Rubelli, il filo ininterrotto del made in Italy | CieloTerraDesign
menu
Paolo Casicci

20 febbraio 2018

Rubelli, il filo ininterrotto del made in Italy

Share:
Rubelli-interni

L’ad del marchio veneziano: ecco perché non ha senso delocalizzare la nostra eccellenza

 

Ci sono amministratori delegati di eccellenze del made in Italy che trascorrono all’estero metà della loro vita professionale esplorando Paesi dove delocalizzare la produzione. E purtroppo sono quelli che fanno più notizia. Ma esiste un altro gruppo di Ceo che guarda all’estero e arriva alla conclusione opposta: che il luogo migliore dove continuare a investire, produrre e scommettere è ancora l’Italia.

Andrea Favaretto Rubelli appartiene a questo secondo club ristretto, per il quale ha rinnovato da poco la tessera dopo che l’azienda di famiglia, eccellenza veneziana dei tessuti per l’arredamento, ha inaugurato lo scorso novembre a Cucciago, nel Comasco, uno storico stabilimento rinnovato e ampliato di duemila metri quadrati. È a Cucciago che, da tempo, Rubelli lavora alle produzioni speciali per progetti in ambito contract. È a Cucciago che nascono creazioni come quelle per il teatro Bolshoi di Mosca, i casinò di Las Vegas e di Macao, il Museo Albertina di Vienna, l’albergo Gritti Palace a Venezia. Tutte realizzazioni rese possibili dall’impiego di maestranze altamente qualificate. “A Cucciago non ci siamo fermati con l’ampliamento concluso da poco” spiega Andrea Favaretto Rubelli, “ma stiamo andando avanti installando un orditoio da 600 mila euro che ha pochi eguali al mondo”.

Facciamo un passo indietro. Rubelli è un’azienda fondata nell’Ottocento e attiva da cinque generazioni cui fanno capo Rubelli Venezia, Rubelli Casa, Kieffer e Donghia. Brand cui va aggiunta la licenza Armani Casa. Risale al 2005 il passo strategico dell’acquisizione del marchio Donghia, che ha proiettato il gruppo nel mondo dei complementi d’arredo e dell’illuminazione. Oggi Rubelli conta su 180 dipendenti in Italia e 160 negli Stati Uniti. “Il nostro primo mercato è quello americano, l’85 per cento del fatturato è all’estero, ma le nostre radici sono ben salde a Venezia” spiega l’ad, “ed è la tradizione che ci dà la forza per imporci nel mondo”. Quella di spostare la produzione da Venezia nel Comasco, negli anni Ottanta, è stata una scelta coraggiosa: non è facile lasciare la città dove un’avventura imprenditoriale lunga decenni è nata e diventata di successo: “La provincia di Como è storicamente il punto di riferimento dell’Occidente per l’industria serica e quello che le ruota intorno. Dai tintori ai torcitori fino agli stampatori, nel Comasco opera una filiera di piccoli e medi imprenditori artigiani che per noi è vitale. Se fossimo rimasti a Venezia, non saremmo arrivati dove siamo oggi”.

Da Venezia alla Lombardia, dunque, ma pur sempre in Italia. Il che non vuol dire negarsi il diritto a esplorare mete e approdi nuovi, anche all’estero. Il punto è con quale prospettiva si conduce lo scouting. “Abbiamo un occhio aperto sul futuro e un altro che guarda al passato. Questo strabismo virtuoso ci porta a guardare sia all’Italia sia all’estero, perché ha senso decidere di restare nel proprio Paese soltanto dopo avere viaggiato moltissimo e compreso a fondo la realtà internazionale. Negli ultimi quindici anni, ci siamo guardati intorno non soltanto in America, ma anche in Asia e in Turchia, per capire i limiti degli altri e, quindi, per rafforzare il nostro vantaggio competitivo. Siamo usciti da questa esplorazione con la certezza che l’Italia resta il miglior Paese in cui produrre, ma non perché qui si realizzano i manufatti migliori e più belli – gli italiani, del resto, lavorano in tutto il mondo e ovunque si trovano la nostra qualità e i nostri know-how – ma per la capacità di adattarsi e la flessibilità nell’interpretare le richieste dei clienti”.

Da Rubelli sono attivi trentuno telai, nessuno dei quali ordisce lo stesso tipo di trama. Ventotto sono modernissime macchine elettroniche, tre sono telai a mano settecenteschi perfettamente funzionanti. Trasferiti da Venezia a Cucciago negli anni Novanta, gli antichi telai a mano permettono a Rubelli di produrre ancora oggi i soprarizzi, preziosi velluti in seta fatti a mano: una lavorazione che pochissime aziende nel mondo sono ancora in grado di eseguire. Seguendo l’antica tecnica della cesellatura, che prevedeva la complessa operazione di taglio con una lametta di una parte della superficie del velluto, si ottiene un effetto tridimensionale. L’eleganza di questi manufatti deriva dalla studiata contrapposizione di velluto tagliato e riccio, ossia non tagliato. Per la complessità dell’esecuzione, la produzione giornaliera di questi velluti non supera i 60 centimetri. Essi rappresentano la haute couture dei tessuti per arredamento. Espressione di un’artigianalità sempre più rara, sono apprezzati in tutto il mondo da una clientela raffinata che vuole inserire nel proprio spazio abitativo un elemento prezioso ed esclusivo.

Produrre in Italia vuol dire, però, anche scontrarsi con la lenta, progressiva carenza di manodopera qualificata. È così anche per Rubelli? “Negli ultimi dieci anni, la chiusura di alcune realtà nel Comasco ha portato a un surplus di forza lavoro. La scarsa offerta di manodopera è quindi un problema che potremmo avere in futuro, anche perché dalle scuole specializzate escono non più di cinque addetti ogni anno. La formazione è senza dubbio una frontiera che inizieremo a esplorare. Al momento, una convenzione con il Comune di Cucciago – dove prima le fabbriche seriche erano quattro – prevede borse di studio e stage nella nostra azienda”.