Patrizia Di Costanzo, il senso di una designer per Facebook | CieloTerraDesign
menu
Paolo Casicci

25 Ottobre 2017

Patrizia Di Costanzo, il senso di una designer per Facebook

Share:

La sfida social dell’architetto romano: un mosaico di bellezza che prende vita sul web e ora in un libro

 

Dedicato a chi cerca un filo. In quello speciale flusso d’incoscienza che è il nostro muoverci nel web affamati di immagini e di storie (e di storie per immagini), abbiamo tutti bisogno di un orizzonte. Patrizia Di Costanzo ce ne regala uno prezioso, esplorato in due modi apparentemente lontani: il suo profilo Facebook, col quale semina bellezza ogni giorno, più volte al giorno, attraverso scatti, suoi o altrui, di architetture e design. E un libro fresco di stampa, Lo sguardo delle cose, che riassume ed esplicita il senso di questa sua missione social. Un filo rosso (come il colore più ricorrente delle immagini scelte) scorre tra ombrelli e anelli, modanature e tacchi, lampade e portacandele, e impone anche all’occhio più distratto un mosaico eclettico in continuo divenire, zeppo di connessioni tutte da decifrare. Un viaggio, questo delle cose che ci guardano, che ha come meta lo stesso viaggiare.

Ma facciamo un passo indietro. Patrizia Di Costanzo è un’architetto e design manager di Roma dal curriculum lungo e importante. Nel libro, che è anche l’occasione per festeggiare quarant’anni di attività, è lei stessa a ripercorrere le tappe del suo lavoro che le stanno più a cuore. Eccola nel 1980, al Salone del Mobile di Milano, mentre sfoglia un numero di Domus e dà l’ispirazione all’amico e imprenditore Paolo Pallucco per rimettere in produzione la linea che J.J.P. Oud aveva disegnato nel 1927: i mobili per le cinque case a schiera su una collina di Stoccarda volute da Mies van der Rohe per il celebre progetto che scatena i maestri del Movimento moderno. Eccola, poi, lavorare alla collezione Casa Italiana per i magazzini romani Forma & Memoria, lo storico concept store della capitale che il titolare Pino Pasquali aveva tirato su, ricorda Patrizia, “come un workshop continuo in cui un unico stile si applicava a tutto, dal carattere tipografico di un invito alla forma di una sedia”. Ma Patrizia lavora anche all’allestimento di spazi all’interno del Palazzo delle Esposizioni di Roma e del Palazzo Ducale di Genova, cura la selezione e la vendita di oggetti di design per la prima iniziativa italiana di cogestione tra un ente pubblico – il Comune di Roma – e un’azienda, la Artesia del Gruppo Jacorossi. Ancora, è direttore editoriale del magazine Solointerni e approda allo Ied della capitale per insegnare, ancora adesso, Marketing creativo, Semiotica e Sociologia del consumo.

Lo sguardo delle cose (perché  “le cose ci restituiscono appieno l’attenzione con cui le osserviamo, e il loro sguardo è a volte più acuto del nostro”) è l’ultimo progetto in ordine di tempo di una professionista completa, pioniera ed esploratrice, che ha colto benissimo la sfida lanciata dalla contemporaneità ai designer, anche a quelli più discreti e con poca voglia di esporsi : “Io, che mi considero da sempre attenta ai cambiamenti dei gusti e delle esigenze della società, non potevo non prendere in considerazione questo potente strumento di comunicazione e, prima timidamente, poi sempre più consapevolmente, ho preso a postare, taggare, linkare. Allora ho iniziato a ricercare, mettere insieme e costruire percorsi fatti di immagini prendendo spunto non solo dal design ma anche dalla moda, dalla fotografia, dalla musica”.

Dice ancora Patrizia: “Facebook rappresenta per me il poter far partecipi gli altri delle proprie esperienze e riferimenti, la possibilità di comunicare con le immagini dubbi, ricerche, ipotesi e certezze”. E il narcisismo che su Facebook non manca mai? C’è anche quello, ovviamente: “Neanche io, in fondo in fondo, ne sono immune, ma il fatto di essere una spettacolare vetrina delle vanità non impedisce ai social di essere il luogo dove le persone possono ritrovarsi e, per chi è capace, riconoscersi“.

Con il Facebook di Patrizia, il presidente dell’ Adi Luciano Galimberti ha scoperto che “la foto di un piede o di una architettura possono essere strettamente connesse”. Enrico Baleri lo usa per riempire “magicamente” la “tabula rasa” della vita di “segni e simboli”. La visual artist Sandra Sudor trova in questo archivio “il valore dell’accettazione: né l’arte né la lingua sono valori assoluti, ma la parola diventa immagine e l’immagine racconta il pensiero”. Per dirla con Antonia Marmo, esperta in comunicazione del design che firma uno degli interventi nel libro, i post di Patrizia formano “una filigrana pulsante di segni e di sensi prima mai distinti, frammenti di un vero discorso amoroso tra noi e la bellezza inaspettata del mondo”. Il filo, insomma, c’è: sta a noi acciuffare il bandolo.