A Lanzarote, dove il designer è la natura
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A Lanzarote, dove il designer è la natura

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Lava e architettura, un paradiso salvato dal cemento

Lo spettacolo della lava impietrata che ne fa un pezzo di Luna sulla Terra. Il miracolo della vite coltivata su collinette vulcaniche sfidando il vento e l’aridità. Le coste dell’Atlantico paradiso del surf e del kite-surf. E poi la tranquillità degli antichi villaggi dove s’è fermato il tempo e i trionfi di cactus, palme e aloe vera a ricordare che l’Africa è lì, a un centinaio di chilometri in linea d’aria.

Che cosa c’entra con il design una meraviglia della natura come Lanzarote? Apparentemente nulla. Tantissimo, se invece consideriamo l’architettura ciò che in fondo dovrebbe sempre essere: un prodotto dell’uomo che sposa ed esalta l’ambiente circostante. Lanzarote è un esempio perfetto di questa combinazione: anche lungo le coste più votate al turismo, la mano dell’uomo qui è stata meno sciagurata che nel resto delle Canarie. Merito di un uomo, un lanzaroteno: Cesar Manrique, l’architetto e artista a tutto tondo padre della battaglia per la preservazione dell’isola. Fu Manrique, di ritorno da New York dove aveva vissuto negli anni Sessanta accanto ai grandi dell’arte mondiale, a spingere città e cittadine di Lanzarote a scongiurare la costruzione di ecomostri e a puntare, invece, su strutture meno invasive. Se l’isola non è diventato un resort a cielo aperto, si deve all’architetto che ha anche punteggiato la sua terra di opere in armonia con il territorio, dalle sculture lungo le strade ai belvederi sulle rocce fino alle case scavate nella lava. “Per me” diceva Manrique “Lanzarote era il luogo più bello della Terra. E mi resi conto che, se fossero stati capaci di vederlo attraverso i miei occhi, allora l’avrebbero pensata tutti come me”.

La prima battaglia di Cesar fu per imporre anche alle nuove costruzioni caratteristiche antiche come muri in calce bianca e porte e finestre verdi e blu. Grazie a lui Teguise – l’antica capitale – e poi Haria, Yaiza e la minuscola Uga – dove il pomeriggio si può assistere al rientro dei dromedari in carovana negli allevamenti – hanno mantenuto intatto il loro fascino, mentre scorci pittoreschi regala anche la più moderna Arrecife, il centro principale con il Charco de San Gines, il rione col molo zeppo di locali dove gustare ottime tapas e spendere poco.

Soprattutto, la lezione di Manrique fu che si deve (e si può) costruire in armonia con il paesaggio. E il paesaggio di Lanzarote è, per almeno un terzo, vulcanico: dal 1730, una serie di eruzioni spaventose ricoprì di lava la parte occidentale dell’isola, generando le Montagne del fuoco che oggi formano lo spettacolare Parco del Timanfaya e, in passato, hanno portato Stanley Kubrik e altri registi a fare dell’isola il set perfetto per scene preistoriche o di fantascienza. Della lava di Lanzarote vivono le opere di Manrique. Per Los Jameos del Agua, Cesar utilizzò parte di un tunnel vulcanico costruendo un auditorium naturale che sfrutta la sonorità della grotta e ospita regolarmente concerti. Accanto, un giardino di palmeti, un lago artificiale e il centro di ricerca Casa dei vulcani. Scavata in un tunnel lavico è anche la casa in cui Manrique visse fino al 1987, prima di trasferirsi in un’altra abitazione, anch’essa visitabile, ad Haria. Dall’esterno la casa è invisibile, calata com’è in un malpais di ostici blocchi di lava neri. All’interno, lo spettacolo di cinque bolle vulcaniche trasformate in ambienti abitabili e arredati in maniera sobria e, insieme, spettacolare, puntando sul bianco dei pavimenti e delle porte a contrasto col nero lavico.

Imperdibili, sempre di Manrique, il Jardin de Cactus, con 1400 specie di piante grasse da tutto il mondo, e il belvedere del Río, su una rupe torreggiante da cui, guardando a nord da un’ampia balaustra, si possono ammirare La Graciosa e gli altri isolotti dell’arcipelago Chinijo.

Non solo Cesar Manrique e le sue opere testimoniano nell’isola la fatica di ricavare la vita da un ambiente ostile. La Geria è la zona interna dell’isola dal paesaggio vulcanico dove l’uomo è riuscito a strappare alla terra il miracolo di migliaia di vigneti coltivati sfidando l’aridità, il vento e, appunto, il terreno lavico. Sfruttando i picon, sassolini di pietra lavica porosi, e perciò in grado di assorbire l’umidità della notte e rilasciarla di giorno alla vite, i contadini scavano delle piccole fosse sul terreno in cui piantano i vitigni, per poi proteggerli con muretti semicircolari fatti delle pietre caratteristiche. Il frutto di questa fatica sono alcuni ottimi vini che si possono degustare nelle migliori enoteche lungo la strada, apprezzati negli ultimi tempi un po’ in tutto il mondo.

Dove mangiare:

Acatife: ristorante, Plaza Constitución 1, Teguise

El Amanecer: ristorante, La Garita 44, Arrieta

Casa Roja: ristorante, Puerto del Carmen