Al Quasar di Roma si impara ad amare gli oggetti riparandoli e creandone di nuovi - CTD
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Alessandro Gorla

29 Giugno 2021

La scuola a Roma dove si riparano gli oggetti di tutti i giorni (e si impara ad amarli)

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Dalla moka con il manico nuovo al portacarte fatto con la testata della Vespa. L’esercizio di riparazione all’accademia Quasar diventa un modo per appassionarsi agli oggetti e al progettare

“Questo non lo buttiamo, potrebbe tornarci utile!”. Tante volte da bambino ho sentito ripetere questa frase da mio nonno, artigiano aggiustatutto della Milano di una volta.

La lezione di Achille Castiglioni

L’ho risentita in seguito quella frase, enunciata da Giovanna Castiglioni, figlia del grande designer Achille, mentre raccontava la collezione di oggetti di design anonimo che il padre collezionava all’interno del suo studio e che poi fungevano da modello di riferimento per le sue creazioni, come il mobiletto Comodo, ispirato alle cassette presenti nelle case italiane per contenere gli strumenti per cucire, o la lampada Giovi disegnata per Flos e che si rifà ad un bicchierino metallico da campeggio.

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Lattiera (zuccheriera e stampa FDM) – Valerio Castenetto

Oggi questa filosofia viene rivalutata per motivi differenti: abbiamo una così grande disponibilità di oggetti nuovi, monouso e a basso costo, che tendiamo a non riutilizzare più nulla, contribuendo più o meno consapevolmente ad aggravare l’emergenza ambientale legata al loro smaltimento. 

Urge quindi un radicale cambiamento di prospettiva, iniziando a interagire con gli oggetti secondo i criteri del riuso, della condivisione e della riparazione, tralasciando le dinamiche riferite al consumo rapido.

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Portacarte (testata Vespa e PMMA) – Jacopo Pietropaoli

Imparare riparazione e riuso sfidando il senso comune

Oggi più che mai dobbiamo ripensare al nostro rapporto con le cose, progettandole di modo che durino di più nel tempo e immaginandone una nuova vita quando avranno cessato il loro utilizzo “ufficiale”, imparando a separarli dalla loro funzione principale e originaria e ad osservarli per le loro potenzialità materiche, formali, tattili, percettive. Questo è sfidare il senso comune del valore degli oggetti, è raccontare la storia che un oggetto vuole narrare, è mostrare la fragilità della materia, è cogliere l’armonia e l’abilità costruttiva di un particolare, è cercare la bellezza in luoghi inaspettati.

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Speaker analogico (paralume e stampa FDM) – Martina Troncarelli

Spesso un oggetto diventa un rifiuto e viene dismesso perché guasto, vecchio o inservibile, oppure perché la sua funzione cessa nel momento in cui si è concluso il contesto d’uso in cui era inserito. 

Dobbiamo imparare a immaginare una nuova vita degli oggetti quando avranno cessato il loro utilizzo “ufficiale”, imparando a separarli dalla loro funzione principale e originaria e ad osservarli per le loro potenzialità materiche, formali, tattili, percettive…

L’ispirazione che arriva dal design anonimo sovietico

Illuminante in questo senso fu la scoperta del libro Design del popolo, 220 invenzioni della Russia post-sovietica, dove l’autore, Vladimir Arkhipov, ingegnere, medico di formazione e artista autodidatta, ha raccolto una serie di invenzioni popolari di un’incredibile semplicità formale.

Un vecchio letto usato come pontile in un lago, il tacco di uno stivale che diventa tappo per la vasca da bagno, un cucchiaino da caffè per fare le bolle di sapone, forchette saldate per vedere la Tv, oggetti home-made, ricavati dalla combinazione di altri oggetti che hanno perso la loro funzione originaria, modificati da un atto creativo che li ha resi unici e di nuovo utili ad assolvere nuove funzioni. Il libro racconta di chi li ha prodotti, della fantasia che nasce dalla privazione, della Russia prima dell’avvento di Putin. Creazioni spontanee che  acquistano un valore estetico all’interno di questa immensa collezione, che non soltanto li presenta come oggetti di uso quotidiano ma che racconta le storie e mostra le immagini di chi li ha inventati, dimostrando il fatto che il valore estetico non sempre dipende dall’oggetto in sé, ma emerge dall’interazione di questo con l’osservatore che, nel momento in cui si dimentica della loro utilità, li percepisce come forme astratte.

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Pipa autoreggente (pipa e stampa SLA) – Matteo Subiaco

Che cosa succede al Quasar Institute di Roma

Così ho deciso di proporre agli studenti del laboratorio di Product design 2, all’interno del corso di laurea in Habitat Design 3 di Quasar Institute for Advanced Design la stessa sfida: esplorare il proprio “territorio domestico” alla ricerca di un oggetto guasto o che per qualche ragione ha terminato la sua utilità (meglio se con quell’oggetto si fosse già creato un rapporto empatico), per poi mettere a loro disposizione le tecnologie del Q-lab, laboratorio di prototipazione rapida presente all’interno dell’Istituto, come il taglio laser, la stampa 3D, la fresa a controllo numerico o la termoformatrice, per altro sempre più diffuse e accessibili anche in ambito domestico, al fine di creare degli apparati o protesi che potessero ridare una nuova vita (anche inaspettata) agli oggetti selezionati.

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Decorazione natalizia (lampadina e stampa FDM) – Giuseppe Arcieri

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Moka (caffettiera e PMMA) – Alice Patrizi

Un’azione “progettuale”, dunque, nella quale gli studenti hanno dovuto compiere un’operazione di proiezione dell’oggetto in una nuova dimensione funzionale ed estetica e questa può essere raggiunta secondo due diverse modalità: la continuità (l’oggetto mantiene la funzione originale anche dopo il riuso) e la decontestualizzazione (l’oggetto viene utilizzato in un ambito completamente diverso da quello d’origine).

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Ferma porta (mattone e resina epossidica) – Riccardo Pelliccia

Il progetto di Archipov è inoltre una ricerca di modi di vita e di biografie personali: “In questi oggetti si riflettono le caratteristiche nazionali, economiche, sociali, psicologiche e geografiche del luogo e del tempo dai quali li strappo” e nel progettare questo oggetto, ho chiesto infine agli studenti di calarsi nella dimensione ibrida che viviamo oggi tutti noi, tra analogico e digitale, per dar vita ad un linguaggio espressivo che fosse una riflessione nei confronti della contemporaneità.

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Cioccolatiera (brick latte e stampa FDM) – Vittoria Baldo

Nel design non esistono macerie, ma soltanto possibilità

Ne sono nati oggetti ibridi, appunto, dove la “maceria” della loro vita precedente viene rivalutata, evidenziata o stravolta, prodotti a volte caustici e altre armoniosi, dove il contrasto, l’opposto, ma anche l’integrazione ed il dialogo, hanno dato vita ad un linguaggio estetico sorprendente.

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Vassoio (lampadario e PMMA) – Martina Corina

Del resto qualcuno prima di noi aveva asserito che per tutto ciò che esiste sulla terra (oggetti dismessi compresi) vale il principio di conservazione per cui “nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma”. 

Foto Giulia Pucciarelli 

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