “A partire dal secolo scorso, infatti, s’era compiuto un divorzio lacerante tra arte e fede” spiega la Santa Sede. “Esse, in realtà, erano state a lungo sorelle, al punto tale che Marc Chagall non esitava a dire che ‘per secoli i pittori hanno intinto il loro pennello in quell’alfabeto colorato che era la Bibbia’, il grande codice della cultura occidentale, come la definiva un altro artista, William Blake. Ora, invece, le loro strade si erano divaricate. Da un lato, l’arte aveva lasciato il tempio, l’artista aveva relegato sullo scaffale polveroso del passato la Bibbia, si era avviato lungo le strade laiche e secolari della modernità. D’altro lato, la teologia si è rivolta quasi esclusivamente alla speculazione sistematica che crede di non aver bisogno di segni o metafore. In ambito ecclesiale si è ricorsi prevalentemente al ricalco di moduli, stili e generi delle epoche precedenti, o ci si è orientati all’adozione del più semplice artigianato, o, peggio, ci si è adattati alla bruttezza che imperversa nei nuovi quartieri urbani e nell’edilizia aggressiva, innalzando edifici sacri modesti, privi di spiritualità, di bellezza e di confronto coi nuovi linguaggi artistici e architettonici che frattanto si stavano elaborando”.

È da questa situazione che è rinato il desiderio di un nuovo incontro tra arte e fede, due mondi che nei secoli passati erano quasi sovrapponibili e che erano divenuti invece reciprocamente estranei. Si tratta di un percorso certamente arduo e complesso che si nutre ancora di mutui sospetti ed esitazioni e persino di timori di eventuali degenerazioni. È un dialogo che in architettura ha già registrato tappe significative e che, a livello generale, è iniziato già a metà del secolo scorso non solo attraverso l’opera di teologi e di pastori ecclesiali sensibili ma anche nella voce dello stesso magistero ufficiale della Chiesa, a partire da Paolo VI col suo incontro nel 1964 nella Cappella Sistina con gli artisti, per procedere poi con la Lettera a loro indirizzata nel 1999 da san Giovanni Paolo II, col nuovo incontro di Benedetto XVI nella stessa Cappella Sistina nel 2009.

Ed ecco allora il debutto alla Biennale con Norman Foster, Francesco Cellini, Eduardo Souto de Moura, Terunobu Fujimori, Andrew D.Berman, Javier Corvalàn Espinola, Flores & Prats, Sean Godsell, Carla Juacaba, MAP Studio e Smiljan Radic Clarke, tutti impegnati con strutture chiaramente inedite. Ha detto Dal Co: “L’apparire di qualcosa di costruito nello smisurato della natura indica la funziona fondamentale dell’architettura: essere luogo di orientamento e di misura, prima di tutto. Così ho pensato a un modello concreto”. Nasce così l’idea della piccola Cappella nel bosco di Asplund, che ha una precisa funzione: “Dare misura allo smisurato”.

Tutti gli undici progetti sono cappelle. Nel culto cristiano si tratta di veri e propri templi, sia pure in forma minore rispetto alle cattedrali, alle basiliche e alle chiese. In esse sono inserite due componenti fondamentali della liturgia, l’ambone (o pulpito) e l’altare, cioè le espressioni della Parola sacra proclamata e della Cena eucaristica celebrata dall’assemblea dei credenti. Il numero delle cappelle è anch’esso simbolico perché esprime quasi un decalogo di presenze incastonate all’interno dello spazio. Dice il cardinale Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura: “Sono simili a voci fatte architettura che risuonano con la loro armonia spirituale nella trama della vita quotidiana. Per questo la visita alle dieci Vatican Chapels è una sorta di pellegrinaggio non solo religioso ma anche laico, condotto da tutti coloro che desiderano riscoprire la bellezza, il silenzio, la voce interiore e trascendente, la fraternità umana dello stare insieme nell’assemblea di un popolo, ma anche la solitudine del bosco ove si può cogliere il fremito della natura che è come un tempio cosmico. A precedere questa sfilata c’è, appunto, l’emblema della Cappella nel bosco dell’architetto svedese Gunnar Asplund che, attraverso i suoi disegni progettuali, a distanza di quasi un secolo (1920) e da una regione diversa, rievoca la costante ricerca dell’umanità nei confronti del sacro all’interno dell’orizzonte spaziale della natura in cui si vive.

La realizzazione delle cappelle è stata affidata a alle aziende Alpi, Barth, Gruppo Fallani, Laboratorio Morseletto, Lucos, LegnoAlp, Maeg, Moretti, Panaria Group, Sacaim, Saint Gobain, Secco, Simeon, Tecno e Zintek. Le dimensioni delle opere saranno comuni a tutti i progetti, 10 metri per 7, e le cappelle realizzate con materiali differenti, dalla ceramica al legno fino al calcestruzzo sottile o armato o all’acciaio.