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12 marzo 2018

Perché non esiste un Tiger italiano?

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Una lettera aperta di Giulio Iacchetti all’azienda danese scatena il dibattito tra i designer

 

Succede che un post su Facebook scritto un po’ per caso e un po’ per gioco da un noto designer italiano finisca per fare 184 condivisioni in tre giorni e, fatalmente, apra il dibattito. Un dibattito accalorato, perché tocca due punti delicatissimi per la comunità dei creativi di casa nostra: il plagio e il rapporto con la grande impresa.

Parliamo della lettera aperta, provocatoria e ironica, con cui Giulio Iacchetti si rivolge al “caro signor Tiger”, ovvero la nota azienda danese (Flying Tiger Copenhagen è il nome completo) di oggettistica low cost che ha colonizzato anche l’Italia nel giro di pochi anni con i suoi prodotti di cancelleria, articoli per la casa, gadget e scacciapensieri vasi.

“Caro signor Tiger, non ci conosciamo. Mi chiamo Giulio Iacchetti e sono un designer. Ti invio un’immagine: a sinistra, una tortiera in silicone che ho progettato nel 2006 per un’azienda italiana, Guardini: indica gli anni del festeggiato, è una tortiera per compleanni da 0 a 99 anni! Sulla destra, c’è una tortiera che ho trovato oggi in un negozio Tiger. Sono molto simili, no?”.

 

Continua Iacchetti: “Ora probabilmente stai pensando: Questo è solo il solito designer frustrato che si offende perché qualcuno ha copiato le sue idee. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità. In effetti, posso dirti che sono molto contento che Tiger stia vendendo un prodotto così simile a quello che ho realizzato. Significa che circa quattordici anni fa ho avuto un’intuizione molto buona. Forse questa piccola storia può offrire spunti di riflessione: in Italia ci sono designer di talento (sono in buona compagnia) che potrebbero migliorare la qualità estetica dei prodotti Tiger con idee buone e ben progettate; e, soprattutto, in Italia potresti anche trovare risorse valide per produrre gli articoli per i tuoi negozi. Pensaci! Cordiali saluti”.

In breve, sulla bacheca di Iacchetti arrivano le risposte dei colleghi e alcuni raccontano esperienze simili. Matteo Ragni, per esempio, posta la foto del suo stampo Fettexfette, disegnato per Guardini nel 2006 e prodotto da Ernesto per Lidl in versione pressoché identica (“otto fette anziché dieci”).

“Divertiamoci un po’” scrive Iacchetti, smorzando i toni di chi parte lancia in resta contro i mulini a vento. Perché di questo si tratta: di una battaglia persa in partenza contro un colosso che, seguendo la legge dei grandi numeri, può permettersi di prendere ampiamente ispirazione dal design griffato e commercializzarlo in tutto il mondo con piccole varianti in centinaia di migliaia di esemplari a prezzi stracciati, mentre le aziende italiane, lontane da quei numeri, si misurano con la produzione su scala nazionale e i suoi costi.

Ma intanto il dibattito è aperto ed è difficile fermare lamenti e recriminazioni. Tra le tante domande che restano senza risposta, quella di un altro designer, Luigi Trenti, che tocca un punto nevralgico: perché il design italiano non prova a darsi un suo Tiger? Proprio così: “Una catena di negozi in punti strategici, con prodotti designed in Italy, da vendere a non più di 10, 20 euro a pezzo. Oggetti curiosi, utili, ben pensati, proposti a un prezzo a cui non puoi dire di no. Turisti e stranieri potrebbero portarsi a casa l’italian design a prezzi accessibili”.

Trenti spiega meglio la sua idea a Cieloterradesign: “Più che un’azienda di design che finisca per puntare sul prestigio del pezzo griffato mettendolo sul mercato a un prezzo più alto, serve un capitano d’industria, un finanziatore che investa e scommetta su oggetti di uso quotidiano veramente low cost, realizzati secondo idee e qualità italiana e senza pensare al prestigio della griffe. Si potrebbe esportare il format in tutto il mondo, esattamente come fa Tiger, ma con produzioni originali e autenticate”.

La caccia al finanziatore è aperta: chi vuole una Tigre italiana?