A Notre Dame, ancora, la notte non passa
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Claudio Bertorelli

29 aprile 2019

A Notre Dame, ancora, la notte non passa

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Dopo il rogo troppi progetti fake e ansia di aprire il cantiere. Torniamo a Ruskin, la cattedrale merita una riflessione diversa

A cura di Antonia Marmo

Dopo quelli di Raffaele Cutillo e Alfonso Femia, ospitiamo il punto di vista di Claudio Bertorelli, fondatore di Aspro Studio, sulla ricostruzione di Notre Dame. Quando abbiamo iniziato a raccogliere riflessioni a partire dalla vicenda del rogo della cattedrale di Parigi, non abbiamo mai pensato di cercare una soluzione, meno che mai di volere la proposta di una forma, ma di dare voce a un pensiero eretico che dalle crisi e dai conflitti della vecchia Europa si esprimesse sulla sua complessità e ne tracciasse una visione possibile o solo immaginata di futuro, come l’architettura dovrebbe fare, prima di ogni costruzione materiale. Claudio Bertorelli mescola gli sguardi e le carte, ci porta in un passato che diventa futuro e ci tiene sospesi sulla soglia di una sfida oltre ogni semplificazione e urgenza. La riflessione inizia con una lunga citazione di un romanzo di Jules Verne, Parigi nel XX secolo.
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François Schuiten, copertina di Paris au XX siecle, 1994

… Michel risalì la Senna; sopra di lui, il cielo era zebrato di fili elettrici che passavano da una riva all’altra, e tessevano un’immensa tela di ragno fino alla Prefettura di Polizia.

Fuggì, solo, sul fiume ghiacciato; la luna proiettava davanti a lui un’ombra intensa, che ripeteva i suoi movimenti in gesti smisurati.

Percorse il quai de l’Horloge, il Palazzo di Giustizia, oltrepassò il pont au Ghange, dove gli archi si riempivano di enormi ghiaccioli; passò il Tribunale del Commercio, il pont Notre-Dame, il pont de la Rèforme che cominciava a piegarsi sotto la lunga portata, e riprese il lungofiume.

Si ritrovò all’entrata dell’obitorio, aperto giorno e notte ai vivi come ai morti; vi entrò senza pensare come se stesse cercando lì dentro degli esseri a lui cari; osservò i cadaveri rigidi, verdastri, gonfi, stesi sulle tavole di marmo; vide in un angolo l’apparecchio elettrico destinato a riportare in vita gli annegati ai quali restava qualche speranza di sopravvivenza.

“Ancora l’elettricità” esclamò.

E fuggì.

Notre-Dame era lì; i suoi vetri risplendevano di luce; si udivano dei canti solenni. Michel entrò nella vecchia cattedrale, in tempo per la fine della messa. Lasciando il buio della strada, la luce l’accecò.

L’altare brillava di fuochi elettrici, e dei raggi della stessa natura si spandevano dall’ostensorio sollevato dal prete.

“Sempre l’elettricità” ripeteva il poveretto “anche qui!”.

E se ne andò. Ma non così in fretta da non poter udire l’organo ruggire grazie all’aria compressa fornita dalla Società delle Catacombe!

Michel stava impazzendo, sentiva di avere il demone dell’elettricità alle calcagna. Riprese il quai de Grèves, s’introdusse in un dedalo di strade deserte; cadde sulla place Royale dove la statua di Victor Hugo aveva scacciato quella di Luigi XV, si ritrovò davanti il nuovo boulevard Napoleone IV che si estendeva fino alla piazza in mezzo alla quale Luigi XIV si lancia al galoppo verso la Banca di Francia; e, alla prima svolta, riprese il cammino in rue Notre-Dame des Victoires.

Su una facciata nella strada ad angolo con la piazza della Borsa, intravide una tavola di marmo dove facevano bella mostra queste parole in lettere d’oro:

RICORDO STORICO

AL QUARTO PIANO DI QUESTA CASA

ABITO’

VICTORIEN SARDOU

DAL 1859 AL 1862

Michel si ritrovò infine davanti alla Borsa, odierna cattedrale, il tempio dei templi; il quadrante elettrico segnava mezzanotte meno un quarto.

“La notte non passa” si disse.

Da quando lo scorso 15 aprile Notre-Dame è andata a fuoco non penso che a Michel Dufrénoy, il protagonista elettrico e nostalgico di Parigi nel XX secolo, che Jules Verne mette in fuga perenne dalla Modernità e, nel capitolo XVI, conduce fino all’interno della Cattedrale.

Questo libro non fortunato uscì solo nel 1994, immaginando una Parigi del 1960. Ma venne scritto nel 1863, un solo anno prima che Viollet le Duc concludesse il restauro ventennale di Notre-Dame consacrandolo interprete critico della Storia.

Possiamo quindi pensare a un momento in cui l’immaginario (pessimista solo in questo libro) di Verne incrocia l’immaginario neogotico di Viollet le Duc e ci tiene distanti ora dai cori nauseanti e rattiani sulle smart city, ora dalla vista degli archi-avvoltoi in planata sulla carcassa ancora calda di Notre-Dame? Temo di no, ma almeno ci offre il piacere di pensare che il contributo alla “ripartenza” di Notre-Dame non può certo esaurirsi con i progetti fake visti sfilare sui giornali già in questi primi giorni.

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Jules Verne, Paris au XX siècle

Ho scritto spesso che, ad esempio, in Italia dobbiamo chiudere la stagione del lutto e attualizzare l’interpretazione dei principi di tutela incardinati nell’articolo 9 della Costituzione (pena lo comparsa di mostri ancor peggiori di quelli incrociati dal Capitano Nemo ventimila leghe sotto i mari), ma nel caso di una culla delle civiltà come Notre-Dame mi verrebbe voglia di transitare da laico a militante “contro” l’urgenza politica di chiudere velocemente il caso e aprire velocemente il cantiere.

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Claudio Bertorelli

Nemmeno sono mai stato ruskiniano amante poetico delle rovine (anche se adoro l’incipit de Le pietre di Venezia in cui descrive l’arco pedemontano che gli si staglia davanti dalla cima di un campanile veneziano), ma ho ben chiaro il valore dell’as found, del “come trovato”, che è pratica più paesaggistica che architettonica e che in questo caso può aiutare a decifrare i nuovi suoni collettivi che la comunità planetaria a Notre-Dame giustamente richiede.

A che punto è la notte quindi?

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