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4 maggio 2018

Plato, la creatività del designer sposa la libertà del pubblico

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Il duo romano e le lampade modulari decollate su Kickstarter

di Isabella Clara Sciacca

Non è più sufficiente vedere, ammirare e toccare. Nel design da tempo si fa strada una componente interattiva che mira a coinvolgere il pubblico, invitandolo a dare una forma tra le tante possibili ad arredi, complementi e manufatti. E’ come se la creatività del designer finisse là dove inizia la libertà dell’acquirente. Questa dimensione è tra gli aspetti che rendono intrigante la storia di Plato Design, brand  romano fondato da un giovane duo di expat che dopo aver lavorato in Polonia e Spagna ha puntato sull’Italia per lanciare il suo primo prodotto e finanziarlo tramite Kickstarter per poi arrivare al Fuorisalone di Milano due anni fa.

D-Twelve è la lampada modulare magnetica di Plato Design in cui elementi uguali possono essere aggiunti semplicemente usando i magneti laterali, che funzionano anche da dispositivi per la trasmissione elettrica. Facili da usare, multifunzione, wireless, perché, ad eccezione di un modulo, tutti gli altri possono essere aggregati fra di loro liberamente. Proprio la flessibilità e il movimento caratterizzano le lampade di Plato, che si adattano ai nuovi modi di vivere e lavorare, agli spazi sempre più limitati dell’abitare contemporaneo e rispondono al desiderio di giocare con gli oggetti e intervenire in maniera personale nel loro utilizzo. Ma quella di Alessandro Mattei e Caterina Naglieri, anime del marchio, oltre che la storia di due architetti diventati designer, è anche quella di due creativi che producono le loro stesse collezioni.

Come è cominciata questa avventura imprenditoriale?

“Eravamo a Varsavia, dove lavoravamo in un grande studio di architettura. L’idea è nata in una notte, da un’intuizione di cui non sapremmo spiegare l’origine. Poche ore dopo era già un prototipo.
Senza neanche disegnare il progetto, abbiamo capito che aveva buone possibilità di riuscita. Poi siamo tornati in Italia e abbiamo lanciato una campagna su Kickstarter, dove abbiamo raccolto ventimila euro da quattro continenti. Da quel momento abbiamo iniziato a pensare di investire nei nostri lavori. Abbiamo ottenuto fondi dalla Regione Lazio che ci hanno permesso di avviare una produzione vera e propria”.

Perché il nome Plato?

“È stato il nome che abbiamo dato alla prima lampada realizzata, che già allora aveva la forma che conserva ancora, anche nei nuovi modelli, del dodecaedro dei solidi platonici. Su quel volume geometrico filosofi e matematici, incluso Platone, si sono interrogati a lungo. Il nome ci è tanto piaciuto che è diventato il nostro brand, non volevamo legarlo solo ad un prodotto per poi abbandonarlo”.

Quali prodotti avete in produzione attualmente?

“Le lampade, che sono molto richieste all’estero, e di cui ci vengono ordinati molti modelli customizzati. Poi Ketta, il portaspezie magnetico che funge anche da vaso per un solo fiore. È appena uscito Nino, il nano da salotto, che riprende l’oggetto kitsch da giardino, trasformandolo in un complemento per l’arredo ironico e elegante. In tre giorni ne abbiamo venduto diversi pezzi in Francia, in Australia, Stati Uniti e Canada”.

Nel 2016 eravate al Fuorisalone, è stata un’esperienza utile?

“Il Fuorisalone non è utile per i contatti commerciali ma per la visibilità mediatica, che, in effetti, è arrivata. Eravamo al Superstudio a Tortona, partecipavamo a un’esposizione collettiva organizzata dalla Regione Lazio, insieme a brand consolidati come Slamp e Covo. Abbiamo avuto un’ottima risposta di pubblico, che era molto interessato, ma nessun contatto da parte delle aziende. Uno dei prossimi obbiettivi è essere presenti al Salone con il nostro brand e tutti i nostri prodotti”.

Com’è il vostro rapporto con la distribuzione?

“Difficile. Rispetto a un prodotto industriale, il manufatto ha un costo più alto, il distributore chiede uno sconto sul prezzo al pubblico di più della metà e i margini sono molto ridotti. Questi due anni di esperienza e di lavoro nel campo della produzione sono stati necessari per addentrarci nei meccanismi produttivi, per capirli. Solo ora possiamo dire di conoscerli davvero, infatti adesso stiamo lavorando a lampade a parete sempre in cemento e ottone che ci consentiranno di avere una distribuzione”.

Qual è il fulcro della vostra ricerca?

“I nostri progetti ruotano sempre attorno all’idea di coinvolgimento, prevedono la possibilità di essere modificati dall’utente, di essere personalizzati non solo nei materiali, ma soprattutto nella struttura. Quello a cui puntiamo è l’interazione dell’utente con l’oggetto e dell’oggetto con l’ambiente”.

La formazione e l’attività di architetto sono il vostro background, vi sentite ancora legati a questa identità?

“Sicuramente l’esperienza all’estero ha dato ai nostri progetti un respiro internazionale, altre ad avvicinarci al design nordeuropeo che apprezziamo e che sicuramente influenza la nostra estetica. Adesso però siamo molto lontani da quel momento del nostro percorso professionale e dalle logiche del progetto architettonico. Si è aperto un nuovo capitolo, che ci vede molto impegnati nello strutturare il nostro marchio, ampliare il catalogo e intensificare la produzione e vogliamo continuare su questa strada. A breve, infatti, realizzeremo anche la nostra piattaforma e-commerce”.