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12 giugno 2018

Osvaldo Borsani, dalla mostra in Triennale alla caccia all’inedito

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Non soltanto retrospettive e omaggi: primi contatti tra l’Archivio e le aziende interessate ai progetti nel cassetto

Se pensate che la parola design sia inflazionata, dovete leggere quello che dichiarava in una (bella) intervista a Ottagoni l’imprenditore e designer Osvaldo Borsani. Era il 1973: “Quando noi usavamo il vocabolo ‘design’, lo facevamo con rispetto profondo perché si nominava un nuovo modo di pensare e di costruire: era una parola che usavamo solo noi, gli addetti ai lavori, mentre tentavamo, muovendoci in un contesto sordo e difficile, di spiegare, introdurre, divulgare i metodi della progettazione applicata all’industria. Oggi non usiamo più questo vocabolo, talmente è volgarizzato, talmente è usato a proposito e sproposito, che a volte siamo in sospetto. Noi non siamo fatti per lavorare nel capito e nell’acquisito, cerchiamo nuovi modi e perciò per nominare nuove cose occorrono nuovi vocaboli”. Chissà quale vocabolo avrebbe proposto oggi Borsani, in un mondo in cui la parola design ha occupato ogni spazio e finito per essere associata, spesso in modo improprio, a fenomeni che spesso non hanno nulla a che vedere con un “nuovo modo di pensare e di costruire”.

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Norman Foster e Tommaso Fantoni, curatori della retrospettiva su Osvaldo Borsani alla Triennale di Milano

La retrospettiva e le visita in villa a Varedo

Borsani, designer, architetto e imprenditore vissuto tra il 1911 e il 1987, è in questi giorni al centro di una riscoperta importante. Tra i primi ad averlo riportato sul mercato ci sono le case d’asta: pezzi originali usciti dalla fabbrica di Varedo possono arrivare a una quotazione di 50 mila euro come la specchiera del 1946 battuta recentemente da Sotheby’s. Mancava, però, una retrospettiva in grado di fare il punto sull’eredità e la lezione di questa figura. Finalmente, quest’anno, è arrivata la degna celebrazione con la mostra in Triennale a Milano: trecento arredi e quattrocento immagini selezionate dallo sterminato archivio Borsani e allestite da Norman Foster e da Tommaso Fantoni, nipote del designer. E, ancora, l’apertura al pubblico con visita guidata della villa di famiglia a Varedo, per un progetto a cura di Ambra Medda. Infine, l’omaggio di Dimore Studio, che ha aperto gli spazi della gallery in via Solferino 11 a una serie di pezzi unici firmati Borsani e realizzati tra gli anni 30 e 60.

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Osvaldo Borsani in Triennale

Le aziende a caccia di inediti

La notizia è che questa riscoperta potrebbe dare il via alla produzione di pezzi inediti nati attingendo al patrimonio vastissimo dell’archivio Borsani. Lo dice Tommaso Fantoni, l’architetto e nipote di Osvaldo che ha allestito la mostra in Triennale con Sir Norman Foster. “In quelle carte ci sono tantissimi studi di progetti mai realizzati. Sono modelli, schizzi, prove. Qualcuno si è fatto avanti per capire se ci sono le possibilità per collaborare con la fondazione e mettere in produzione questo materiale. Attualmente, siamo in una fase di colloqui preliminari”.

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Osvaldo Borsani in Triennale

Sartorialità e industria: un’idea di futuro

Nell’attesa di capire a che cosa può portare questa riscoperta, non resta che indagare l’attualità di Borsani. Perché, dunque, il design contemporaneo si riaccosta a questa figura? Una ragione è il perfetto equilibrio tra artigianalità e industria che caratterizza i mobili e le produzioni di Borsani e dei suoi marchi, Abv e Tecno, quest’ultimo fondato alla fine degli anni Cinquanta con una idea, all’epoca innovativa, di grafica e immagine aziendale coordinata. La matrice del design di Borsani arriva dall’azienda paterna, quella falegnameria che negli anni Venti costruiva mobili d’ispirazione deco per la borghesia milanese. È con quell’imprinting che oggi definiremmo tailor made, unito a uno sguardo sul futuro, che nel 1933, a 22 anni, Borsani realizza per la Triennale la Casa Minima portando in Italia una sintesi del Movimento moderno, tra volumi in aggetto, angoli arrotondati, superfici vetrate e finestre a nastro. Si affaccia dunque quella visione di futuro che è ancora adesso alla base del successo del maestro. La villa familiare di Varedo è il suo capolavoro del periodo ante-Tecno: una costruzione in cui la visione architetturale è fondamentale, visto che il disegno permette al padre Giovanni di tenere sott’occhio insieme l’ingresso della casa, il salone e la falegnameria. Dice Ambra Medda: “Basta camminare tra le sue stanze, per capire quanta attenzione è stata riservata a ogni dettaglio e ai materiali, negli interni come nel giardino. Quella di Varedo è la casa di un architetto, pratica ed equilibrata, eppure sublime. Si ha davvero il senso di come, nel suo lavoro, Borsani non sia mai sceso a compromessi sulla qualità o sulla funzione”.

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Osvaldo Borsani in Triennale

Da Lucio Fontana alla Luna

Con il tempo sarebbero arrivati altri momenti che avrebbero proiettato Borsani nella storia: le collaborazioni con i grandi artisti del tempo, da Lucio Fontana a Fausto Melotti fino a Arnaldo e Giò Pomodoro; invenzioni come Graphis, la scrivania che nel ’68 rivoluziona l’arredo per ufficio e, nel 1985, l’ultimo pezzo cui l’imprenditore dà il via libera: il tavolo da lavoro Normos disegnato da Norman Foster e ispirato alle forme della navicella con cui l’uomo atterrò sulla Luna. A Normos andò il Compasso d’oro. È un pezzo che più di ogni altro spiega come secondo Borsani dovevano essere concepiti gli arredi: non mobili ma sistemi flessibili, democratici e “orizzontali”.

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Osvaldo Borsani in Triennale

L’omaggio di Dimore Studio

L’altro omaggio in corso a Borsani è quello che tributano al maestro Britt Moran ed Emiliano Salci: il duo di Dimore Studio ha appena aperto gli spazi della gallery in via Solferino 11 a Repertorio, una serie di pezzi unici firmati Borsani e realizzati tra gli anni 30 e 60. Sono mobili bar in legno e vetro dipinto a mano, specchi in legno laccato e dettagli in foglia oro, consolle in noce e mogano, lampade da terra, poltrone, librerie modulari. Non è la prima volta che Borsani ispira Moran e Salci: che l’omaggio avvenga negli stessi giorni della retrospettiva in Triennale, chiude il cerchio e spiega una volta di più perché il design debba tornare alla lezione di questo maestro.

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Osvaldo Borsani in Triennale