Salonicco, tutto il fascino fané di una metropoli | CTD
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23 febbraio 2018

Salonicco, tutto il fascino fané di una metropoli

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Itinerario sentimentale aspettando un Grand Budapest Hotel anche qui

 

di Roberto Clever

 

Diciamolo subito: Salonicco non è esattamente quel che a un primo sguardo definiresti la meta ideale per un appassionato di design. Almeno se per design intendiamo il mondo tirato a lucido delle riviste d’arredamento. Oppure quello ipertecnologico che ci aspetteremmo da una smart city proiettata nel futuro.

Ma se per design intendiamo anche le atmosfere ruvide, rarefatte e un po’ tossiche (il fumo non è ancora proibito nei locali pubblici in Grecia) di una città ponte tra culture diverse, passata da secoli gloriosi alle devastazioni del Novecento, una città che i segni di quel passato li porta addosso ed esibisce con orgoglio come una dimora di tendenza esibisce i suoi objets trouvés, allora Salonicco è una perfetta meta di design.

Si può percorrere la via Egnatia o il lungomare zeppo di cafè e bristrot affollati a tutte le ore, o ancora i quartieri residenziali più lontani dal centro, e tra edifici liberty, eclettici, deco e neoclassici, sbattuti dal tempo o lustrati, immaginare che da un momento all’altro sbuchino da un androne decadente tra cancelli in fer forgé e mosaici in ceramica e marmi policromi Emiliano Salci e Britt Moran. Non c’è nulla di così lontano eppure di più vicino a Salonicco di quello che potrebbe essere un allestimento di Dimore studio. Anzi, potremmo lanciarlo subito l’appello a Salci e Moran perché vengano qui, in questa congiunzione (anche astrale) tra Occidente e Oriente, a spandere la loro aura sulle tante patine che culture e aromi, accenti e tragedie d’ogni matrice e sorta (guerre, deportazioni di ebrei, terremoti, incendi, da ultimo la crisi economica) seminano da secoli nella seconda città della Grecia. Se è lecito sognare, Salonicco potrebbe diventare per Dimore studio quello che il Grand Budapest Hotel è per Wes Anderson.

Il fascino di Salonicco è fané, quella parola francese che richiama le erbe che si seccano diventando fieno. Alla lettera, dalla Treccani, fané è “appassito, sfiorito; per lo più in senso figurato, con riferimento a persona che, col passare degli anni, abbia perso freschezza: un viso, una bellezza fané; o anche a oggetti o luoghi un po’ sciupati dal tempo: un abito, un arredamento fané”. E una metropoli fané, allora.

Salonicco è Grecia, ma la Grecia macedone e balcanica, che odora di giubbotti di pelle, balla su tempi dispari e canta il rebetiko. La Grecia che guarda a Est, insomma. Anche se, come ha scritto Stefano Malatesta, “l’aspetto fortemente orientale che la città aveva conservato per secoli – una skyline di bagni, moschee, madrase, minareti con coperture a mattonelle invetriate, simili a quelle adoperate dai turchi selgiuchidi per rivestire i tetti degli edifici dell’ Asia Centrale – era scomparso tra le fiamme del grande incendio che aveva devastato la città all’inizio del ventesimo secolo”.

Dunque è tra memorie, ceneri e segni nascosti che va cercata e decifrata l’anima della città. Anche quella contemporanea, che spesso preferisce nascondersi anziché svelarsi. Come succede con la Trilogy House, albergo di tendenza in viale Tsimiski, a pochi minuti dal lungomare, al primo piano di un edificio anni Venti, arredato con mobili Vitra, Tom Dixon e Fritz Hansen. Ma ecco che trovato un segno contemporaneo, subito accanto ne spunta uno rétro: un piano sotto alla Trilogy c’è Protopatoma (alla lettera, mezzanino), coffee bar aperto tutto il giorno e allestito come un teatro decadente, tra arredi e gadget di un tempo perduto e con sale che ospitano gioielli artigianali e balconi dove fare colazione o bere un drink.

A Salonicco si (in)seguono fili. Il fil di fumo delle sigarette dentro ristoranti e bar, dicevamo. Poi quello delle grigliate per strada tra rotonde bizantine, chiese ortodosse e mercati dove a loro volta t’inseguono e ti sfiorano teste d’agnello, di capretto e di bue. E fili elettrici, a chilometri: corrono per terra lungo le strade, in cerca di un rifugio dentro a un muro o sotto a un marciapiede: la salvezza in un corrugato.

Il mercato Kapani e l’altro, storico, di Modiano, sono perfetti per guardarsi dentro e capire, tra banchi di interiora di agnello – fegato, cuore e polmone – o lingua e cervello di mucca, se si è più turisti o viaggiatori. Nelle strade di Ladadica, il quartiere della movida, ci si può perdere di notte ballando al ritmo della techno come dei Pet Shop Boys. Al Mylos, storico ex spazio industriale riconvertito negli anni Novanta in live club nella zona del porto, si cena, si beve e si balla come in una Berlino del Sudeuropa.

A volerla cercare, una sintesi di tutte queste suggestioni così diverse, si può trovare all’ultima edizione della Biennale conclusa a gennaio, tra i collage fotografici di Dionisis Christofilogiannis, una serie di immagini da un mondo distopico dove monumenti di Atene come il Partenone o della stessa Salonicco, con la vecchia passeggiata della città in primo piano, sono combinati con paesaggi desolati di Damasco rasa al suolo o abbandonata. Il tema della Biennale, organizzata dal Museo greco di arte contemporanea, era Imagined Homes: case immaginate. Le opere di Christofilogiannis esposte a Salonicco sono perfette per rendere il segno di un tempo in cui nessuno al mondo può più sentirsi al sicuro. Un mondo in cui siamo tutti potenziali rifugiati, stranieri in terra straniera, in cerca di una casa, di un rifugio, immaginato e sognato. E magari fané.

Dove dormire: The Trilogy House

Dove mangiare: Canteen, taverne al mercato Modiano