Pietro Sedda: vi spiego che ci fa un tatuatore da Rosenthal
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Paolo Casicci

7 giugno 2019

Pietro Sedda: “Vi spiego che ci fa un tatuatore da Rosenthal”

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L’artista sardo con la collezione di porcellane al Contemporary Cluster di Roma: “L’azienda tedesca? Il cliente perfetto, curioso e che ti dà fiducia”

Quando nel 2013, in occasione del centenario della nascita, il Triennale Design Museum rese omaggio con una retrospettiva monumentale al genio di Piero Fornasetti, l’allora direttore del museo, Silvana Annichiarico, spiegò che “questa mostra è una sorta di risarcimento dovuto a un personaggio che ha subìto un ingiusto ostracismo durato oltre vent’anni. Fornasetti, nel tempo dominato dal Modernismo, era considerato troppo decorativo e qualsiasi forma di decorazione era ritenuta altamente deviante”.

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La collezione Cilla Marea di Pietro Sedda per Rosenthal in mostra da Contemporary Cluster a Roma

Adesso non sappiamo se tra dieci o cinquant’anni la collezione di porcellane Cilla Marea realizzata per Rosenthal da Pietro Sedda, il tattoo artist sardo di stanza a Milano, considerato tra i dieci migliori professionisti del suo genere, troverà posto in un tempio del design come è toccato, alla fine, a Fornasetti. In compenso la vicenda di Sedda ci aiuta a capire perché, nel 2019, il design ha bisogno di un tatuatore eclettico proprio come nel secolo scorso ebbe bisogno, pur accorgendosene in ritardo, di uno stampatore e artigiano visionario estraneo al mondo del progetto quale era, appunto, Fornasetti.

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Incontriamo Sedda da Contemporary Cluster, la galleria romana guidata da Giacomo Guidi dove Cilla Marea è in mostra da ieri in un set up d’ispirazione fiamminga, suggestione tra le varie che animano il mondo del creativo sardo popolato di marinai e balene, pattern floreali e volti di divi del cinema americano degli anni Cinquanta accostati con spirito surreale. Una teoria di soggetti e motivi grafici che, pur nel gusto della ripetitività, si ferma qualche passo prima dell’ossessione fornasettiana, osservata col distacco dovuto a un mito.

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Pietro Sedda, come arriva un tatuatore a lavorare la ceramica per un’azienda molto lontana dal suo mondo come Rosenthal?

“In realtà quella di lavorare la ceramica è un’idea che accarezzavo da tempo, senza mai avere avuto però l’occasione di realizzarla. Tempo fa tentai un esperimento in Turchia con alcuni artigiani locali, ma non riuscii a trovare quelli più bravi ad assecondare il mio disegno e la mia pignoleria. Poi mi sono proposto a Rosenthal, che con il suo rigore è apparentemente quanto di più lontano si possa pensare da un tatuaggio. Invece in azienda si sono innamorati subito del mio lavoro. E’ stato un vero colpo di fulmine, forse perché il marchio era alla ricerca di un’espressività inedita, che fosse fruibile anche dai più giovani. I miei del resto non sono tatuaggi in senso tradizionale, ma illustrazioni sulla pelle perfettamente replicabili sulla carta come sul tessuto. Il passo verso la ceramica, così, è stato breve. Da Rosenthal hanno capito che per accogliermi non dovevano forzare il loro linguaggio. Mi hanno spalancato gli archivi e da quel catalogo di forme con oltre cento anni di storia sono usciti pezzi antichi che abbiamo ritirato fuori dai cassetti”.

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Quale pezzo di Cilla Marea è frutto di un ripescaggio nel tempo?

“Il piatto blu con il volto di un uomo e il diametro di 26 centimetri è un pezzo storico dei primi del Novecento finito da tempo fuori catalogo. L’abbiamo ripreso dagli archivi e ora è nella collezione il pezzo dal feedback più diretto”.

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Il paragone tra le sue creazioni e Fornasetti è frequente: che cosa ne pensa?

“La ripetitività era la cifra stilistica di Piero, che lo ha portato a essere un antesignano di Andy Warhol e della Pop-Art. Io per la verità non credo di coltivare lo stesso gusto per l’ossessione, che anzi, devo dire, mi annoierebbe. Amo Fornasetti e ricordo ancora il senso di meraviglia che provavo, da studente dell’Accademia di Brera, passando davanti alla sua bottega, ma le mie creazioni sono piccole storie, quasi dei boccascena per mettere davanti al pubblico personaggi e vicende immaginarie. Peraltro il mio stesso approccio al design è diverso: lo vivo come un gioco. Posso lavorare la ceramica per Rosenthal con lo stesso spirito con cui ho tatuato nove storiche sedie di Arno Jacobsen per una edizione limitata di Fritz Hansen. Il bello delle illustrazioni è che sono applicabili ovunque. E i miei, più che tatuaggi, sono, appunto, illustrazioni”.

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Perché il design ha bisogno di un tatuatore?

“Forse la risposta sta nel bisogno di mischiare i linguaggi, i mondi, l’espressività. Quando faccio i miei tatuaggi non mi ispiro al mondo del tattoo, così come quando faccio design non mi ispiro a quel mondo lì. Amo il decor, ma lo seguo con la giusta distanza, mi interessa relativamente. Probabilmente c’è bisogno di trovare nuovi codici che si intreccino, ed è importante che lo faccia un’azienda con centotrentacinque anni di storia come Rosenthal che ha fatto del rigore formale un elemento caratterizzante. Diverso sarebbe stato disegnare, per dire, per un’azienda come Seletti: lì il mio codice molto probabilmente sarebbe andato perso, smarrito”.

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Se Rosenthal fosse un cliente in carne e ossa, che tipo umano sarebbe?

“Probabilmente un uomo del Nord Europa, quindi il cliente ideale, quello che ti dà massima libertà e fiducia, un collezionista di tatuaggi che viaggia in tutto il mondo alla ricerca del disegno perfetto”.

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Nelle sue creazioni, più che respirare il Mediterraneo ne arriva il ricordo. Allo stesso modo il lavoro sulla memoria non arriva mai a fissare un landmark, ma punta sull’ironia e il surreale. E’ come se la forza dei simboli fosse stemperata da un filtro, da una distanza: non si sente l’odore del mare ma se ne percepisce la brezza.

“Eppure il mare è stato un elemento fondamentale della mia infanzia in Sardegna e ho sempre avuto con l’acqua una relazione stretta, fortissima. Ma forse, in effetti, nei miei lavori prevale quella risata sardonica, barbaricina come le radici dei miei genitori, che allude a un’amarezza di fondo e che noi sardi trasmettiamo come una visione della realtà. Devo dire però che questo ‘lato oscuro’ della creatività è un aspetto molto apprezzato dal pubblico. Quanto alla memoria, è vero: non la uso per fissare dei segni netti, anzi. Non è un caso che tra i miei primi progetti, quando ero poco più che trentenne e vivevo in Sardegna, ci sia stata Officina Alzheimer, una piccola bottega artigianale in cui costruivo oggetti con materiali di riciclo. L’idea di fondo, come spiegava il nome, è che gli oggetti in realtà non hanno memoria, o se ce l’hanno la perdono e tutto alla fine si mischia e contamina. Così nei miei lavori c’è ripetizione ma non un vero refrain”.

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Design e tattoo/illustrazione sono due vasi comunicanti: che cosa dà l’uno all’altro e viceversa?

“In realtà il vaso è uno solo, e dentro c’è un’unica disciplina esercitata in scale e su materiali diversi. Per me non fa differenza lavorare per Rosenthal o, come ho fatto in passato, per Bmw: il creativo, a differenza dell’artista, non ha un limite. E, come ho detto, per me la pelle umana o la ceramica non sono un limite anche perché non disegno tatuaggi ma illustrazioni”.

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Che stagione vive il mondo del tatuaggio visto da un innovatore come lei che ha reinventato un  canone e oggi si trova con la fila alla porta del suo studio The Saint Mariner?

“Oggi esistono fondamentalmente due approcci. Uno è più decorativo e consiste nel mettere in evidenza ed esaltare determinate parti del corpo lavorando sulle proporzioni. Il secondo è un approccio forse più poetico, quello che non a caso può trovare sfogo non per forza sulla pelle ma anche sulla carta, o come nel mio caso sulla ceramica. Chiaramente non è facile trovare un codice espressivo nuovo: bisogna prima avere la fortuna di misurarsi con clienti che ti diano fiducia totale e siano disponibili a farti procedere per tentativi. Anche perché io preferisco non sapere quello che vuole chi viene da me per avere un tatuaggio: mi piace pensare che esista una sorta di magia che mi porta a intuire ciò che il cliente mi vuole raccontare. Preferisco non sentire, ma percepire e tradurre”.

Pietro Sedda e il design: che cosa ci sarà dopo Rosenthal?

“Luce, ma per ora non posso dire altro”.

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