Quel graffito è design, così sta cambiando la street art | CTD
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2 luglio 2018

Quel graffito è design. Da New York all’Italia, così cambia un’arte

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La nuova frontiera ispirata al digitale e il dialogo con l’architettura. Un protagonista racconta quindici anni di trasformazioni

di Greg Jager, visual artist

Se quindici anni fa mi avessero detto che dai graffiti si sarebbe generata una corrente di designer, artisti contemporanei e visivi, non ci avrei mai creduto. Oggi i tempi sono abbastanza maturi per avviare il processo di storicizzazione della cultura del graffiti writing e per parlare di post-graffitismo in Italia. Succede che con la maturità e l’esperienza coltivata in altri settori, ognuno ha poi coniugato la passione per i graffiti con un altro linguaggio, e così ho iniziato a fare anche io qualche anno fa, unendo la tecnica dello spray all’estetica del design vettoriale, applicando il tutto a contesti architetturali, restituendo un carattere comunicativo all’architettura e, viceversa, dando spazialità a un codice visivo che finora era chiuso dentro uno schermo.

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Greg Jager a Testaccio

La passione per l’architettura

Già quindici anni fa e oltre si sperimentava in tal senso, su tutti in Europa vorrei citare gli olandesi Boris Tellegen (i miei amici forse lo ricordano come Delta) e Zedz, molto attivi anche oggi, su scala internazionale.

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Opera di Boris Tellegen

Zedz mi racconta brevemente la sua storia: un percorso che dai graffiti si evolve, mixando la tecnica dello spray a schemi grafici che esaltano la sua passione per l’architettura e il design. Ha frequentato la Gerrit Rietveld Art Academy ad Amsterdam, nella quale ha anche seguito dei corsi di graphic design e audio/video. L’architettura è da sempre stata una sua grande passione.

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Graffito di Zedz

L’accoppiata col product design

Ma anche in Italia e più nello specifico a Roma artisti come Emiliano “Stand” Cataldo e Stefano “Pane” Monfeli, con il collettivo Why Style, hanno dato un grande contributo per il panorama creativo romano ancor prima che il fenomeno graffiti e la street art diventassero mainstream. Un esempio del loro operato è un pezzo realizzato dieci anni fa: il Wardrom. Un graffito che diventa appendiabiti e pezzo unico da collezione, nato da una collaborazione di Stand con il designer Valerio Ciampicacigli di Paula Studio. Valerio ha sempre avuto la mania di progettare pezzi di design in collaborazione con artisti e da tempo aveva in mente di realizzare un graffito che potesse essere anche un oggetto da collezione con una funzione pratica. Proprio in questo modo conosce Stand che, entusiasta della proposta, accetta subito di mettersi all’opera.

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Wardrom, appendiabiti Paula e Stand

Wardrom, appendiabiti Paula e Stand

La svolta: notebook e voli low cost

Un altro aspetto interessante da osservare è l’evoluzione estetica influenzata dalla tecnologia. Pensiamo agli anni 80 e 90: era molto difficile che in quel tempo si potessero realizzare dei bozzetti digitali. Si realizzavano esclusivamente disegni su sketchbook e i graffiti erano principalmente un modo per affermare la propria identità in un preciso contesto urbano. Ben diversa era la situazione dei primi anni 2000: ricordo che i notebook portatili erano già nelle case di tutti i miei amici writers e già tutti padroneggiavano i programmi di grafica (non a caso buona parte dei graphic designer che conosco sono stati o sono ancora writers). Inoltre con Irc si chattava in canali dedicati (ricordo il canale #writerz) e con i primi voli low cost si iniziava a viaggiare più spesso, anche all’estero. Si editavano sempre più magazine di settore e soprattutto video. Insomma, il mondo stava diventando sempre più a portata di mano grazie soprattutto al web.

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Dondi White nella metropolitana di New York

L’estetica digitale cambia la scena

Oggi appunto ci troviamo di fronte ad un rapporto osmotico con il digitale e per un artista visivo è praticamente impossibile non trarre ispirazione dal quel mondo per dare forma a una propria estetica (a meno che non si pensi, ovviamente, di andare a ritrarre il paesaggio a Villa Borghese). Questo accade nell’arte come nel design. Se pensiamo a tutta l’ondata vapor troviamo elementi estetici che accomunano un certo tipo di graphic design a un certo tipo di arte murale. Prendiamo come esempio il lavoro dei Low Bros o “Demsky”. Questa tipologia di ricerca ci lascia intendere quanto sia segmentato e pregno di sottogeneri il mondo dei graffiti.

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Graffito di Demsky che rimanda all’estetica vapor-wave

L’avanguardia che ritorna a Malevic e Depero

Graffiti e design si mescolano sempre di più oggi dando vita a un linguaggio d’avanguardia. Dico questo pensando a personaggi come Malevic, Rodchenko, Gropius, Picasso, Depero, che vedevano anche loro il mondo affrontare un cambiamento sociale impattante. Di fatto nei primi del Novecento, il mondo ha affrontato uno slancio progressivo grazie anche all’industrializzazione. Di fatto la velocità era un tema ricorrente dei futuristi. Oggi, a distanza di cento anni, la velocità è un tema che torna di moda. Ma parliamo di una velocità che si misura in gigabyte e questo tema è stato affrontato nel Manifesto dell’Ultradinamismo da Felipe Pantone.

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Graffito di Lowbros, chiaro il rimando alla grafica degli anni 90

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Greg Jager all’Ex Dogana, Roma

Da gesto violento a illusione grafica

Se negli anni 80 e 90 il ruolo dei graffiti era di pura e violenta affermazione personale nel contesto urbano, oggi il cambiamento e l’evoluzione li portano a confrontarsi inevitabilmente con like, visualizzazioni, follower e commenti. L’affermazione è tanto effimera quanto tangibile. Ed ecco come il gesto violento si evolve in un linguaggio che illude lo spettatore, astratto, che invade le architetture tanto quanto le bacheche dei blog di urban art. Interi palazzi graficizzati con texture in stile anni 90. Architetture glitch. La scritta “I am here” in Helvetica sulla facciata di un vecchio edificio industriale oppure il throw up di Moses su un treno, con sovraimpresso il tasto play – lo spettatore social pensando che la foto sia un video, continua a cliccare invano sul tasto play. Il fenomeno writing cambia in base al consumo che ne viene fatto, dalla strada al web.

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Il graffito di Moses che illude: la freccia Play è dipinta con lo spray e non interattiva

Da atto vandalico a fenomeno social

Un gesto che nasce con violenza e che da “atto vandalico” diventa trend grazie a una smisurata diffusione sui social e alla promozione fai-da-te dei singoli artisti, può produrre effetti interessanti anche nell’industria musicale. È vero che quella dei sodalizi tra artisti visivi e musicisti è una vecchia storia, ed anche i writers già negli anni 80 collaboravano con musicisti per le cover degli album o per i videoclip, basti pensare all’artwork di Seen per la copertina di Wotupski!?! di Jellybean o Lee Quinones che dipinge nel video Rapture dei Blondie (nello stesso video compare anche Jaean-Michel Basquiat all’inizio della strofa rap di Debbie).

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Lo “sfregio” di Kidult alla vetrina a Soho di Marc Jacobs

Il writer contro la griffe e la replica

In tempi più recenti questi sodalizi ovviamente diventano operazioni con un confine molto poco chiaro tra operazione artistica e marketing. Molti ricorderanno il recente caso del writer Kidult (famoso per le sue tag giganti fatte con l’estintore) che, alla fine del videoclip Fashion Killa di ASAP Rocky, vandalizza con la scritta ART la vetrina dello store Marc Jacobs a Soho. Il brand risponde con il lancio di una T-shirt che raffigura la foto dello sfregio fatto dallo stesso Kidult, in vendita per 686 dollari. Il botta e risposta tra il brand e il writer è avvenuto sui social (e dove altrimenti?) generando non poco buzz. Un’operazione di marketing certamente, che ha saputo coniugare il linguaggio dell’urban art e il mondo della moda e quello dell’industria musicale, contemporaneamente.

 

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La T-Shirt con cui Marc Jacobs risponde a Kidult

Un linguaggio nuovo

Così il gesto spontaneo si mescola al design, la moda e il marketing, creando nuovi linguaggi che spezzano il già fragile confine tra arte, design e marketing. Probabilmente Munari mi starà maledicendo dall’alto, ma è anche vero che non ha mai avuto un account Instagram.

 

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Installazione di Greg Jager in una fabbrica abbandonata