Perché i quaderni di Giancarlo De Carlo parlano del nostro modo di usare il tempo - CieloTerraDesign
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Paolo Casicci

28 Febbraio 2020

Perché i quaderni di Giancarlo De Carlo parlano al nostro modo di usare il tempo

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Nelle carte dell’architetto in mostra in Triennale, la cura dei pensieri diventa un progetto di comunicazione. Da cui dovremmo imparare

La cura per gli altri e per le cose che stanno a cuore. Il giusto spazio da regalare a se stessi. Il bisogno di mettere in ordine i pensieri e riallineare le priorità. E farlo in maniera creativa, organizzando nello spazio di un taccuino la calligrafia, i colori e i disegni con la giocosità di un bimbo e l’istinto progettuale di un maestro.

C’è un modo diverso, laterale ma forse più intrigante, di guardare alla (bellissima) mostra che la Triennale di Milano dedica fino al 29 marzo ai quaderni di Giancarlo De Carlo per i cent’anni dalla nascita del grande architetto. Ed è un modo che ci invita a guardare dentro all’architettura più complessa e delicata, ovvero noi stessi, per capire quanto e cosa abbiamo guadagnato o perduto nella vertigine temporale che separa questi taccuini dal nostro mondo veloce dove il pensiero viaggia su piste digitali e rincorre vortici di opinioni senza il filtro della pazienza e della giusta distanza.

La mostra, in concreto, è realizzata organizzando gli appunti, i resoconti e le riflessioni private di De Carlo nell’arco di trentanove anni, dal 1966 al 2005. Sono carte concepite e lavorate come patchwork di testi, disegni e pop up che qui danno vita a sedici quaderni ricavati dai materiali del Fondo De Carlo e dall’archivio della figlia di Giancarlo, Anna. A esaltare il senso di questa mostra è poi l’allestimento dei Parasite 2.0, con il pavimento specchiante in pvc che gioca a stordire lo spettatore iniettando un senso di straniamento nell’ambiente che riproduce la casa nella campagna di Urbino realizzata da De Carlo nel ’68 per il filosofo Livio Sichirollo e la moglie Sonia Morra.

Non è semplicemente la nostalgia analogica dello scrivere che qui emoziona, né una generica e vagamente passatista evocazione di un mondo che non torna, ma, al contrario, il sollecito a recuperare da qualche parte, nel nostro futuro, una chiave per mettere ordine ai pensieri e al flusso che ci riguarda. Ci sono più rimedi all’ansia da polmonite cinese in questa mostra che nelle intemerate di mille immunologi.

Giancarlo De Carlo trovò meravigliosamente il suo modo di guardarsi dentro in questi quaderni svelati adesso in tutta la loro grandezza come un progetto che definire grafico è riduttivo. I taccuini di De Carlo sono piuttosto un incredibile progetto di comunicazione in parte inconsapevole, visto che non nascevano per essere divulgati. E forse proprio per questo rappresentano la forma più alta di comunicazione: il mettersi davanti allo specchio e concepire l’atto del fare chiarezza come un atto creativo.

Da qui i pop up, le geometrie, gli accostamenti di testi e disegni che fanno di questi quaderni un unicum nato per comporre e ricomporre pensieri, resoconti di viaggio, appunti vari, rapporti con amici e colleghi e spunti critici come quello che nel 1985 De Carlo fissa con parole attualissime partendo da una lettura del lavoro di Renzo Piano: “Quanto importante ancora è lo spazio per la gente comune? Quali significati la gente comune cerca e utilizza nello spazio tridimensionale? Non è forse vero che oggi la gente comune si riconosce nelle automobili, gli aerei, gli elettrodomestici etc?”. Se, in queste parole, sostituiamo la parola spazio con tempo, avremo ritrovato il senso di quel progettare il pensiero che De Carlo aveva impresso su carta e che noi forse dovremmo imparare a recuperare.

I quaderni di Giancarlo De Carlo
Direzione artistica: Lorenza Baroncelli. A cura di: Gatto Tonin Architetti
Progetto di allestimento: Parasite 2.0
Progetto grafico: Superness (Alessio D’Ellena, Federico Antonini)
Foto di: Gianluca di Ioia.