Notre Dame: l’Europa del tempo, il tempo dell’Europa | CieloTerraDesign
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Antonia Marmo

19 aprile 2019

Notre Dame: l’Europa del tempo, il tempo dell’Europa

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Alfonso Femia: andiamo oltre le parole progetto e concorso, qui c’è in gioco il senso della comunità

Partire dall’incendio di Notre Dame, tra ricordi e sogni di trasformazione, per coltivare una visione un po’ eretica di un altro futuro raccontata da un architetto capace di farci guardare oltre il dov’era-com’era. Perché questo deve fare l’architettura, stare nel nostro tempo, accoglierne la complessità, proiettarci in avanti, mai tenerci inchiodati solo a terra. Dopo il commento di Raffaele Cutillo, che ci ha voluto seguire in questo sguardo ‘off the road’, ecco un’intervista ad Alfonso Femia.

 

Abbiamo incontrato Alfonso Femia, a Parigi il suo Atelier ha una delle sedi principali di lavoro, la città muove i suoi progetti, il contesto e gli avvenimenti informano inevitabilmente i suoi pensieri e le sue azioni e si mescolano al suo sentire mediterraneo. Il dialogo e la visione, dunque, non possono che essere aperti alla ricerca della costruzione di un senso prima ancora che di una forma.

Sono passate poche ore dall’incendio, già si delineano proposte e scenari, tutto si muove veloce e bene… Ma da te vorrei una riflessione più laterale, da italiano, che lavora attraverso la dimensione dell’Europa, tra nord e sud.

“Vi è il tempo dello sgomento, della paura, dell’incredulità, del dolore, delle diverse reazioni umane del proprio tempo, di un tempo dove non è immaginabile e accettabile che possano accadere alcune cose, ma forse accadono per ricordarci quanto siamo ancora fragili, deboli e mediocri nel prenderci cura di noi stessi e di quanto abbiamo ricevuto ed ereditato. Ma ai momenti del cuore e dell’anima devono susseguirsi quelli del coraggio, della forza, della visione, del futuro, ovvero i momenti del tempo che stratificano la storia degli uomini, che raccontino i diversi tempi a cui apparteniamo. È il nostro momento, è il momento che al cuore triste e incredulo sia affiancato il sentimento coraggioso di affiancare il nostro tempo a quello che ci è stato donato, attraverso i nostri sogni, la nostra bellezza, la nostra fede. Che sia un sogno più bello di prima, che sia un sogno da custodire con maggior attenzione e intimità nel cuore di tutti, che la Notre Dame di molti diventi ancor più la Notre Dame di tutti, senza paura di essere uomini del proprio tempo che sanno entrare in dialogo con gli uomini dei tempi prima di noi. Non dove era come era semplicemente, ma molto meglio di come era, dobbiamo essere responsabilmente visionari e uomini di ‘fede’, perché il tempo storico di un’opera, un’architettura, un luogo, una città deve raccontare tutti i momenti e tutti i sentimenti che la attraversano nel cuore e nella mente. Ne saremo capaci? Siamo capaci di essere tempo, il nostro tempo tra i tempi. Siamolo!”.

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Alfonso Femia, architetto. Atelier(s) è a Genova, Milano e Parigi

Cosa vuol dire progettare, intervenire, nel cuore di Parigi, che significati può assumere, che visione hai del senso di un’architettura trasformata lì, in quel luogo?

“Molte cose, e va al di là del progetto perché dovrebbe essere un momento di condivisione e di solitudine. Non so neanche se lo strumento del concorso sia quello giusto questa volta, forse meglio del concorso di progetto potrebbe essere un concorso che si confronti dialogando tra anima, fede, sentimento, generosità e coraggio. Notre Dame è un’isola nell’isola di Saint Louis che per me, da quando ci vivo, unisce la dimensione collettiva e quella intima più di ogni altro luogo, che parla del tempo e dell’uomo più di ogni libro che la possa raccontare. Non credo che il tema sia solo architettonico e non credo che vada affrontato solo così. Non è una cupola da rifare come a Berlino. E’ molto, molto di più!”.

Sì, proprio così, capisco quello che dici, la dimensione non è mai solo materiale, qui meno che mai. Quindi la pensi come un’operazione partecipata, come dire, anche politica e fortemente simbolica, non solo di forma… Ritieni necessario prima un confronto allargato su un senso più ampio?

Non so neanche se lo strumento del concorso sia quello giusto questa volta, forse meglio del concorso di progetto potrebbe essere un concorso che si confronti dialogando tra anima, fede, sentimento, generosità e coraggio.

“Sì, credo debba essere un momento di ‘comunità’, delle comunità. Non è solo una questione di disegno o di essere contemporanei e di come esserlo. Mi sembra che oggi ci sia fame di accogliere più che mai una dimensione sociale, di trasformarla in una occasione di riflessione sul tempo per tutti noi”.

Si tratta quindi di ascoltare ancora una volta l’anima di un Paese, di una città, di comporre questa anima nel progetto: questa la via maestra, non uno stile o un materiale, non una forma, ma una dimensione partecipata, estesa, accogliente, aperta al dialogo nel processo e nel progetto?

“Secondo me sì, e non solo l’anima della Francia: è un’occasione per pensare, e non solo pensare di ricostruire subito, è un processo di riflessione che dovrebbe essere avviato”.

Intendi quindi un percorso di pensiero sul senso complesso e complessivo dell’Occidente? Del resto le cattedrali hanno rappresentato questo, hanno raccolto un pensiero occidentale, materializzato un sistema di valori. Dunque un’occasione perché l’Europa torni a dire ancora la sua.

“Brava. Sì, con la sua storia, le sue comunità, anche i suoi errori…”.

Questa è un’occasione per pensare, e non solo pensare di ricostruire subito, è un processo di riflessione che dovrebbe essere avviato. Oggi c’è fame di accogliere più che mai una dimensione sociale, di trasformarla in occasione di riflessione sul tempo per tutti noi

Cosa può raccontare ancora l’Europa, quali valori per il futuro, considerata anche la complessa situazione politica attuale?

“L’Europa ha funzionato quando ha prodotto sistemi di sapere condiviso seppure nella diversità, ai quali ogni Paese ha partecipato con le sue istanze, facendo ogni volta compiere un passo in avanti. Forse più che alla sensazionalità di questa o di quella soluzione, ripensare Notre Dame dovrebbe rappresentare una riflessione più profonda e articolata sul senso di un’architettura simbolo, tra passato e futuro, esteso a un insieme di comunità in trasformazione, affinché ne dia ancora una unità, un sentire comune”.  

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