Padiglione Italia per Expo Dubai, perché il peggio deve venire - CTD
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Paolo Casicci

22 marzo 2019

Padiglione Italia a Expo Dubai, ecco perché il peggio deve ancora venire

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Bersagliato di critiche, del progetto dei barconi rovesciati di Ratti e Rota non si sa ancora se potrà avere 16 o 23 milioni di euro. E il committente Invitalia, a norma di bando, può decidere di non assegnarlo ai vincitori

di Quit

Con la pubblicazione dei risultati da parte dell’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa – Invitalia S.p.A. – si è concluso, qualche giorno addietro, il concorso internazionale di progettazione per il Padiglione Italia all’Esposizione Internazionale che inizierà a Dubai a ottobre 2020.

La prima Expo nei Paesi dell’area EAU seguirà di cinque anni quella di Milano e ha scelto come tema Connecting Minds, Creating the Future. Preannunciata, come è solito a quelle latitudini, in grande stile, sarà un evento della durata di sei mesi all’insegna del sapere condiviso e dell’innovazione tecnologica a cui prenderanno parte più di 160 paesi e in cui sono attesi oltre 25 milioni di visitatori.

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Il progetto vincitore di Carlo Ratti, Italo Rota, F&M Ingegneria e Matteo Gatto

È oramai ufficiale che l’Italia si presenterà con il padiglione firmato da CRA-Carlo Ratti Associati, Italo Rota Building Office, F&M Ingegneria, Matteo Gatto & Associati le cui tre barche capovolte sul tetto sono diventate famosissime nel giro di pochi giorni. Il progetto vincitore ha però da subito sollevato diverse perplessità e raccolto sui social media critiche anche feroci da parte della nutrita comunità virtuale degli architetti che pure hanno avuto l’effetto di aumentare tra i non addetti ai lavori la percezione di una categoria rancorosa ed eccessivamente critica nei confronti di quei colleghi capaci di assurgere a notorietà.

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Il progetto vincitore di Carlo Ratti, Italo Rota, F&M Ingegneria e Matteo Gatto

Era già accaduto con la vicenda del progetto di Piano per il ponte di Genova che tanto accanimento venisse a sua volta criticato perché alla stragrande maggioranza era sembrato quantomeno di cattivo gusto opporsi in maniera così ingrata al “regalo” del più famoso architetto italiano contemporaneo. Ma se in quel momento, sull’onda emotiva dell’emergenza, era passata la logica che vuole che a caval donato, specie se proveniente da una scuderia prestigiosa, non si guardi in bocca (e poco ha importato che invece di un purosangue si trattasse di un brocco che perderebbe pure a una sagra di paese), in questo caso la questione è diversa, perché l’immaginario collettivo ha istintivamente attinto non al passato glorioso di un popolo di santi, poeti e navigatori, bensì alle tragedie che quotidianamente avvengono nel Mediterraneo e più in generale all’idea di naufragio che pervade la situazione attuale di un Paese, il nostro, che fa fatica a trovare una rotta, il più possibile condivisa, da seguire.

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Il progetto vincitore di Carlo Ratti, Italo Rota, F&M Ingegneria e Matteo Gatto

Giardino “all’italiana”

“Beauty connects people” è lo slogan ufficiale della partecipazione italiana a Dubai 2020 che gioca la carta della creatività e della bellezza che ci contraddistinguono in tutto il mondo quale contributo per il futuro dell’umanità, e non vi è dubbio che sia un argomento di grande fascino capace di suscitare un senso di orgogliosa appartenenza.

Secondo il bando pubblicato nell’ottobre scorso e lanciato in grande stile con una roadshow di presentazione che ha toccato da nord a sud alcune tra le maggiori città italiane, la bellezza che connette le persone doveva essere “l’elemento chiave di uno spazio unico e senza precedenti” che “superando il modello espositivo dell’edificio iconico” doveva avere la “forma di un tipico giardino all’italiana, celebrato nella storia e riprodotto in tutto il mondo”.

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Il progetto di Gianluca Peluffo & Partners in cordata con Pr Ass Tecnica Edilizia, Greenland e HZ Studio Architecture&Engineering, arrivato secondo

“Abbiamo scelto di rappresentare l’Italia mediante la metafora del giardino – si legge in uno dei tanti allegati – perché esso è una sorta di mondo nel mondo dove eccellenze, patrimoni, arti, saperi, tradizioni, lingue e culture diverse hanno fatto del nostro Paese un territorio fertile di straordinaria eterogeneità, ecletticità, ricchezza”.

Seppure interpretato in chiave metaforica e con riferimenti forse al Mediterraneo come giardino comune dei paesi che vi si affacciano, è evidente quanto sforzo di immaginazione sia necessario per vedere un giardino all’italiana in tre barche capovolte che formalmente richiamano piuttosto ai villaggi di pescatori dell’isoletta di Lindisfarne al nord dell’Inghilterra, comparsa in una puntata della serie tv Vikings.

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Il progetto arrivato terzo, di Dodi Moss in collaborazione con l’artista Edoardo Tresoldi e SCA

Fatto salvo l’interesse di Invitalia S.p.A. a decidere, coerentemente alla propria interpretazione, quale proposta fosse più affine alle proprie esigenze, ci si sarebbe aspettato che la scelta del progetto vincitore fosse stata motivata anche in relazione a quella che è, a tutti gli effetti, l’unica e precisa indicazione progettuale di tipo figurativo presente nel bando e riproposta insistentemente in numerosi allegati. Ma di tutto questo non vi è traccia nel comunicato stampa ufficiale così come rimangono abbastanza incomprensibili i motivi che hanno portato a fare richiesta al Ministero della Difesa di un tenente colonnello del Genio Militare con esperienze in dismissioni come Presidente di Commissione, quasi che giudicare le 19 proposte pervenute fosse una questione di sicurezza nazionale e che Expo Dubai fosse l’operazione Desert Storm.

Perché un tenente colonnello del Genio Militare come Presidente della Commissione giudicatrice? Invitalia non ha spiegato come il progetto vincitore risponde all’idea di giardino all’italiana che il bando richiedeva di sviluppare

Un concorso a ostacoli

Per tutta la gestione dell’operazione, Invitalia ha scelto di mantenere ampi margini di discrezionalità, a partire dall’affidamento dell’incarico per il progetto vincitore fino alla definizione dei costi. Per quanto riguarda il primo punto, ha specificato che non è sufficiente dare risposte convincenti a 3704 (tremilasettecentoquattro) pagine di bando e allegati per avere la certezza dell’incarico riservandosi nell’ordine: di non proclamare un progetto vincitore; di proclamarlo ma di non assegnare l’incarico al gruppo di progettazione; di assegnare l’incarico di progettazione ma non quello di direzione dei lavori. Tutto questo aggiunge una ulteriore sfumatura all’accezione di offerta vantaggiosa solo per il committente e consolida la tendenza volta a sfiduciare e mortificare proprio quella creatività che il Padiglione Italia si fregia di celebrare.

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Il progetto arrivato terzo, di Dodi Moss in collaborazione con l’artista Edoardo Tresoldi e SCA

Alla luce di ciò sarà estremamente interessante capire dove si posizionerà il progetto vincitore in questa scala di gradimento, non escludendo sorprese dell’ultimo minuto. Come se non bastasse ha imposto ai partecipanti di correre con l‘handicap di non conoscere il costo finale delle opere e chiedendo loro di immaginare un edificio “scalabile” che costasse 15,7 milioni oppure 22,7 in base alle eventuali sponsorizzazioni in kind. Insomma, come dire che con un po’ di fortuna il budget potrebbe aumentare del 45%! I costi di partenza – pari a circa 3400 €/mq – sono significativamente più bassi in confronto ai padiglioni più importanti di Expo Milano 2015 – che partivano da circa 6.000 €/mq.

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Il progetto arrivato terzo, di Dodi Moss in collaborazione con l’artista Edoardo Tresoldi e SCA

Proprio tra i padiglioni più importanti meriterebbe di stare il 7° paese più industrializzato del mondo e dotato del maggior numero di siti UNESCO. È abbastanza singolare che l’Italia che ha una posizione molto favorevole nel sito Expo in rapporto al flusso di visitatori e che ha chiesto e ottenuto deroghe sull’altezza guadagnando metri utili a svettare sui padiglioni limitrofi, definisca in corso d’opera quale sarà l’aspetto definitivo del proprio padiglione. Raccogliere soldi tramite sponsorizzazioni è un’abitudine consolidata per i partecipanti alle Expo e particolarmente noto è il caso del padiglione USA che ogni volta viene realizzato da imprese consorziate senza la partecipazione economica del governo americano. La prassi vuole però che i contributi per le costruzioni siano raccolti prima i definire gli obiettivi e le scelte architettoniche. La sensazione è che, nonostante sia stato scelto il progetto che ci rappresenterà, la storia sia ancora tutta da scrivere.

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Il progetto arrivato terzo, di Dodi Moss in collaborazione con l’artista Edoardo Tresoldi e SCA