Phil di Blueside, il set per filtrare il caffè e riappropriarsi di un rito slow - CTD
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Phil, il set per filtrare il caffè e riappropriarsi di un rito slow

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La collezione di Alessandro D’Angeli per Blueside: “L’espresso rischia di diventare una medicina. Nel brewing coffee il valore di un’esperienza”

Dici caffè e pensi a uno dei riti italiani per eccellenza, celebrato ogni giorno tra la moka, le cialde o le capsule consumate a casa e l’espresso al bar. Un mondo con numeri da capogiro. Dai sei chili di prodotto l’anno consumati in media da ogni italiano alle 175 tazzine servite quotidianamente da ciascuno dei 150 mila bar in tutto il Paese.

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Phil Ninety-Three, 93° come la giusta temperatura dell’acqua da versare sulla polvere di caffè. É un bollitore interamente realizzato in vetro borosilicato, materiale che rende molto identitario tale oggetto. Phil Ninety-Three può essere collocato direttamente sulla fiamma viva con l’utilizzo di un semplice spargifiamma! Il tecnicismo di questo strumento è nel sul beccuccio: il diametro sottile ci permette di dosare perfettamente l’erogazione dell’acqua.

Un mercato continuamente in evoluzione, anche grazie a suggestioni e rituali che arrivano dall’estero in un mercato globalizzato. Perché quello del caffè non è un rituale soltanto italiano, tutt’altro. Come sanno benissimo in un’azienda, la umbra Blueside, che, partita senza un interesse specifico nel mondo di questa bevanda, ha pensato di mettere a disposizione di un modo internazionale, relativamente nuovo per l’Italia, di consumarla, il proprio know-how legato al vetro. Blueside è infatti un’emanazione di Steroglass, storica azienda attiva nella produzione di strumenti per la chimica e la farmaceutica. Il caffè, in questo caso, è il pretesto per cimentarsi non soltanto con il product design, ma anche con la progettazione di un’experience.

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Il brewed coffee è aromatico, ricco di gusto e – per certi versi – naturalmente dolce. Affinché sia così, però, bisogna avere qualche piccola accortezza che esalta la materia prima. Innanzitutto bisogna scegliere la giusta miscela di partenza, che dovrebbe essere 100% arabica o, al massimo, con il 20% di robusta. Per questo metodo di preparazione, però, la preferenza è sempre sulla miscela monorigine.

La collezione si chiama Phil e già dal nome allude al filter coffee, un modo di preparare la bevanda completamente diverso rispetto alle abitudini italiane e che arriva dall’estero. Una serie di pezzi frutto di un’intuizione sulle potenzialità di questo approccio che porta con sé anche un’idea diversa di consumo, decisamente più slow. Phil nasce dalla collaborazione tra Blueside e lo studio Ada del romano Alessandro D’Angeli.

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Phil è la collezione per preparare caffp filtrato attraverso una serie di strumenti. Il più tradizionale è un estrattore che usa dei filtri di forma conica; la versione più innovativa, di Alessandro D’Angeli, utilizza i setti porosi in vetro utilizzati nella chimica. Entrambi sfruttano più o meno lo stesso principio del tè, ovvero l’infusione pour over (cioè versare sopra in inglese), infatti si parla anche di stili colati per descriverne la preparazione. Per preparare questo tipo di caffè, si prende PHIL Decanter. Si bagna leggermente il filtro, si aggiunge la miscela (60 g per litro d’acqua) e una parte d’acqua calda, ma non bollente (la temperatura ideale è di 93ºC). Dopo 30 secondi si rabbocca con la restante acqua, che cola nel recipiente in circa due minuti. Una volta che tutta l’acqua è nella brocca sottostante il filtro, il caffè è pronto.

Alessandro D’Angeli, come ti sei accostato a questo rito che è completamente diverso da quello dell’espresso e della moka?

“Il caffè ha sempre fatto parte della mia quotidianità a partire da quando ero bambino: passeggiando per il centro di Roma ricordo che rimanevo inebriato dall’odore che proveniva dalle torrefazioni. E poi, ovviamente, mi perdevo nel profumo del caffè fatto in casa.
Poi sono cresciuto, ho avuto modo di viaggiare e conoscere il consumo del caffè con altri punti di vista, con altri stili tra cui il brewing coffee. Posso dire di essermi avvicinato a questi metodi di estrazione per l’enorme rispetto che provo per la materia prima, il caffè appunto”.

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L’incontro con Blueside come è avvenuto?

“In un bar, mentre prendevo un caffè, ovviamente! :). Blueside ha ricoperto un ruolo fondamentale nell’attivazione del processo creativo e alchemico che ha portato alla realizzazione di Phil. Avevo già collaborato con loro su altri progetti e ho sempre pensato di voler raccontare di più sul know-how dell’azienda da cui nasce il marchio, ovvero la Steroglass, che realizza e commercializza strumentazione chimico-farmaceutica in vetro borosilicato dal 1959”.

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Che potenziale ha in Italia e nel mondo il caffè filtro e il suo rituale?

“Oggi il brewing coffee è uno dei metodi più utilizzati al mondo per l’estrazione della bevanda. Il suo enorme vantaggio è che permette di consumare il caffè in maniera più consapevole poiché si concentra su caffè specialty o anche monorogine. Abbiamo perso il rito del caffè come piacere, lo gustiamo rapidamente, in posizioni scomode e in spazi di fortuna, come se fosse una medicina. In contrapposizione al classico espresso da bar, quindi, questo rituale ‘slow’ crea uno spazio temporale rilassante e non frenetico sia mentre si prepara, sia mentre si gusta una buona tazza di caffè”.

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Phil Rain non utilizza filtri in carta; la sua peculiarità è quella di avere un setto poroso in vetro che fa da filtro. Inserire la polvere di caffè, quindi l’acqua a 83°, nella camera superiore. Attendere circa 8 minuti per avere la bevanda al caffè.

Avete fatto con Blueside degli studi sul potenziale del filter coffee, immagino.

“In alcuni casi, la spinta emotiva per un progetto traccia un percorso in tandem tra designer e azienda. Abbiamo avuto il sentore che stesse succedendo qualcosa in questa direzione e ci siamo reciprocamente messi alla prova. Phil ne è il risultato”.

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Per apprezzarne appieno profumi e sfumature di sapore, meglio gustarlo appena fatto o a poche ore dalla sua preparazione. Dal punto di vista della quantità di caffeina presente, il caffè filtro ne contiene meno dell’espresso, ma è anche vero che se ne consuma di più. Alla fine, quindi, le due preparazioni si equivalgono.

Come è stato lavorare da designer di prodotto definendo una collezione che andasse nella direzione di un rituale abbastanza inedito per l’Italia?

“La collezione PHIL è caratterizzata da forti valori progettuali. Segue norme culturali inerenti forma, funzione e aspetti emozionali, attingendo alle regole del design universale incentrato sull’uomo e quindi a carattere esperienziale.Queste forme organiche e ergonomiche sono legate tanto al mondo alchemico e chimico-farmaceutico, quanto all’approccio stilistico minimale e esplicitamente orientato alla funzionalità. Ogni prodotto è soffiato a bocca da artigiani che realizzano, quindi, tutti pezzi unici all’interno di una filiera produttiva interamente made in Italy.
Per Phil cerchiamo di minimizzare gli impatti della produzione pensando in termini di sostenibilità e producendo prodotti monometrici ovvero riciclabili al 100 per cento e on demand: si produce solo proporzionalmente all’ordinato. Una nota interessante è che una delle peculiarità del vetro borosilicato è la riparabilità. Dove possibile, ovviamente, i prodotti danneggiati sono sostituibili, cosa che cambia radicalmente il pregiudizio sul vetro”.

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Al contrario della polvere usata per l’espresso, meglio prediligerne una dalla tostatura non troppo scura, in modo che prevalga l’acidità (ovvero la freschezza) sulle note amare. La macinatura dovrebbe essere medio-grande: se troppo grossa si otterrà una bevanda debole, mentre sarà amara se il caffè sarà a grana troppo fina.

Il vetro borosilicato era una scelta obbligata o si poteva puntare su altro?

“Il vetro borosilicato è sicuramente uno dei materiali più indicati per questa tipologia di prodotto. Ma non si tratta di un vetro borosilicato qualunque, bensì di borosilicato 3.3: il vetro più puro e neutro che esista e quindi privo di elementi contaminanti, il più resistente, inoltre, agli shock meccanici e termici. Dunque il borosilicato è perfetto per il mondo del tableware nell’ottica di custodire prodotti molto a lungo che possono persino essere riparati… un po’ come una volta!”.