Perché il Salone del Mobile ci invia inutili sondaggi anziché dare alla community del design un'idea di futuro? - CTD
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Paolo Casicci

20 Gennaio 2021

E se il sistema design si stesse riorganizzando senza il Salone del Mobile?

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Nei giorni più delicati e incerti, e mentre molte aziende stanno già progettando il futuro, il Salone di Milano rinuncia a indicare una strada alla sua community. E invece manda email con sondaggi di dubbia rilevanza

Corre un piccolo brivido sulla schiena le (sempre più) rare volte in cui sulla casella di posta elettronica vedi apparire una email che ha per mittente il Salone del Mobile di Milano. 

La reazione immediata, prima ancora di aprire il messaggio, è pensare che sia successo qualcosa di davvero importante o imprescindibile, visto che l’ente organizzatore della prima fiera internazionale del design e dell’arredo si rivolge alla sua community con messaggi sempre più diradati, centellinati, pesati come si pesano i passi nel bosco nelle notti senza luna.

 

L’ultima di queste comunicazioni inviate in piena pandemia agli addetti ai lavori (aziende, designer, giornalisti) è l’invito, diramato a partire da ieri, a rispondere a un sondaggio telematico dedicato alla – cito alla lettera – “ripartenza”.  “Il Salone del Mobile.Milano” è scritto “ha aderito al progetto Il ruolo delle fiere nella ripartenza in collaborazione con il Comitato Fiere Industrie e Aefi, associazione di riferimento delle fiere italiane. L’attuale crisi sanitaria globale ha costretto tutte le aziende a evolversi e adattarsi, la finalità dell’indagine coordinata dalle due associazioni è raccogliere opinioni di espositori e professionisti in modo trasversale ai principali comparti italiani affrontando una serie di argomenti chiave”.

Poche comunicazioni ufficiali, e sempre più diradate: mentre le aziende e gli addetti ai lavori si interrogano sul futuro e nei casi più virtuosi lo progettano, la massima istituzione fieristica del design invita a partecipare a indagini di dubbia rilevanza

Segue l’invito a cliccare sull’indagine e a rispondere a poche domande in cui, in sintesi, si chiede agli addetti ai lavori quante fiere hanno visto annullare in quest’anno di pandemia, quanto fossero strategiche (sic!) le fiere per la propria attività prima dell’arrivo del Covid-19, in quali Paesi ci si sentirebbe sicuri di esporre, a quali condizioni oggi un operatore tornerebbe a viaggiare, se, alla ripartenza, le fiere saranno più o meno importanti di una volta, e così via. 

Quello che il Salone e Aefi ci chiedono è, insomma, di partecipare più a un affresco emotivo che a una vera indagine statistica. Innanzitutto perché se davvero l’obiettivo è sapere quante fiere sono state annullate in questi mesi (e in quelli a venire) la risposta compete a un’istituzione come il Salone o alle fiere omologhe, più che ai dati empirici raccolti dagli operatori del settore. Se invece l’obiettivo è testare l’umore di aziende e designer, attivare l’attenzione della community facendo sentire quella presenza istituzionale che a molti, in questi mesi, è mancata, allora possiamo dire che non è con un sondaggio come questo che si va a goal. E che forse era meglio lasciar perdere e far passare un altro paio di mesi in attesa della prossima, centellinatissima, email.

Parlare di “ripartenza” nei termini in cui lo fa questa lettera è sbagliato due volte. Provo a spiegare perché. 

Il primo motivo è che esiste un’avanguardia, una élite di aziende, che pur tra mille difficoltà è già ripartita, o almeno ci sta provando. Sono le aziende che lo scorso marzo si sono rimboccate le maniche e sono ricorse al digitale non come una infrastruttura di ripiego, ma guardando al web e alle sue piattaforme come un’opportunità. Sono le aziende che stanno imparando a fare di necessità virtù, e lo fanno come lo fa il miglior design: progettando il futuro. Parlare a questo gruppo di imprese illuminate di una ripartenza di là da venire suona quasi offensivo, perché la ripartenza, in questi casi virtuosi, è uno sforzo titanico quotidiano. A questa élite, più che domandare in quali Paesi ci si sente sicuri a esporre, bisognerebbe fornire una visione e un motivo per cui valga la pena davvero, quando tutto sarà “ripartito”, ammesso che lo sarà, esporre al Salone. 

Ma anche parlare di ripartenza in chiave futura a chi non appartiene a questa avanguardia coraggiosa è comunque sbagliato: perché le aziende più piccole e meno attrezzate preferirebbero sentire discutere di futuro in chiave proattiva e con una visione, piuttosto che aspettare che qualcuno, ovvero l’istituzione pagata per allestire la prima fiera mondiale del design, le interroghi su “quanto era importante per il vostro business esporre alle fiere prima del Covid-19”. 

Nessun intervento sul digitale, nessun dibattito sulle opportunità che il web apre in un momento difficile. Il modo in cui il Salone parla di “ripartenza” fa venire il sospetto che la fiera ignori i tanti casi di imprese che sono già ripartite e, domani, potrebbero non avere bisogno degli eventi espositivi come siamo abituati a conoscerli

In un periodo di enormi incertezze, con le sue rade e opinabili comunicazioni, il Salone rinuncia al ruolo cui forse dovrebbe assolvere in questo momento più di qualsiasi altro: quello di fornire alla propria community un orizzonte temporale e di senso. Animare il dibattito sul phygital, per esempio, esplorare nuove condizioni e nuovi paradigmi espositivi, far intendere se nel mare di iniziative on line germinate in questi mesi si può avvistare un nuovo modello di fruizione o di vendita, indicare una strada. Far capire, insomma, che in un momento di rivolgimento esiste una sorgente di pensiero che ha (ancora) tanto da dire. Basterebbe una diretta Zoom, un piccolo ma denso palinsesto di incontri, e non mancano certo i designer per allestire gli sfondi… Non credo che la community del design snobberebbe l’appuntamento, se fosse l’occasione per sapere che cosa ha da dire il Salone dei giorni confusi che stiamo vivendo. 

Aspettare il 5 settembre per “ripartire”, quando c’è già chi è ripartito o chi rischia di non farlo più, sarebbe un errore strategico imperdonabile. Nulla è eterno, neanche il successo di una fiera che ogni anno supera il record di visitatori dell’edizione precedente. Ma al Salone, per ora, sembrano non pensarci.