Norman Foster, una proposta a misura di sponsor per Notre Dame - CTD
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Vincenzo Bernardi

24 aprile 2019

Con Norman Foster, Notre Dame ha trovato il suo Renzo Piano

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L’archistar inglese e la sua proposta rassicurante come quella del collega italiano per il Ponte Morandi

 

“Domani nella battaglia pensa a me, quando io ero mortale, e lascia cadere la tua lancia rugginosa. Che io pesi domani sopra la tua anima, che io sia piombo dentro al tuo petto e finiscano i tuoi giorni in sanguinosa battaglia. Domani nella battaglia pensa a me, dispera e muori”. Riccardo III, W. Shakespeare

Con la proposta di Norman Foster per la ricostruzione del tetto e della guglia di Notre Dame distrutti dall’incendio del 15 aprile scorso, entra praticamente nel vivo la corsa all’incarico che conferirà al progettista gloria imperitura unitamente a una consistente fetta del miliardo di euro di donazioni raccolte come parcella.

Ancora la competizione non è ufficialmente aperta e già si intuisce che il fair play non sarà una delle cose per la quali ricorderemo quella che si preannuncia non come una sfida di creatività per dare alla Francia e all’umanità intera un capolavoro di architettura, ma piuttosto come una lotta senza esclusione di colpi tra bulimiche archistar planetarie dotate di enormi risorse e disposte a tutto pur di vincere la battaglia prima di disputarla.

La proposta di Norman Foster per Notre Dame elaborata e pubblicata da The Times

È un modo di fare recentemente sperimentato con successo in Italia da Renzo Piano che, plastico sotto al braccio, appena due settimane dopo il crollo del Ponte Morandi a Genova, con formidabile tempismo, ha varcato la soglia del palazzo della Regione Liguria uscendone poco dopo con la doppia investitura di progettista e benefattore.

Rassegnati a una politica miope che quotidianamente sacrifica sull’altare del consenso facile quella creatività per la quale l’Italia è da secoli celebrata nel mondo, abbiamo assistito con una certa invidia alla conferenza stampa con cui il primo ministro francese Édouard Philippe ha annunciato il concorso di progettazione, appena due giorni dopo che i vigili del fuoco avevano spento l’incendio quando da noi se ne sono attesi 246 ma solo per le aree sotto al ponte.

Sir Norman Foster

Come era prevedibile, il dibattito sulle forme si è immediatamente acceso dalle nostre parti ed esperti, intellettuali ed opinionisti sono comparsi nei notiziari mentre l’edificio bruciava ancora dividendosi, come sempre, in due schieramenti contrapposti: da una parte i – numerosi – nostalgici paladini del “dov’era e com’era” che in una cronica incapacità di elaborazione del lutto celebrano la superiorità di tutto ciò che è antico e dall’altro quelli che invece ribadiscono il diritto di ogni epoca di scrivere le proprie opere con il linguaggio che le appartiene e auspicano forme più contemporanee anche in un contesto così forte e sfidante come Notre Dame.

È possibile però già intuire che le questioni di principio non saranno i maggiori argomenti di discussione Oltralpe e che probabilmente si aggiudicherà l’incarico chi saprà meglio catalizzare il consenso perché – come sanno benissimo le griffe della moda che si sono precipitate a mettere a disposizione cifre colossali per la ricostruzione – 12 milioni di visitatori all’anno sono un business al quale non si può proprio rinunciare.

In anticipo su tutti, è stato Massimiliano Fuksas il primo a sbilanciarsi parlando di guglia in cristallo e un’idea simile – in realtà probabilmente pensata dal 50% degli architetti – ha avuto anche Ian Ritchie, autore di The Spire a Dublino. Non ha perso tempo neanche l’artista belga Wim Delvoye, noto per le sue sculture in stile gotico – tra cui “Suppo” nella piramide del Louvre – che ha dichiarato che già sta lavorando a diverse proposte. Ma a Notre Dame, c’è da scommettere, vorranno sfilare tutti e anche Ubisoft, la casa di videogiochi che ha prodotto Assassin’s Creed e che ha ambientato un episodio della saga proprio nella cattedrale, si è proposta per contribuire con i suoi dettagliatissimi modelli tridimensionali.

Ma fino all’altro ieri, quando Sir Norman Foster ha chiamato il Times – non un giornale qualsiasi – per mostrare a tutti la sua idea, nessuno aveva fatto mettere mano alla tavoletta grafica. Da quel momento le principali testate giornalistiche mondiali hanno immediatamente rilanciato l’elaborazione del Times della proposta dell’architetto britannico per una copertura completamente trasparente in acciaio e vetro, che ricorda nel volume una sorta di Crystal Palace poggiato sopra Notre Dame.

È una partita che si giocherà anche cercando di evitare soluzioni ardite che potrebbero attirare critiche negative e mettere in difficoltà gli sponsor con conseguenze negative sul ritorno dei loro investimenti

Se Renzo Piano a Genova, facendo leva sul sentimento di insicurezza che in Italia aveva improvvisamente avvolto qualsiasi struttura in cemento armato di altezza superiore al metro, parlò di “mille anni di solidità”, Foster ha dichiarato che la sua nuova guglia sarà “un’opera d’arte sulla luce”, ricordando in questo modo a tutti che, ancorché ferita, La Ville Lumière rimarrà per sempre la capitale mondiale dell’arte.

Indubbiamente una notevole intuizione di marketing volta a fare colpo sulla mai sopita voglia di grandeur dei francesi che hanno già incassato da Macron la promessa che la ricostruiranno “tutti insieme” in cinque anni e, se possibile, meglio di prima.

Anche se è altamente improbabile che i francesi siano altrettanto accomodanti delle autorità italiane ed è difficile che si arrivi alla realizzazione di quella che è, allo stato dei fatti, una proposta fuori concorso, sono evidenti i vantaggi legati alla visibilità globale colti da Foster tra quelle che lui stesso ha definito le “straordinarie opportunità” aperte da questa vicenda. Con la sua proposta ha fatto inoltre capire che la partita si giocherà anche cercando di evitare soluzioni ardite che potrebbero attirare critiche negative e mettere in difficoltà gli sponsor con conseguenze negative sul ritorno dei loro investimenti.