Raffaele Cutillo: la linea di Vanvitelli a Caserta ruotata di pochi gradi, è lì che ho trovato l'architettura - CTD
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Antonia Marmo

7 Giugno 2021

Architettura e provincia #6, la cartolina da Caserta di Raffaele Cutillo, OfCA Officina Cutillo Architetti

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Dall’ispirazione trovata nell’errore cosciente di Vanvitelli, che ruota di pochi gradi la linea del parco della Reggia, al lavoro in Oriente. “Il progetto è un punto di calma che non rinuncia alle asperità”

Che cosa vuol dire fare architettura in Italia a livello internazionale lavorando lontano dalle grandi città? Quali fermenti agitano gli studi più attivi distanti dai centri su cui generalmente sono puntati i riflettori? Abbiamo intrapreso un viaggio tra questi studi e professionisti, a ciascuno dei quali abbiamo chiesto di spedire una cartolina dalla propria terra. Per la sesta tappa siamo a Caserta e incontriamo Raffaele Cutillo, OfCa Officina Cutillo Architetti.

Ho iniziato a raccogliere le storie di chi progetta, osserva, si muove dalla provincia italiana, mettendo insieme un’area di ampia sperimentazione e allo stesso tempo di ritrovata identità. Con te siamo e partiamo dalla tua Caserta, per la quale io non dico nulla perché ho solo voglia di ascoltare le tue parole, che idea ci trasmette, cosa ci racconta dell’essere città, del suo territorio, dell’idea dell’abitare, come entra nel tuo modo di guardare il mondo, di fare architettura?

Caserta, luogo divenuto magma a partire dal potente, a tratti violento, ridisegno illuminista del paesaggio di Terra Felix, è la mia città adottiva. Qui costruirono un palazzo fuori scala, un asse senza soluzione di continuità e una terrazza a sbalzo sul vuoto da cui sarebbe stato “bello vedere” e dove l’occhio poteva vagare senza fatica, con leggerezza. Pezzi di città senza scopo apparente, non necessari se non per guadagnare la frontiera lussuosa della profondità o esercitare il controllo non detto: piattaforma elettronica, inconsapevole anticipazione della comunicazione virtuale per schiacciare spazio e tempo. Azione dirompente, netta, dell’artificio.

Invece il mio spazio dell’infanzia è stato l’odore di catrame, la teoria ossessiva delle traverse di quercia tra i binari, il vuoto dei carri abbandonati e ormai privi di merce, sacre cattedrali del fantasticare. Lì, nella vecchia cittadella dei treni, erano già in nuce materia e ritmo, costruzione e sostanza statica, la fuga prospettica dei punti e l’immaginifico dinamismo del tempo, il viaggio funambolico verso città lontane (allora solo sognate e, più tardi, apparse nella conferma del reale). 

Tutto questo è entrato dentro me con prepotenza e, di conseguenza, nel fare architettura e nel mio pensiero dell’abitare, sempre distinto e distinguibile: chi pensa di essere apolide nell’anima o, addirittura, soggetto globalizzato dalla lineare piattezza culturale, sostiene una banalità immane. Siamo tutti segnati dai lembi delle diverse terre madri. 

Il mio spazio dell’infanzia non è stata la Reggia, ma l’odore di catrame, la teoria ossessiva delle traverse di quercia tra i binari, il vuoto dei carri abbandonati e ormai privi di merce, sacre cattedrali del fantasticare. chi pensa di essere apolide nell’anima o, addirittura, soggetto globalizzato dalla lineare piattezza culturale, sostiene una banalità immane

Quanto conta il fuori scala e l’ordine gigante della Reggia nell’immaginazione dello spazio urbano e di quello architettonico? Un edificio che si fa territorio e paesaggio come il complesso vanvitelliano cosa offre rispetto ad occasioni progettuali che sono minime, intime, frammentate, preziose?

Caserta è città_teatro, cerchiata da ventisette borghi sparsi sugli spalti di colline contrapposte a un palcoscenico piatto e schiacciato intorno alla Grande Reggia, orgoglio nostalgico della meraviglia, distacco imposto dalla follia dei burocrati. Ne osservo l’illusione provinciale di unicità, i ritti muri di tufo le cui direttrici contraddicono appena l’impianto regolare dell’antico agrimensore romano: la linea del parco vanvitelliano ruota di pochi gradi, in senso orario. 

È nella presa d’atto di quell’errore cosciente che si insinua il mio essere architetto qui, non affatto irretito dalla maestosità, dall’opulenza percettiva o dall’incanto, se non da quella minima deviazione, impercettibilmente spiazzante. 

L’errore è infatti sempre evidente nelle mie cose, nella scarnificazione di superfici, nella evidenza di alcune imprecisioni, nella addizione di parti dissonanti, nella irriconoscibilità delle esperienze progettuali nel tempo, così come lo è il tradimento continuo e perverso del segno, atto profondamente condizionante, anch’esso desunto dalla storia della città vissuta. Vanvitelli ha realizzato un lungo e difficile corso d’acqua, fatto di ponti possenti ed escavazioni complesse, calcoli millimetrici e condotte di tufo per alimentare le fontane e la finzione scenica di sapore ancora barocco: sembra essere questa la verità del suo operato, il fine ultimo effimero per soddisfare volere politico e rappresentativo dei reali o la gioia cinguettante dei cicisbei di corte. Invece quell’acqua ha servito la città parallela alla aristocrazia del Palazzo, ha fatto girare meccanismi complessi di fabbriche e dissetato le genti per essere democrazia, tradimento inaspettato.  

La linea del parco vanvitelliano ruota di pochi gradi, in senso orario. È nella presa d’atto di quell’errore cosciente che si insinua il mio essere architetto qui, non affatto irretito dalla maestosità, dall’opulenza percettiva o dall’incanto, se non da quella minima deviazione, impercettibilmente spiazzante

E dalla provincia italiana alle province cinesi, più vicine di quanto si possa pensare nel tuo sentire, in quelle dimensioni che si vanno rincorrendo e trasformando, tra città, campagna, territorio, storia e futuro… Ci racconti di questo dialogo, cosa hai portato lì di te, cosa ne riporti indietro, come fa un architetto casertano a sentirsi a casa in Cina? 

Caserta è il mio quotidiano, potrebbe essere compimento sufficiente e scrivania salgariana da dove partire per qualsiasi luogo restando infisso al suolo. Invece le occasioni hanno segnato l’allontanamento fisico e lo spostamento a Oriente (Arabia Saudita, Myanmar, Qatar e molte regioni della Cina) dove ho compreso la differenza tra le città, il loro inspiegabile, le diverse reazioni ed emozioni, uso dell’abitare, comportamenti, aspettative, durabilità. Nelle esperienze estere ho sempre guardato, ben prima della forma e della architettura, a questo divergente punto di vista tentando la catarsi interiore delle certezze, la frantumazione della mia ossatura culturale conservandone però il metodo e i codici dello spiazzamento.

In Arabia Saudita, Myanmar, Qatar e in molte regioni della Cina ho compreso la differenza tra le città, il loro inspiegabile, le diverse reazioni ed emozioni, uso dell’abitare, comportamenti, aspettative, durabilità

Le città dell’Est e dell’Ovest esprimono omologazione attraverso l’esteriorità fisica del costruito che nasconde, invece, profonde differenze nonostante la riconoscibilità della ripetizione. La vera sostanza di tale opposizione è il Vuoto, serena contemplazione per l’Oriente e angoscia tendente alla creatività per l’Occidente: traguardo “impossibile” per il progetto nel suo sforzo di racchiuderlo nella pietra che vi resta, alla fine, inevitabilmente imprigionata. L’architettura orientale si fonda su questo posto dell’anima, mai sontuoso, che si discosta dal sublime dello spazio d’Occidente, impregnato di ansia. Nei giardini cinesi di Suzhou si mostra l’invenzione del pensiero con la sua imperfezione spazio-temporale percorrendo ponti zigzaganti sull’acqua o, restando fermi, attraversando con lo sguardo bucature multiformi ricavate nei muri. Interiorità non necessitante d’involucro. Totale vuoto fisico dove solo il tempo dimensiona lo spazio. E il tempo è esattamente lo spazio familiare che mi rende vicinanza quella lontananza, casa.

L’architettura orientale si fonda su questo posto dell’anima, mai sontuoso, che si discosta dal sublime dello spazio d’Occidente, impregnato di ansia

E se guardo alla tua architettura e leggo le tue parole, penso a un costante discorso intessuto tra inclusività e differenze. Come si conciliano il candore e l’ordine dei tuoi progetti con la tua forte sensibilità per le differenze? 

Il progetto è punto di calma, sintesi serena di un pensiero che è invece tormento,  continua incoerenza, oscillazione. L’architettura ha il potere di un dono salvifico risolto in forma di ordine e candore necessario a coprire tutto, pur lasciando spazio a slittamenti, asperità che rimangono sotto traccia.  

foto Luigi Spina

Foto Mario Ferrara

Foto Mario Ferrara

Foto Mario Ferrara

C’è una provincia raccontata che appare e si costruisce tra le pagine di tanta letteratura. Così come anche in tanta arte figurativa, nel cinema, nella fotografia… Vorrei che scegliessi il tuo autore, uno solo, quello che ti sembra più vicino al tuo mondo, e che alla cartolina aggiungessi anche una sua frase o una sua immagine che magari ti accompagna sovente nelle tue peregrinazioni progettuali di/dalla provincia. 

Proust e la sua provincia, soprattutto quella interiore, lontanissima dalla Parigi delle storie sontuose e, per molti aspetti, vicina a quella italiana. Nel suo scriverne si avverte la tensione eccentrica verso la frammentazione rispetto alla noia della accumulazione della grande città. Lui vi si immerge con nostalgia denunciandone, in modo sottile e  profeticamente, la demolizione allora già in atto. Ed è così. La provincia è il risultato di aggregazione, voglia/necessità di condivisione, scambio e baratto, unicità formale di un punto dove ritrovare istantaneamente, e in uno spazio compresso, ogni cosa che l’uomo stesso produce o pensa. Il suo annullamento costituisce il fallimento di quelle premesse. Forse ne resterà la solitudine, la dispersione, l’esplosione del singolo in parti incommensurabili prive di senso. Quella che resisterà, museificata, sarà come l’uomo che nel deserto incontra se stesso, guardandosi ad uno specchio.

“Tra tutti coloro che compongono la nostra individualità, i più appariscenti non sono per noi i più essenziali. In me, quando la malattia avrà finito di gettarli uno dopo l’altro per terra, ne resteranno ancora due o tre che avranno la vita più forte degli altri, in particolare un certo filosofo che è felice soltanto quando scopre, fra due opere, fra due sensazioni, una parte comune. Ma l’ultimo di tutti, mi sono a volte chiesto se non dovrà essere il piccolo omino molto simile a un altro che l’ottico di Combray aveva esposto dietro alla sua vetrina per indicare il tempo che faceva e che, togliendosi il cappuccio non appena ci fosse il sole, lo rimetteva se stava per piovere.” (Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, La Prigioniera, 1923).

La provincia è il risultato di aggregazione, voglia/necessità di condivisione, scambio e baratto, unicità formale di un punto dove ritrovare istantaneamente, e in uno spazio compresso, ogni cosa che l’uomo stesso produce o pensa

E infine, nello spazio breve e circoscritto del retro di una cartolina, un tuo messaggio di saluto e riflessione su quello che in questo momento ti sembra più importante da progettista. 

Dicono questo sia il tempo della necessaria modificazione verso una dolce resistenza. 

A me è rimasta la mollezza del viaggio.

Raffaele Cutillo

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