Perché c'è bisogno di Un posto dove stare bene | CieloTerraDesign
menu
Redazione

13 ottobre 2017

Perché c’è bisogno di Un posto dove stare bene

Share:

I giovedì sera alla Triennale di una community che porta il design nella vita di tutti i giorni

 

di Roberto Clever

 

Alla fine, la chiave che accende il motore delle iniziative più belle è sempre e soltanto una: la voglia di ritrovarsi tra amici. Non c’è modo migliore per spiegare il come e il perché di Un posto dove stare bene, i giovedì sera al caffè della Triennale che un gruppo di addetti ai lavori e appassionati, ma soprattutto di amici, ha inaugurato ieri. Incontri pensati come un appuntamento fisso, vivace e rilassato per riflettere e, perché no, divertirsi, nella capitale mondiale del design.

Prendete la Milano dei fuorisalone, degli happening costruiti attorno alle epifanie delle archistar, dei cocktail sbagliati serviti nei posti dove sentirsi giusti: c’era bisogno di un altro cenacolo tirato a lucido? No, e infatti non è questo lo spirito di Un posto dove stare bene, che non a caso ha aperto la serie invitando a portare e a raccontare al pubblico i suoi dieci oggetti del cuore e dal design anonimo nientemeno che Enzo Iacchetti. Molto più di un outsider, l’istrione di Striscia la notizia: un vero e proprio ufo atterrato nel santuario milanese del design con pastori di presepe, pupazzetti che fanno la cacca, quaderni delle elementari, contenitori per urine, un Telegatto, la chitarra. Ogni oggetto, una storia, come si addice a una rassegna che vuole liberare il design dalle sovrastrutture e dai troppi lustrini che negli ultimi anni lo hanno ricoperto, pur facendone un universo di successo oltre che una leva economica della città. “Il design è un tema vastissimo che riguarda tutti gli esseri viventi. L’obiettivo è esplorarlo e renderlo interessante dentro e oltre la design community”, dicono da Design People Milano, il nome che il gruppo si è dato (peraltro invitando i follower sui social a dare suggerimenti).

Sarebbero piaciute a Bruno Munari serate così. E infatti il maestro è stato evocato più volte dalle due anime di questo simposio atipico, Virginio Briatore e Giulio Iacchetti. Il primo ha riversato nel format, oltre alla sua passione e professionalità di giornalista e critico, l’idea che all’ultima design week gli aveva fatto scegliere ed esporre nel distretto di Porta Venezia ventuno oggetti no brand provenienti da casa sua e raccolti in tutto il mondo come testimonianza di vita. Iacchetti, invece, si è presentato con un biglietto da visita coerente col format: poco prima, aveva inaugurato sempre alla Triennale la sua mostra, curata con Paolo Garberoglio ed Elisa Testori, di centocinquanta mollette da bucato provenienti da tutto il mondo. Un trionfo di design anonimo ma assolutamente funzionale, una mostra “morale” – per dirla con Marco Romanelli – “che ci spiega come non sia necessario disegnare ogni anno nuovi divani, ma piuttosto allargare la visione tipologica delle industrie (e di certi designer) sul progetto”.

Ci sarà occasione anche per sviluppare discorsi come questo, nei futuri giovedì sera alla Triennale, dove gli ufo come Iacchetti si alterneranno a designer, architetti e progettisti (il 9 novembre si replica con Cino Zucchi), rispettando sempre una regola: chi mostrerà propri oggetti del cuore non sceglierà mai prodotti che abbia firmato o ai quali abbia lavorato. Perché un posto dove stare bene vuole anche essere “un punto di ascolto e conoscenza dove invitare a parlare e porre domande a letterati, filosofi, antropologi, teologi, politologi, musicisti, cineasti, fotografi, artisti etc… purché non autocelebrativi! Un motore di apertura in cui vigili del fuoco, medici, atleti, restauratori, contadini ci raccontino come usano il design e di come la design community possa essere di aiuto”.

Un posto dove stare bene è anche un sito. Umberto Tolino e Alberto Barone hanno realizzato il bel logo: una @ rovesciata e animata che diventa ora figura, ora sorriso e predispone al cambiamento continuo. Ieri sera, una bella introduzione musicale con il tar del maestro Fakhraddin Gafarov, già direttore del Conservatorio di Baku.