Odo Fioravanti: spiego cos'è il buon design raccontando quello degli altri - CTD
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Paolo Casicci

22 maggio 2019

Odo Fioravanti: per spiegare cos’è il buon design, racconto quello degli altri

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La seconda puntata della serie su designer e social network è dedicata ad #Ammemipiasce, la rubrica su Facebook del Compasso d’Oro 2011: tanta ironia e concetti serissimi

Che cosa comunica un designer quando posta un pensiero su Facebook o un’immagine su Instagram? Se nulla è quasi mai casuale nel modo che ogni persona ha di utilizzare i social network, a maggior ragione questa regola vale per chi, come i creativi, fa del progetto e della cura del dettaglio la propria ragione di vita. Con una serie di interviste, proviamo a rispondere perciò a questa domanda: quanto i designer sono consapevoli di comunicare il proprio lavoro, anche quando apparentemente stanno facendo altro? Dopo la prima puntata, dedicata a Davide Aquini, tocca a Odoardo Fioravanti.

Un passeggino. Un ferro da stiro. Un dosatore di caffè. Un portaspazzolini da denti. Il design è scoperta, e il suo valore si può cogliere soprattutto negli oggetti di ogni giorno, quelli che, diceva Ettore Sottsass, diventano strumenti di un rito esistenziale. Che cosa succede quando a guidarci alla scoperta di questi oggetti non è chi li ha firmati, né uno storico o un critico, ma un altro designer?

Da qualche mese Odoardo Fioravanti, designer industriale tra i più apprezzati della sua generazione, Compasso d’Oro nel 2011 con la sedia Frida per Pedrali, pubblica su Facebook una serie seguitissima fatta di recensioni di oggetti di buon design, talvolta firmato, altre volte anonimo. Il tono di #Ammemipiasce, come Fioravanti ha ribattezzato la sua ‘rubrica’, è divertito e sopra le righe, ma i contenuti sono serissimi, il modo per riportare su un binario per nulla glamour e di sostanza la chiacchiera sul progetto e i progettisti. Così, il racconto del barattolo-dosatore dei Sovrappensiero per Bialetti che evita spargimenti di caffè quando si carica la moka è l’occasione per mettere in luce il design che innova risolvendo le piccole frustrazioni di tutti i giorni. Il post sul portaspazzolini di Studio Klass è invece un viaggio nel concetto di game changer attraverso un prodotto che, finalmente, tiene a distanza di sicurezza gli uni dagli altri questi oggetti igienicamente sensibili e li rende identificabili anche nel bagno di una famiglia numerosa: “Un pezzo che avrei voluto disegnare io”, chiosa il designer. In pratica Fioravanti comunica la sua idea di progetto attraverso il (buon) design degli altri.

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Odoardo Fioravanti, Compasso d’Oro 2011 con la sedia Frida, disegnata per Pedrali. Foto di Emanuele Zamponi

Non è frequente trovare un designer che parla e scrive del lavoro dei colleghi, tanto più se non si tratta di celebrare progetti storici e famosi, ma di offrire una lettura critica di pezzi meno conosciuti e per niente glamour. Che cosa ti spinge verso questa forma di divulgazione mirata su Facebook, che non è un’aula universitaria come quelle in cui ti confronti con i tuoi studenti, ma, per molti aspetti, un luogo ad alto rischio?

“Di fondo credo che il mio desiderio sia che qualcuno possa pormi domande tipo ‘qual’è il passeggino più figo?’. Allora finisco per rispondere a queste domande che nessuno ha posto, cercando di mostrare progetti che magari sono passati inosservati o che sono sconosciuti ma in cui io riconosco una grande qualità, se non materiale, espressiva. Si tratta del piacere di stabilire un differenziale tra oggetti, un gradiente, in un’epoca in cui si parla solo delle stesse cose che tutti trovano #toppissime e di tutto il resto non si fa neanche menzione. Mi piacciono le tipologie strane (ultima fissazione i timer da cucina) o i designer meno conosciuti. Forse è l’atteggiamento del collezionista, un po’ pervert, che coglie oggetti dalla realtà materiale, seguendo costellazioni che uniscono le stelle con linee immaginarie, che non sono scritte in cielo”.

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Per Fioravanti il dosacaffè di Sovrappensiero per Bialetti è “l’epifania del disegno industriale. Questo pezzo disegnato dai Sovrappensiero Design Studio: Lorenzo De Rosa e Ernesto Iadevaia per Bialetti mi ha colpito subito dalla sua presentazione regalandomi un senso di speranza e di forza. In questi anni il disegno industriale è stato messo un po’ in disparte, perché molti sedicenti influencer, improvvisati curatori, giornalisti annoiati (da se stessi soprattutto), hanno preferito puntare su cose che potessero essere più “divertenti”, frivole o finto concettuali, quando nella migliore ipotesi erano scimmiottature di cose accadute nel mondo dell’arte 40 anni fa. Ecco questo barattolo ha un senso di familiarità e coglie una piccola frustrazione che tutti, tutti i giorni, per anni hanno affrontato, provando a risolverla tutti in modo diverso. E’ la forma di una ossessione complusiva per l’esattezza dei rituali che solo un designer può capire a fondo, ma i cui risultati tutti possono capire al primo sguardo, anche senza la didascalia-pippone da 1000 battute. E’ la forza del progetto, del design per l’industria, dell’oggetto che trova un interstizio di mondo da aggiustare. Per quello parlo di speranza. Sono felice di questo oggetto, felice che ci siano designer così, che pensano e agiscono così. Bravissimi!”. Foto di Francesca Iovene, styling di Sarah Richiuso Klopotowski

E’ una forma di supplenza? Lo fai perché ti mancano luoghi più deputati, per esempio le riviste specializzate? Oppure i social netowork sono per te uno strumento possibile fra i tanti e non una seconda scelta?

“Sì, forse c’è il tema della supplenza del riconoscimento del valore che sta sparendo da riviste del settore e dai premi. Chi scrive e decide, ahimé, non ha spesso gli strumenti per capire. In generale si studia poco e superficialmente. Comunque scrivo questi post anche perché lo scrivere è per me una dimensione irrinunciabile, che chiude il cerchio espressivo di quello faccio, di quello che sono”.

Mi piacciono le tipologie strane, l’ultima fissazione sono i timer da cucina. Forse il mio è l’atteggiamento del collezionista, un po’ pervert, che coglie oggetti dalla realtà materiale, seguendo costellazioni che uniscono le stelle con linee immaginarie.

Il post sul dosatore di caffè dei Sovrappensiero non è soltanto un pezzo di critica sobria, severa ma giusta, del design contemporaneo, ma anche, unito ai commenti, un excursus di opinioni, pensieri e riflessioni quasi sempre qualificate su dove vanno il design, il mercato, le strategie aziendali. Ti aspetti questo genere di commenti, quando scrivi?

“Un po’ sì, nel senso che mi infilo senza tante paure in temi scottanti, perché ho voglia di attraversare la cultura del progetto coi miei pensieri ed incontrarne altri o spesso scontrarmi con essi. Il post di cui parli ovviamente mi ha sorpreso, ma credo avesse degli ingredienti in grado di creare un corto circuito: un’icona come la Bialetti, un gesto che tutti hanno fatto migliaia di volte, un’idea schematica ma geniale etc. Devo ammettere che a rileggere il thread, sembra proprio di leggere un documento del qui, ora, ma anche una lettura delle ossessioni compulsive della gente tipo quella per l’igiene”.

Dai contenuti che posti, si capisce che hai fiducia nel tuo pubblico. Bisogna sapere di avere davanti qualcuno che capirà, apprezzerà o la penserà in maniera diversa, ma sempre in maniera qualificata? Oppure l’importante è comunicare, lanciare il sasso e vedere l’effetto che fa, a prescindere, tanto qualcuno che capisce ci sarà sempre?

“Non so, mi sembra di investire in astratto. Certe volte esprimendo un pensiero poni una riflessione e spesso mi sorprende il fatto che a dialogare su quel pensiero siano quelli che non mi sarei aspettato. La fortuna è che ci sia ancora spazio per qualche ragionamento che non passi dal rosa antico o dai pipponi finto intellettuali di certi progettisti. Mi piacciono i pensieri leggeri che si risolvono in una elegante piroetta”.

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Lo shopping trolley New York pensato e prodotto da Urbanista. “Un oggetto che ha portato un raggio di luce nel buio del mondo degli shopping trolley popolato di oggetti talvolta brutti, spesso mostruosi” secondo Odo Fioravanti.

Non ti capita certe volte di sentire su di te la responsabilità dei commenti altrui, specialmente se off topic o non esattamente “qualificati”?

“Responsabilità non ne sento, però è facile che mi facciano bollire il sangue, allora finisco per fare quello che sarebbe meglio non fare: rispondere con ardore!”.

Scrivere di un prodotto altrui vuol dire uscire allo scoperto anche sui propri gusti e rischiare un po’. Per esempio quando ti fanno notare che font e nome di Little Playmate sono “bruttini”. Quanta consapevolezza c’è in un designer che commenta il design altrui che tutto quanto scriverà potrà essere usato… contro di lui?

“Se dici ‘mi piace questo’, ti esponi alla risposta di chi dirà ‘mi fa schifo’. Quello che succede interiormente è che se dico che mi piace vuol dire che mi descrive e se qualcuno risponde ‘mi fa schifo’ un po’ finisce per dirlo a me. Ma questo fa parte del gioco di essere designer e diventa cosa di tutti i giorni. Quando metti al mondo delle cose e gli doni una vita, poi finirai per soffrire ogni volta che saprai che non sono amate o trattate nel modo giusto”.

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Scrive Fioravanti del raffreddatore Playmate della Igloo: “Questa tipologia di oggetti in generale sono dei cuboni che elevano al cubo la bruttezza. Colori sbagliati, di solito azzurrognoli che custodiscono il lasagnone che poi devi aspettare tre ore per fare il bagno, che sennò la congestione. Qui la forma dell’oggetto diventa maniglia, tagliata in stile Marc Newson con la forma mozzata che ne risulta colorata di fucsia. La versione piccola è stilosa come una borsetta (tooop, adoro) vi renderà protagonisti sulle spiagge di tutto il mondo. Grande intelligenza nella soluzione del coperchio che si apre semplicemente facendolo ruotare su un lato, attraverso i perni sempre colorati a contrasto (che quindi non dovrete più adagiare sulla sabbia)”.

Il post sul portaspazzolini di Studio Klass come game changer è quasi una lezione di storia del design. In quali altre situazioni che non sia lo stretto giro di addetti ai lavori (scuole, cenacoli di designer, sempre meno le fiere e i saloni, direi) ti capita di confrontarti sull’innovazione? Come è cambiata la percezione del design nel pubblico di non addetti ai lavori negli ultimi anni, secondo te? C’è la stessa predisposizione a voler capire, studiare, apprezzare un pezzo di design che (forse) c’era una volta, oppure è il design che un tempo era più vicino alla vita di tutti i giorni e oggi sembra aver preso altre strade?

“Ovviamente non capita spesso di parlare di innovazione, perché le aziende e il sistema design hanno scambiato il concetto di nuovo con quello di innovazione. Il nuovo, o diciamo ciò che la memoria corta dei nostri tempi ci fa pensare sia nuovo, poco ha a che fare con l’innovazione. Il problema sarebbe di riquadrare alcuni gesti della vita quotidiana e andargli incontro col design un po’ come in certi pezzi mitici di Paolo Ulian, in cui una foto è già un corto circuito con la nostra esperienza, le nostre necessità, e diventa automaticamente desiderio di possederla, di infilarla nella nostra quotidianità. Certo il design ha preso altre strade. Capita di ricevere telefonate da giornalisti che ti chiedono: ‘Ma tu hai disegnato qualcosa di rosso? Sai, stiamo facendo un servizio sul rosso…’. Per fortuna ho degli interlocutori come colleghi e critici con cui parlarne e trovare ancora piacere e grande gioia in questa disciplina”.

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“Mi piace questo porta spazzolini chiamato Maiuan e ideato dagli Studio Klass Marco Maturo e Alessio Roscini perché con sintetica eleganza, individua una soluzione intelligente per un problema che è stato da sempre sotto gli occhi di tutti e anche di tanti designer. Si tratta di quel tipo di idea che, da designer appunto, avrei voluto avere io. Da sempre confiniamo gli spazzolini in bicchieri di varia forma in cui, nella migliore delle ipotesi, si appoggiano l’uno all’altro (cosa che in famiglia è un problema ridotto, ma in caso di convivenze più allargate diventa consistentemente poco igienico). Poi c’è il caso comune di spazzolini uguali e non distinguibili, tra abitanti della stessa casa. Qui il trucco c’è ma non si vede: gli spazzolini si ripongono in ordine in fori cilindrici che li terranno alla giusta distanza e che però hanno profondità diverse, instaurando un piccolo odonto-climax. Verrà naturale anche a voi pensare che quello più in basso vada al più giovane e quello più alto al più vecchio. Ecco, il design ha ancora la forza di proporre piccole astuzie che rendano i gesti quotidiani più sensati, come se fossero scintille che qualcuno (in questo caso i bravissimi Studio Klass) ha nascosto tra le pieghe di una manciata di materia. E’ il designer che spedisce una carezza all’uilizzatore per interposto oggetto e proprio questa carezza è la forma della speranza per la nostra amata disciplina”.

La sensazione, a leggere i commenti che si scatenano a ogni tua recensione, è che davvero un oggetto, come diceva Sottsass, è la base di una serie di riti esistenziali. Il caso del portaspazzolino lo dimostra: chi si stranisce perché non si può pulire, chi lo voleva a sei posti per le famiglie numerose… La funzione è molto più presente nella mente dei consumatori di quanto forse oggi le sovrastrutture glamour non vogliano farci credere. Quali altri modi oltre ai social ha oggi un designer per avere un feedback di questo tipo con il pubblico?

“Sai che non ce ne sono tanti? Io sono uno che si siede all’Ikea e si studia la gente che passa. Origlio in modo indecente e cerco di capire, faccio fantasie, desumo, assorbo quello che dicono. La gente parla dello stile di casa propria, azzarda abbinamenti, fa styling su scala piccola e questo è incredibile se pensi che la generazione precedente, se escludi quelli colti nelle grandi città, buttava dei mobili nella casa senza discorsi di stile, seguendo solo quello che riusciva a trovare nei negozi e ‘tagliando’ questa sostanza con mobili e oggetti ereditati dalla prozia o dalla nonna…”.

 

 

 

 

 

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La Vaporella di Polti secondo Odo Fioravanti: “Mi piace tanto, la possiedo da tanti anni. Indistruttibile fatta di parti disomogenee, come se fosse stata disegnata da un ingegnere tutto solo. Ogni parte ha un senso ed un materiale ragionato e manca ogni tentativo di raccordare le forme e renderle piacevoli. Niente carter, facile da disassemblare, interfaccia intellegibile. E’ così poco “didesain” da fare il giro completo e diventare “didesain” come certi pezzi sfacciatamente poco friendly di Grcic. Un oggetto dall’onestà disarmante. L’hashtag è uno solo: #pochissimepugnette”.

Io sono uno che si siede all’Ikea e si studia la gente che passa. Origlio in modo indecente e cerco di capire, faccio fantasie, desumo, assorbo quello che dicono.

Quanta consapevolezza hai di finire per raccontare, seppure indirettamente, il tuo design attraverso quello degli altri?

“Beh, è tutto lì: ‘Quali cose siamo’, come ha detto Mendini. I gusti di una persona, un libro, una scultura, un dipinto, una canzone, rappresentano un identikit. Guardare il design degli altri serve anche a me per capire chi sono e che ci faccio qui. Scopro pezzi di me, amori infiniti e idiosincrasie dolorosissime, in questo viaggio interiore. Per quello ogni designer alla fine mette in gioco una scelta difficile, compromettendo per sempre un rapporto sereno con le cose, spostandolo a un livello di perenne indagine e inquietudine”.

Se dici ‘mi piace questo’, ti esponi alla risposta di chi dirà ‘mi fa schifo’. Quello che succede interiormente è che se dico che un oggetto mi piace vuol dire che mi descrive e se qualcuno risponde ‘mi fa schifo’ un po’ finisce per dirlo a me.

Esiste il problema della bolla del design e dei designer. Ne parla spesso, tra gli altri, Giulio Iacchetti, secondo cui – e per fortuna non è da solo – bisogna progettare, ma anche comunicare, un design che sia democratico, per tutti. Quanto uno strumento come i social può servire a uscire dalla bolla?

“Un po’ sì e un po’ no, nel senso che sui social c’è anche la versione peggiore di noi e non so se si possa ritenere veridica. Insomma per uscire dalla bolla c’è solo la vita…”.

Sì, probabilmente scrivo per una forma di supplenza del ruolo che dovrebbero ricoprire riviste di settore e premi. Chi scrive e decide, ahimé, non ha spesso gli strumenti per capire. In generale si studia poco e superficialmente. Capita di ricevere telefonate da giornalisti che ti chiedono se hai disegnato qualcosa di rosso: sai, stiamo facendo un servizio sul rosso…

Da designer, come consideri buttare un occhio nel mondo attraverso i social? Un modo per capire cosa succede? Un modo per avere una visione distorta della realtà? Che cosa pensi che le persone chiedano al design, oggi, se guardi il mondo con il filtro di un social network?

“Mancano gli spazi di confronto sicuramente e i mezzi su carta stanno pian piano scivolando via, quindi si cerca di rimpiazzare gli strumenti che un tempo erano scontati. I social per me rappresentano prima di tutto una specie di aggregatore di notizie e stimoli e in questo senso sono utili. E’ un grande updrade per raccontare agli altri quella canzone, quella notizia, quella vignetta che ti è piaciuta così tanto che vuoi condividerla con gli altri per farli godere. Ma se dovessi desumere quello che la gente vuole dai social, forse mi scoprirei fuori moda e smetterei”.

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“Mi fa impazzire la sedia Wogg50 di Jörg Boner per Wogg che ritengo una delle sedie più belle degli ultimi venti anni. Un uso del legno curvato che è inarrivabile, un pensiero tridimensionale deciso e decisivo nella forma, inedito nella disposizione delle parti, geniale nella struttura. Sembra arrivata da un altro pianeta dove l’estetica parte da presupposti diversi e approda a linguaggi sconosciuti. Impilabile verticalmente senza neanche sembrare impilabile, la Wogg50 è per me un punto fermo in un momento storico di contenuti emulsionati e supercazzole autoestinguenti. Impazzisco per la curva alta dello schienale che si chiude sul sedile e incornicia la linea spezzata interna con un garbo e un gioco di alternanza da masterpiece. Un oggetto di consistenza granitica, ma che si tira su con un dito”.

Quanto incide sul design come lo intendi tu questa ‘nuvola fatta di influencer, improvvisatori casuali e giornalisti annoiati’? Alla fine è tutta colpa di questa nuvola o sulla cultura del progetto piove anche per altre cause?

“Certe volte succede solo quello che semplifica la vita alla maggior parte delle persone. Uno dice la poesia, l’altro gli dice bravo, qualcuno paga entrambi. Io di base, in questi casi, vado a prendere il pop corn, ma torno subito… giuro!”.

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