Rapt Studio: il vero design è dare l'emozione di un bar di quartiere - CTD
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Paolo Casicci

2 aprile 2019

Rapt Studio: il vero design è dare l’emozione di un bar di quartiere

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Lo studio americano che progetta gli uffici di grandi aziende arriva a Ventura Centrale con un’installazione che è un invito al dialogo nell’era dei selfie

C’è voglia di empatia, in questo Fuorisalone. Per fortuna, il potenziale di instagrammabilità di molte installazioni non sempre asseconda la selfie-mania e il solipsismo digitale. Anzi, nel caso di Tell me more, il percorso che potremmo definire “emozionale” di Rapt Studio in uno dei tunnel di Ventura Centrale, promette di andare in direzione opposta, stimolando il pubblico a uscire dalla propria comfort zone e a dialogare, letteralmente, con il prossimo, inteso come il vicino.

Rapt è uno studio multidisciplinare americano famoso nel mondo per il design “liquido” che porta nelle sedi di multinazionali e brand d’eccellenza, da The North Face a Linkedin passando per Dropbox. Curiosamente, le risposta del ceo e chief creative officer di Rapt, David Galullo, arrivano proprio via Dropbox.

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Tell me more, Rapt Studio, Ventura Centrale

Tell me more sembra ispirata a un concetto di empatia, di comunicazione, al desiderio di mettere l’individuo al centro di una rete e farlo uscire dal suo mondo chiuso. Quanto spetta ai designer incoraggiare l’interazione umana e quanto dipende dai committenti?

“In Rapt Studio crediamo che il design abbia il potere di collegare le persone e i movimenti più grandi di loro che li legano emotivamente. Il design può incoraggiare l’interazione umana e favorire una vera connessione tra gli individui. La sensazione che si prova quando si entra nel bar del cuore, nel proprio quartiere, quella sensazione di sicurezza e comfort, il senso di appartenenza e di accettazione reciproca, è un motore potente. Come designer, assumiamo seriamente questa responsabilità e cerchiamo sempre di trovare la verità sottotraccia, la storia che porterà a questa esperienza condivisa. Tendiamo anche a lavorare con clienti che cercano di sfruttare il design come generatore di movimento, driver di esperienza condivisa e strumento per creare connessioni significative”.

Che cosa significa, in pratica, che in Tell me more si entrerà come singoli e si uscirà “come parte di qualcosa di più grande?”

“Quando i visitatori arrivano nello spazio dell’installazione, entrano in uno spazio che gli è del tutto nuovo, in cui non si percepiscono come sicuri. Viene chiesto loro di sperimentare questo spazio come individui, entrando in un perimetro particolare, rivestito di tende. Da qui, si imbattono nella domanda di uno sconosciuto, che li ha preceduti, fino a quando tutti si ritrovano in una sala dove vengono incoraggiati a conversare, a unirsi alla discussione, a condividere e a diventare parte del tutto…. In questi giorni milanesi caratterizzati da una forma di isolamento digitale pur nel nome della connessione a un grosso evento, riteniamo che sia importante guardare lontano dallo schermo e negli occhi di qualcuno per ricordarci che siamo tra amici”.

Su quali emozioni lavorate per spingere l’individuo a comunicare? In che modo il design può aiutare a portare un individuo fuori dal suo mondo chiuso?

“L’esperienza di avere rivolta una domanda personale da qualcuno che ti è vicino e ha avuto la tua stessa esperienza aiuta a rimuovere la barriera. La progressione del design dello spazio e il linguaggio stesso dello spazio, dall’illuminazione ai materiali, condurranno da una zona d’ingresso più fredda al comfort e al calore della sala. Sottolineando, così, che l’interazione umana è positiva e le connessioni sviluppate all’interno infondono serenità”.

I designer fanno abbastanza per far crescere empatia e interazione nella vita di tutti i giorni negli spazi privati ​​e pubblici?

“A volte sì e a volte no – spesso c’è più preoccupazione circa la scala degli edifici e della città che non per gli esseri umani e i loro rapporti. Noi partiamo sempre dai comportamenti e dalle interazioni previste. Cosa vogliamo che le persone sentano quando arrivano, mentre sono qui e quando se ne vanno? Come possiamo supportare attraverso il design l’esperienza prevista? In che modo il nostro team di progettisti interdisciplinari può offrire una gamma di punti di vista, talenti e abilità per realizzare un’esperienza completa che vada a vantaggio dell’esperienza?”.

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La sede di Dropbox, progetto di Rapt Studio

La tecnologia oggi è una gabbia o un’opportunità per l’individuo? Come la usate nei vostri progetti?

“Siamo fermamente convinti che la tecnologia possa essere uno strumento incredibilmente potente per l’interazione umana, perché mette a disposizione dell’utente informazioni. Riteniamo però anche che l’integrazione della tecnologia debba essere presa in considerazione in modo ponderato e coerente, e soltanto a supporto dei comportamenti e delle interazioni previste. Il design deve essere guidato dall’esperienza umana e quindi integrare la tecnologia per supportare pienamente quell’esperienza. In alcuni casi, le soluzioni low-tech / no-tech sono appropriate. In altri, l’esperienza digitale diventa uguale o superiore a quella fisica: spetta al designer interpretare la scena, il livello e l’ambito dell’integrazione”.

Che cosa significa per un designer progettare nell’era post-digitale?

“Pensiamo che il designer abbia sempre avuto la responsabilità di bilanciare l’arte e la scienza, la forma e la funzione, l’eccellenza operativa e l’eleganza delle proporzioni per creare qualcosa che sia più grande della somma delle sue parti. Questo è così da sempre e non cambierà mai”.

Siete famosi per i vostri progetti di uffici di grandi brand, liquidi e versatili, in cui si può lavorare in gruppo ma anche isolarsi. Qual è la formula giusta per un open space contemporaneo, dopo il successo di molti anni fa e la recente crisi?

“Non è una risposta facile, ma l’equilibrio viene dal ponderare le diverse istanze, personali e collettive, dell’individuo e dei bisogni dei gruppi. Alla fine della giornata, la verità è che, progettando un posto di lavoro, un punto vendita al dettaglio o una struttura di ospitalità, cerchiamo di rappresentare le interazioni sia individuali che di gruppo e i tipi di messaggi, spazi e storie che supportano al meglio queste interazioni – quelli che risuonano emotivamente e lasciano un’impressione duratura. Oggi, sul posto di lavoro, l’opportunità di riunire le persone perché si sentano parte di qualcosa è ancora un importante motore progettuale. Ma anche lavorare per permettere ai singoli di dare il meglio è una sfida importante”.