Notre Dame, dopo il trauma sia l'ora del contemporaneo - CTD
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Antonia Marmo

17 aprile 2019

Notre Dame, dopo il trauma sia l’ora del contemporaneo

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Perché rendere giustizia alla cattedrale con un’architettura diversa da quella che era e non è più

Partire dall’incendio di Notre Dame, tra ricordi e sogni di trasformazione, per coltivare una visione un po’ eretica di un altro futuro raccontata da un architetto capace di farci guardare oltre il dov’era-com’era. Perché questo deve fare l’architettura, stare nel nostro tempo, accoglierne la complessità, proiettarci in avanti, mai tenerci inchiodati solo a terra. Iniziamo con la densità delle parole di Raffaele Cutillo che ci ha voluto seguire in questo sguardo ‘off the road’. 

Recidere è atto difficile, trauma per l’immaginario collettivo protetto dalla consuetudine, restio nel rinunciare all’abitudine dello sguardo: Notre Dame non ci sarà più ma resterà il nome, reale conservazione del desiderio di memoria.

Quella cattedrale di segni e cerimonia del potere, errori rettificati senza successo, libro del tempo per ciascun tempo, è ora Babele con sul suo vertice Strige, uccello dannato che saprà decretarne ancora una volta fine e inizio, perché Notre Dame nasce per essere già morte, e poi vita, e morte ancora.

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Una spirale senza fine, generata nel punto esatto della piazza e misuratore di tutte le distanze dalla città, ri-costruisce la cattedrale ancora una volta priva di funzione, rappresentazione solo di se stessa.

È stato demolito definitivamente quanto rimasto dopo l’incendio. Gargouilles, reliquie, residui di rosoni, schegge di altari, tutti i contrafforti del coro, sono ora disposti lungo il cammino che si avvita al cielo, Via Sacra di Parigi, città del mondo che ha saputo illuminarsi di incendi e rivoluzione.

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Notre Dame in un disegno del Sedicesimo secolo

Il vuoto interno, distorcente, avviluppa e risucchia il corpo quanto non abbia mai fatto prima, più di Reims e di tutte le altissime volte a crociera che l’avevano ispirata, ben oltre la Sagrada Familia. Gioco dell’aria, lievitazione e schiacciamento al suolo. Questa nuova cattedrale è infatti anche ipogeo, inferno che contralta il paradiso, sua cripta irrinunciabile lì dove la religione del tempo a venire sperimenterà tecnologie avanzate e i segreti ancora reconditi dell’etere.

La cattedrale di Parigi è un luogo progressivo che rifugge l’ipocrisia della finzione. E questa è l’occasione per guardare non soltanto in alto, alla lievitazione, ma anche al suolo, all’ipogeo di rovine che contralta il paradiso

Non si tratta di tentare, anche qui, la illusoria forma definitiva, dannazione di ogni progettista, o una delle tante (e tutte già date), ma ridescrivere un senso intercettando l’esattezza del nostro contemporaneo proprio in questo luogo progressivo che ha insegnato pietra e fiamme rifuggendo l’ipocrisia della finzione. Rendere a Notre Dame la giustizia del ricordo equivale all’agire nella direzione del guardarsi dentro, ricostruendo una architettura diversa da quanto c’era (e non è più). Una esperienza di ferro e cemento, necessaria apoteosi dell’inutile.

La Strige è qui, con gli artigli ben saldi sulla sua Babele.