Dal Sessantotto alla svolta green, la seconda rivoluzione della poltrona Sacco - CTD
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Paolo Casicci

3 ottobre 2019

Dal Sessantotto alla svolta green, la seconda rivoluzione della poltrona Sacco

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Cinquant’anni dopo, Zanotta riedita l’icona più anticonformista del design italiano. Che diventa sostenibile grazie a bioplastica e riciclo

L’Italia ha fatto la storia del design grazie alla capacità di progettisti e aziende di rivoluzionare il modo in cui l’uomo vive lo spazio, dando vita a oggetti che hanno registrato i cambiamenti sociali diventandone lo specchio o, nei casi più felici, anticipandoli. Ma quanti di questi mobili ancora oggi di successo sono in grado di replicare la rivoluzione compiuta nella stagione d’oro di mezzo secolo fa, rinnovando la propria missione in un mondo cambiato profondamente?

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Nel 1968, tre giovani architetti torinesi si presentano ad Aurelio Zanotta, patron dell’azienda che porta il suo cognome, con un’idea sopra le righe. Il gruppo si rivolge all’imprenditore di Nova Milanese perché ha fama di prestare ascolto a chi gli sottopone progetti visionari, un passo avanti sui tempi. Zanotta è lo stesso ad avere sdoganato tre anni prima Allunaggio, lo sgabello di Achille e Pier Giacomo Castiglioni che celebrava con largo anticipo lo sbarco sulla Luna.

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Schizzi progettuali della Sacco

Dall’imprenditore, i tre progettisti si presentano con un’idea che fa subito breccia: un sacco, fatto di plastica e riempito di palline di polistirolo espanso, portato in spalla come farebbe un contadino. Un sacco perfetto per sdraiarcisi sopra proprio come un contadino farebbe durante una pausa dentro a un fienile, lasciando che sia il sacco stesso, come la paglia, a prendere la forma dell’uomo e non l’uomo a doversi adattare alle forme industriali.

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La poltrona Sacco nasce così, da quest’idea di Piero Gatti, Cesare Paolini e Franco Teodoro che consegnano al design la prima poltrona senza una struttura fissa, una seduta che si offre all’uomo prendendone la forma e sancisce un ribaltamento che è anche semantico: d’ora in avanti sarà possibile pensare a oggetti che si “piegano” per accogliere l’essere umano, in una visione neoumanista che mette al centro l’uomo e le sue necessità.

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La Sacco è in plastica, materiale di cui perpetua il mito democratico e duttile proprio come, in quegli stessi anni, fanno altri mobili e oggetti destinati a diventare icone, dai componibili Kartell di Anna Castelli Ferrieri alla Valentine di Ettore Sottsass per Olivetti. Tutti pezzi con cui Sacco condivide il milieu della contestazione giovanile che nel design diventa l’ispirazione per prodotti pratici e portabili, non usuali, dove l’uso del colore è identitario. In più, la Sacco rappresenta un formidabile invito a vivere fuori dagli schemi, una strizzata d’occhio all’anticonformismo e contro il protocollo. Paolo Villaggio contribuirà a farne un’icona sprofondando Fracchia nell'”abbraccio” della poltrona.

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Cinquant’anni dopo, Zanotta non resta appiattita sulla gloria della rivoluzione di allora, ma decide di aggiornarla nell’unico modo possibile oggi: facendo della Sacco un’icona di stile sostenibile. La nuova Sacco presentata ieri dall’azienda alla Cascina Cuccagna di Milano è infatti identica nella forma, mentre cambiano il tessuto esterno e l’imbottitura.

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Le palline di polistirolo espanso ad alta resistenza (EPS) del progetto originario sono sostituite nell’edizione green con le microsfere BioFoam® di Synbra: una bioplastica (PLA) ottenuta dalla canna da zucchero paragonabile all’EPS per struttura, proprietà e performance tecniche. La differenza principale sta nella materia prima: l’EPS è fatto di polimeri basati su materie prime fossili, mentre BioFoam® è costituita da biopolimeri di materiali vegetali. BioFoam® è biodegradabile e compostabile, resistente e adatto per un uso a lungo termine.

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L’involucro interno e il rivestimento esterno sono realizzati invece con ECONYL®, un filo di nylon rigenerato, interamente ricavato da reti da pesca raccolte dai fondali marini, scarti di tessuto e plastica industriale che vengono trasformati in nuovo filo con la stessa qualità e performance del nylon ricavato dal petrolio. Il filo ECONYL® può essere rigenerato, ricreato e rimodellato all’infinito.

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Il tema della rete da pesca ritorna nel pattern, il fitto intreccio di linee colorate disegnato da Pierre Charpin per le tre serie limitate da cento esemplari l’una di Sacco Goes Green che anticipano l’edizione a catalogo prevista per il 2020 e che non avrà il decoro del designer francese, ma sarà a tinta unita in diverse varianti cromatiche.

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La Sacco Goes Green in una delle tre edizioni numerate da cento esemplari l’una con pattern di Pierre Charpin

Per compiere la seconda rivoluzione della Sacco, Zanotta ha impiegato poco meno di un anno. Tanto è durato questo percorso complesso che, come spiega il general manager Carlo Oliverio, era l’unico possibile per rinnovare un’icona nella contemporaneità. “Se la Sacco ha rivoluzionato i costumi mezzo secolo fa interpretando la contestazione giovanile, oggi non può che attingere alle istanze ambientaliste e diventare un’icona green”. Un percorso complesso, non scontato, perché obbliga a uscire dalla comfort zone in cui ogni marchio rischia di chiudersi. “Abbiamo esplorato un mondo nuovo” spiega Oliverio “siamo andati alla ricerca di nuovi fornitori, spingendoci anche all’estero nella ricerca delle soluzioni giuste”. La dimostrazione che, cinquant’anni dopo, si può seguire il filo dell’innovazione. Basta volerlo.

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