Patate, alghe e fondi di caffè: le bioplastiche che salveranno la Terra - CTD
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21 dicembre 2018

Patate, alghe e fondi di caffè: la carica delle bioplastiche che salveranno la Terra

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Pontus Tornquist-posate-ecologiche

Designer all’opera in vista del 2021, quando i prodotti monouso non biodegradabili saranno messi al bando in Europa

di Alessandra Grasso

Il mondo ha iniziato la sua battaglia contro la plastica. L’inquinamento ha raggiunto picchi non più sostenibili, si stima che dagli 8 agli 11 milioni di tonnellate di plastica siano immessi ogni anno negli oceani. Ormai lo sappiamo, dal 2021 posate, bicchieri, sacchetti e cannucce usa e getta non saranno più disponibili. Potrebbe sembrare banale partire da questi piccoli oggetti ma non lo è se consideriamo che solo gli Stati Uniti consumano 500 milioni di cannucce ogni giorno. Inoltre la sostituzione di certi prodotti usati nel quotidiano è, secondo gli esperti come Dune Ives ambasciatrice ambientalista, il modo più facile per abituarci a rinunciare ad altri tipi di plastica.

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GreenPeace Italia, spiaggia sommersa dalla plastica

La necessità del rimpiazzo di questi prodotti ha comportato la ricerca e lo sviluppo di nuove idee dal design sostenibile. Se da una lato del pianeta Bob Donegan e il suo team dei ristoranti Ivar’s e Kidd Valley hanno passato centinaia di ore a testare nuove cannucce di paglia o di carta, dall’altro troviamo Kaffeeform che mette in produzione le tazzine ideate da Julian Lechner, un giovane designer tedesco. Lechner, che ha studiato in Italia alla Libera Università di Bolzano, dopo tre anni di sperimentazione e confronto con esperti del settore ha unito colle naturali e frammenti di legno ai fondi di caffè trasformando ciò che spesso consideriamo un rifiuto in tazzine e piatti perfettamente capaci di resistere a diversi lavaggi ma totalmente biodegradabili.

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Kaffeeform, tazzina con fondi di caffè riciclati

Stop alle cannucce da Starbucks a Ikea

La cannuccia è recentemente diventata il vero e proprio simbolo della battaglia per la sopravvivenza del pianeta. Colossi come Ikea, Starbucks, Hilton e Marriott UK hanno iniziato una gara al rilancio a chi riesce prima e meglio a eliminarle dai propri punti vendita e alberghi. Starbucks, ad esempio, sostiene che le sostituirà con coperchi in plastica riciclabile per tutte le bevande fredde.

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GreenPeace Italia, spiaggia sommersa dalla plastica

Le posate totalmente naturali sperimentate per caso

Il mondo si interroga sui metodi più efficaci e rapidi per soppiantare la plastica, questo ha comportato la nascita di sperimentazioni che stanno producendo alternative interessanti. Come quella proposta da Pontus Törnqvist vincitore del James Dyson Award 2018. Törnqvist, originario di Göteborg, studia industrial design alla Lund University. Molto sensibile alle problematiche ambientali, ha realizzato una serie di posate totalmente naturali. Ci racconta della nascita del progetto della Potato Plastic, un sostituto della plastica realizzato tramite l’amido di patate che ha visto la nascita quasi per errore.

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Pontus Tornquist, posate a confronto

“Facevo molti esperimenti con le alghe e cercavo un possibile legante. Uno di questi era, appunto, l’amido di patate e l’acqua. Ho rovesciato per sbaglio parte del fluido e in seguito l’ho ritrovato asciutto. Ho trovato quel risultato casuale molto interessante perché malleabile. Così mi sono concentrato solo su questo materiale”.

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Pontus Tornquist, processo di produzione di un cucchiaio

Ma non tutto è lasciato al caso. Il giovane designer è partito dalla precisa idea di usare un prodotto naturale e soprattutto locale per favorirne la produzione. Il suo obiettivo finale è che si possano ottenere utensili realizzati con amidi diversi a seconda della particolare produzione di un Paese.

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Pontus Tornqvist, il designer mentre realizza le posate in Potato Plastic

Ciò che rende sorprendente la Potato Plastic è che può essere realizzata anche in casa. Törnqvist ne svela i passaggi come una ricetta: si mescolano gli ingredienti finché il liquido non si addensa, lo si versa su una superficie per renderlo sottile come un foglio, poi lo si inforna per eliminare l’acqua e asciugarlo completamente. A quel punto il vapore lo rende flessibile e lo si può modellare dandogli la forma che si vuole. Così descritto, a posteriori, appare davvero elementare, eppure scoprire per la prima volta tutti i passaggi è stato un lavoro complesso che ha richiesto molto tempo.

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Pontus Tornquist, posate ecologiche

Törnqvist stesso ha costruito le posate nella propria cucina impiegando quasi una settimana per produrre una forchetta. Il suo consiglio? “Non pensate di realizzare da soli le vostre posate se avete ospiti per cena!”.

Il James Dyson Award ha aperto molte possibilità per il giovane designer, permettendogli di continuare a indagare il materiale in un campo che egli stesso definisce eccitante. Secondo Törnqvist siamo circondati da materiali con grandi potenziali che possono sostituire la plastica, dobbiamo solo scoprirli.

Le macro-alghe in arrivo dall’Olanda

Se il designer svedese è approdato all’amido di patate partendo dallo studio delle alghe, altri designer hanno dimostrato che questo prodotto è un valido sostituto ecocompatibile dei polimeri fossili. Un esempio sono gli olandesi Erik Klarenbeek e Maartje Dros. Il loro progetto esplora il potenziale di una varietà locale di micro e macro-alghe. Queste, quando ancora in acqua, fingono da filtro ripulendo aria e acqua da C02 che a sua volta gli permette di produrre un amido che successivamente può essere usato come materia prima per la bioplastica.

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Erik Klarenbeek e Maartje Dros, bioplastiche da alghe ©Antoine Raab

L’obiettivo finale dello studio è costruire un ponte tra la ricerca scientifica e l’economia locale attraverso la biofabbricazione, ovvero una rete di stampanti 3D biopolimeriche chiamata 3D Bakery che consenta di stampare oggetti, su varia scala, rispettosi dell’ambiente.

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Erik Klarenbeek e Maartje Dros, 3D Bakery ©Florent-Gardin-008

Presso l’Atelier LUMA di Arles hanno predisposto la loro struttura per mettere in mostra il loro lavoro. Lo hanno chiamato AlgaeLab, un programma senza scopo di lucro che sperimenta attivamente come il design e l’intelligenza creativa possano ripensare le forme per una produzione ecologicamente sostenibile. Dentro questo laboratorio è messa in mostra l’intera catena di produzione, il visitatore può sperimentare l’intero ciclo di creazione dalla materia prima al prodotto finale, vi sono i macchinari per la coltivazione, la raccolta e l’essiccazione delle alghe.

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Erik Klarenbeek e Maartje Dros, bioplastiche da alghe ©Antoine Raab

Gli oggetti attualmente prodotti in laboratorio sono una riproduzione in bioplastica di alghe della collezione storica del Musée Départemental di Arles di cui il team ha, precedentemente, effettuato una scansione 3D. La loro ambizione, però, è di rifornire in futuro tutti i ristoranti e gli eventi di catering in città con le stoviglie di AlgaeLab.

 

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Erik Klarenbeek e Maartje Dros, bioplastiche da alghe ©Antoine Raab