Paolo Ulian: "Il buon designer è un bambino felice e il marmo la mia scatola del Meccano" - CTD
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Silvia Cosentino

1 agosto 2019

Paolo Ulian: “Il buon designer è un bambino felice e il marmo la mia scatola del Meccano”

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Il creativo e i progetti più recenti per Antoniolupi: “La materia segue le sue leggi, da queste nasce anche il decoro. Noi progettisti siamo solo un tramite”

Un designer col destino creativo segnato dai natali. Originario di Massa Carrara, Paolo Ulian rimane affascinato da subito dal marmo, tanto da orientare la sua carriera di progettista verso questo materiale. La collaborazione con Antoniolupi lo porta poi a sperimentare liberamente dando vita a oggetti di straordinaria concezione dove ricerca e tecnologia sono in perfetta corrispondenza con una poetica che parte dalle proprietà del materiale e le esalta senza imbrigliarle.

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Plissé di Paolo Ulian per Antoniolupi Design

I pezzi più recenti di Ulian si presentano come progetti unici e carichi di fascino. Leggerezza e solidità sono gli assunti da cui parte il designer, caratteristiche che traspaiono dallo svuotatasche X-Tray in Cristalmood e dai lavabi Intreccio e Plissé. Quest’ultimo nasce in marmo di Carrara e viene poi sviluppato in Flumood, materiale tecnologico di moderna concezione. La solidità, addolcita dalla linearità reiterata longitudinalmente sulla superficie, nasce dall’osservazione della tessitura decorativa visibile nella lavorazione in waterjet di alti spessori di marmo. Ne deriva un’estetica basata sulla spontaneità dell’imperfezione. Il lavabo si mostra come rivestito di un leggero tessuto plissettato, che dà l’impressione di muoversi grazie al gioco di ombre e luci determinate tramite l’effetto in rilievo. Abbiamo approfittato di questi ultimi progetti per parlare con Ulian del suo approccio progettuale.

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“La forma dentro la forma”: Il lavabo Introverso rivela l’anima della materia attraverso un oggetto. Quali sono stati i processi che l’hanno portata a immaginare e a rendere visibile tutto questo, partendo da un materiale così solido e monolitico come il marmo?

“Le dinamiche che danno vita a un’idea per me sono ogni volta diverse e spesso misteriose. In questo caso tutto è partito da una visita a un laboratorio di lavorazione del marmo dove ho assistito al processo per ottenere la parte concava di una ciotola. Il sistema di lavorazione era relativamente semplice e consisteva nell’affondare un disco diamantato nella pietra provocando su di essa dei tagli paralleli e a intervalli regolari in modo da creare delle lamelle sottili di marmo facili da spezzare e asportare, andando così a creare la concavità. Quello che mi colpì particolarmente fu il passaggio intermedio di lavorazione, caratterizzato dall’effetto decorativo creato dallo ‘spacco’ delle lamelle a colpi di mazza, che trasformava la superficie in una texture tridimensionale molto particolare, una sorta di decorazione spontanea, random, conseguenza naturale di quel tipo di lavorazione e di quella materia. Un passaggio non più visibile nel momento in cui il pezzo sarebbe stato ripulito con la levigatura. Ed è quella per me la parte più interessante del progetto, far assurgere a livello di estetica finale quella bellezza casuale e irregolare del passaggio intermedio di lavorazione che altrimenti sarebbe rimasta nascosta tra le mura del laboratorio. Partendo da questa semplice intuizione sono arrivato velocemente a immaginare e a mettere punto i primi modelli di vasi da fiori caratterizzati dall’effetto di trasparenza e di leggerezza grazie all’alternanza tra le lamelle di marmo e gli spazi vuoti. Modelli che più avanti sarebbero diventati riferimento di partenza per la realizzazione dei miei due primi lavabi free standing per Antoniolupi che ho chiamato Introverso e Controverso”.

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Introverso per Antoniolupi design, Paolo Ulian

L’asportazione materica per stereotomia è una metodologia dalla storia antica, che ritrova le sue origini nella scultura. Nell’epoca dell’industria 4.0, in cui si assiste sempre più spesso a processi inversi, come quello della stampa tridimensionale in cui vediamo emergere un solido dal nulla, quanto è importante per lei mantenere intatto il legame con il passato nei processi di produzione, se pure in maniera tecnologicamente attualizzata?

“Penso che sia estremamente importante mantenere vivo il legame con il passato soprattutto quando ci si confronta con uno dei materiali più nobili e antichi per eccellenza come il marmo. Un materiale che per sua natura non accetta di essere forzato, senza tener conto delle basilari leggi che lo governano. Secondo me il marmo si può progettare direttamente nei laboratori, osservando come lavorano le macchine e le dinamiche virtuose che si creano quando l’utensile entra in contatto con la materia. Non si progetta smanettando forme astratte su un programma di disegno 3D. Un amico artigiano mi ricordava spesso che per entrare nella logica del marmo è fondamentale lasciarsi guidare dai suoi limiti e dalle sue caratteristiche strutturali. Se si cerca di stravolgere le sue proprietà, lui si ribella, pesantemente. Per questo quando si progetta con questo materiale è necessario partire da ciò che è acquisito, metabolizzato, sicuro. Per poi permettersi anche qualche licenza e qualche deviazione dal percorso principale, ma sempre nei limiti imposti dal materiale. Questa è una regola che applico anche a tutti gli altri materiali che mi capita di incontrare”.

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Intreccio di Paolo Ulian per Antoniolupi Design

Un amico artigiano mi ricordava spesso che per entrare nella logica del marmo è fondamentale lasciarsi guidare dai suoi limiti e dalle sue caratteristiche strutturali. Se si cerca di stravolgere le sue proprietà, lui si ribella, pesantemente. Per questo quando si progetta con questo materiale è necessario partire da ciò che è acquisito, metabolizzato, sicuro. Per poi permettersi anche qualche licenza e qualche deviazione dal percorso principale, ma sempre nei limiti imposti dal materiale.

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“Scelgo un blocco di marmo e tolgo tutto quello che non mi serve”. E’ una frase di Auguste Rodin. Questa operazione, in alcune delle sue più note produzioni, non solo è affidata ai processi produttivi iniziali, ma viene restituita anche all’utente, che a colpi di martello “spacca i rigidi paradigmi formali per liberare la forma che a poco a poco si intravede”. Quali sono i significati dietro a questo gesto?

“Ho sempre pensato che gli oggetti, oltre alla loro funzione primaria, possano essere anche portatori di emozioni, di messaggi e a volte anche diventare strumenti di educazione. Lasciare una parte del progetto aperta, non conclusa, è un tentativo di coinvolgere le persone, attraverso il gioco, nella partecipazione e nella definizione formale di una parte importante dell’oggetto. E’ come nella scena finale di Paterson, un film di Jim Jarmush in cui il protagonista, un autista di autobus che scrive poesie, siede affranto su una panchina. A un certo punto gli si avvicina un estraneo che poi si scopre essere un poeta, i due instaurano una conversazione e quando l’estraneo se ne va gli lascia in dono un nuovo taccuino con le pagine bianche. Il protagonista quel giorno aveva perso la fiducia in se stesso, ma quel taccuino gli fa ritrovare speranza ed energie per continuare a scrivere. Ecco, io vorrei essere come quell’estraneo che regala taccuini con le pagine bianche…”.

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Disegni di Paolo Ulian per Intreccio

Ci sono delle figure professionali, dei modelli, ai quali si ispira quando progetta, solitamente?

“In assoluto le persone di riferimento per me più importanti sono gli artigiani. Non tutti si intende, ma quei pochi con cui ho costruito nel tempo un rapporto di rispetto reciproco e di sincera amicizia. Sono loro che spesso traghettano una mia idea non ancora compiuta sui giusti binari o in direzioni inaspettate aprendo nuovi orizzonti”.

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Che tipo di legame ha con i processi scultorei e al contempo con la materia scolpita, il marmo?

“Il legame con il marmo risale ai tempi della mia infanzia. Sono nato a Massa Carrara e il rapporto con questo materiale è stato inevitabile, si giocava tutti i giorni al gioco delle piastre, una specie di gioco delle bocce ma con piastre di marmo, in cui si potevano vincere o perdere le figurine dei calciatori. E’ stata una vera di palestra dove si potevano conoscere le caratteristiche dei diversi tipi di marmo semplicemente giocando. Mentre con i processi di lavorazione ho iniziato a farmi un’esperienza nei primi anni Novanta quando iniziai a progettare utilizzando semilavorati di scarto provenienti dai bidoni delle aziende e dalle discariche di scarti di marmo. Questa iniziale curiosità per le macchine, dagli anni Duemila si è trasformata in una vera passione nel momento in cui la tecnologia digitale ha sostituito quasi totalmente il parco macchine presente nei laboratori di lavorazione. Un passaggio epocale che ha rivoluzionato e moltiplicato le opportunità nella progettazione del marmo aprendo una nuova stagione, in cui l’approccio progettuale e i linguaggi espressivi si sono dovuti evolvere di conseguenza. Siamo ancora agli inizi di questo processo di rinnovamento tecnologico e c’è ancora tantissimo da scoprire delle loro potenzialità. Io in questo senso mi sento come un bambino felice a cui hanno appena regalato una grande scatola del Meccano tutta da sperimentare”.

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Uno dei temi più ricorrenti nella sua produzione, e che emerge in maniera significativa nel lavabo Intreccio, è il rapporto tra solidità della materia e leggerezza della forma. Esiste un equilibrio tra opposti che può essere trasposto in maniera formale tramite il design?

“Penso che ogni progetto funzioni bene solo se si regge su una sommatoria complessa di equilibri risolti. Se ciò accade, se ogni tassello è al posto giusto, allora è possibile che si creino anche le condizioni per ottenere un risultato che sfiori i limiti imposti dalla materia e che ciò nonostante assolva perfettamente alla sua funzione operativa e formale. L’attrazione degli opposti è un’argomento che mi appassiona molto, ma è ammissibile solo a questa condizione. Nel lavabo Intreccio ci sono diversi fattori di progetto che si fondono in modo sinergico. Il primo è la volontà di realizzare un lavabo con il minimo quantitativo di materiale e di scarti. Volontà che poi ha portato a immaginare una nuova architettura costruttiva applicata a questa tipologia di oggetto. Un metodo costruttivo che ha poi rivelato anche il vantaggio di saper alleggerire in modo determinante il peso complessivo, che alla fine non supererà i 55 chili. Anche la forma a fiore ha una sua precisa ragion d’essere, permette di sovrapporre i vari anelli concentrici, sfalsandoli l’uno con l’altro”.

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Lastra per Plissé

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La sua produzione trasmette un forte senso di solidità, data dalla materia marmorea, e al tempo stesso di fragilità, che emerge in particolare nell’operazione dello “spaccare l’involucro” per dare vita alla forma. Esiste un’estetica “della frattura” collegabile a questo messaggio?

“Il tema della frattura mi ha sempre incuriosito per la spontaneità e la potenza della sua estetica. Sempre assolutamente perfetta anche se apparentemente casuale. Perché lo spacco non è mai casuale, risponde sempre a delle regole interne della materia che non possiamo prevedere e che a noi rimangono sconosciute. Possiamo solo cercare di veicolarle in determinate direzioni, come si fa quando si incanala l’acqua nei percorsi artificiali, cambia il percorso ma l’acqua continua a scorrere al suo interno producendo la stessa fluidità delle onde, le stesse increspature. La caratteristica che mi sorprende della frattura è proprio questa, che non sono io che progetto il decoro superficiale ma è la materia stessa che si esprime così, che crea la sua estetica spontanea. Quindi sì, per me esiste un’estetica ‘della frattura’, ma in questo io mi sento solo il suo umile mediatore”.

Quanto il design e la filosofia sono collegati a suo parere come discipline? Ci sono modelli filosofici di riferimento che si legano ai suoi pensieri progettuali?

“Non ho nessun modello filosofico di riferimento. Per me è di vitale importanza nutrirmi di qualsiasi espressione artistica umana e di qualsiasi espressione divina che la natura mi offre quotidianamente. Lasciarmi travolgere dalla bellezza di un fiore è la mia filosofia di riferimento. Commuovermi guardando un film di Lars von Trier è la mia filosofia di riferimento. Trovarmi a piangere di fronte alla Trinità di Masaccio è la mia filosofia di riferimento. Tutto è la mia filosofia di riferimento”.

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