Roberto Sironi: la natura è "broken", ma io indago il codice umano - CTD
menu
Paolo Casicci

28 marzo 2019

Roberto Sironi: la natura è “broken”, ma io indago il codice umano

Share:
roberto-sironi

Alle 5Vie la mostra del designer e ricercatore è l’altra faccia, complementare, del dibattito sull’estinzione in corso in Triennale

di Paolo Casicci

C’è un tema aperto nel mondo del design: riguarda il ruolo del progettista circa il destino del pianeta. Che fare mentre il climate change centrifuga il meteo e le plastiche generano negli oceani arcipelaghi indissolubili? La XXII Triennale a cura di Paola Antonelli ha fissato un mese fa lo standard del dibattito con una operazione internazionale di sintesi, monumentale e benemerita, che mette al centro la Broken Nature: una natura spezzata, vilipesa, compromessa dalla mano umana. “Ci estingueremo, ma che almeno sia un’estinzione elegante e di design” è il mantra di un allestimento che vuole anche rappresentare il giro di boa ineludibile per la coscienza dei progettisti.

E l’uomo? Posto che la Terra sparirà, e che “è soltanto una questione di tempo”, è lecito domandarsi anche in che condizione arriverà quel giorno l’essere umano. Sarà ancora un homo sapiens sapiens o tra bracciate nella plastica e microchip sottopelle avremo sviluppato i geni che ci aiuteranno a sopravvivere e a perpetuare la specie fino al giorno dell’Apocalisse? “Prima della sapiens sapiens sono esistite e si sono estinte altre diciannove specie di homo. Quello della natura spezzata resta un problema di chi abita il pianeta: la Terra si rigenera sempre, tocca a noi capire che fine faremo” dice Roberto Sironi.

HUMAN-CODE-roberto-sironi-5Vie

Human Code di Roberto Sironi alla Siam, distretto 5Vie

Classe 1983, laurea al Politecnico di Milano in Design industriale e ricercatore nello stesso ateneo, Sironi porta al Fuorisalone, nel distretto delle 5Vie, una mostra che già dal titolo, Human Code, è l’altra faccia di Broken Nature, in qualche modo complementare. Il codice umano di Sironi, designer collocato tra l’universo della ricerca e quello delle limited edition, è una sorta di excursus della storia dell’uomo e del suo rapporto con la natura per punti salienti attraverso opere inedite realizzate alla maniera di questo creativo sofisticato e molto apprezzato, ovvero stratificando materiali, tecniche e linguaggi per sviscerare in chiave antropologica il rapporto tra essere umano (e qui torna la domanda: ci estingueremo sapiens sapiens o cos’altro saremo diventati?), tecnologia e natura. Una overview tra antropologia, big data e scienza con la curatela di Annalisa Rosso, dove il design funge da driver e schermo su cui proiettare sperimentazioni di passato e scenari futuri.

L’uomo è geneticamente in conflitto con la natura, l’Antropocene è iniziato quando la nostra specie non è più stata scimmia, semplicemente all’epoca era molto più lento

“E’ una mostra su più livelli perché i suoi pezzi sono fatti con materiali e tecniche diversi” spiega Sironi. Si parte dal cortile della Siam, la Società d’incoraggiamento d’arti e mestieri di via Santa Marta, dove su un menhir in serpentino il designer ha inciso l’algoritmo che serve a estrarre il segnale del battito cardiaco. E questa è soltanto la prima di una serie di straficazioni di epoche ancestrali e tecnologia, di materia terrestre e codice digitale. Intorno, sette pietre disposte a forma di cerchio rimandano a una delle prime forme di architettura umana.

Anche una pannocchia è frutto dell’uomo, perché nata domesticando il mais selvaggio… La mia non vuole essere una visione ribelle, mi interessa piuttosto dare degli elementi lasciando libero il pubblico di tirare le sue conclusioni

Arrivati nei sotterranei della Siam, si aprono antichi ambienti romani che ospitano altri nove pezzi. Tra pannocchie in bronzo con occhi di onice nero, tibie in alabastro che evocano la scena iniziale di 2001, A Space Odyssey di Stanley Kubrick e veneri del paleolitico digitalizzate e stampate con un braccio elettronico, si fa largo la visione di Sironi secondo cui l’Antropocene, ovvero l’era in cui la presenza dell’uomo sul pianeta ha iniziato a compromettere la natura, non sia partita come da convenzione il 16 luglio 1945, giorno del primo test atomico, ma molto prima, quando l’uomo ha smesso di essere scimmia. E’ da allora che la specie è entrata in conflitto con la natura: “Anche quello di cinque milioni di anni fa era Antropocene, soltanto più lento nelle sue dinamiche rispetto a oggi. Era Antropocene la lavorazione delle selci nei primi insediamenti umani, e infatti in Human Code ce ne sono cinque, scolpite in cera e con fusione di bronzo. Anche la pannocchia è figlia dell’Antropocene: non l’ha creata la Natura, ma l’uomo, domesticando e incrociando i teosinti che sono gli antenati del mais selvatico”.

Volevo riflettere anche sulla capacità perduta di alcune cose di essere mitiche. Una volta un serpente evocava qualcosa, oggi è semplicemente un rettile

Nella mostra trovano posto anche un favo con una fusione di alluminio per riflettere sulla scomparsa delle api e di altre specie, un neon di 120 centimetri per 120 che indica i dati volumetrici dalla fine dell’Ottocento del ghiacciaio del Rutor in Val d’Aosta a testimoniare il valore dei dati (nello specifico 430 milioni di metri cubi di ghiaccio in meno) come strumento d’indagine.

Anche Sironi propone qualcosa di broken, nella fattispecie Broken myths, ovvero il bassorilevo di una serpe spezzata in due, metà gesso e metà foglia oro: “Ho pensato a una serpe per sottolineare l’erosione della carica evocativa di certi simboli. Un tempo un serpente era mitologico, oggi è semplicemente un rettile”.

Roberto-Sironi-fuorisalone-5Vie-human-code

Roberto Sironi, foto di Federico Villa

Su tutto, lo sguardo e la mano del designer si posano con uno spirito laico, senza volontà di giudicare, con un sentimento che non è di distacco ma di osservazione. Lo sottolinea la curatrice, Annalisa Rosso: “In mostra non ci sono statement: niente facili soluzioni o retorica dell’emergenza“. Aggiunge Sironi: “La mia è una prospettiva che non vuole condizionare il pensiero delle persone, ma piuttosto far riflettere su determinate tematiche in modo autocritico e lucido”.

Un designer ribelle? “Forse ribelle è una parola troppo ingombrante – diciamo che ho una personale visione delle cose, che non è perfettamente sovrapponibile a quella che viene somministrata, in particolare nella formazione accademica italiana. Credo che sia proprio questa la natura del fare ricerca: evitare di assecondare a priori ciò che viene proposto come status quo, ma piuttosto sviluppare un proprio personale pensiero critico”. Ancora: “In Human Code non mi interessa suggerire un finale, ma lasciare che ognuno faccia le proprie considerazioni. Viviamo l’emergenza cllimatica, ma intanto la ricerca scientifica va avanti e segna nuove conquiste, mentre l’aspettativa di vita nei Paesi sviluppati è in crescita. Diciamo che nel mio Human Code trova posto tutto questo”.

La mostra è in collaborazione con Abet Laminati, main sponsor dell’evento. Le partnership tecniche sono con Fonderia Artistica Battaglia, Neonlauro, Serpentino & Graniti, Indexlab, Serra 1938.