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“Salviamo la casa albero di Perugini”

Gli scatti di Oliver Astrologo a Fregene e il degrado di un capolavoro del Novecento

di Fabiana Carboni

È l’emblema della cultura architettonica romana degli anni Sessanta, fondata sull’ambizione utopica di rinnovare la società proprio per mezzo dell’architettura. Oggi la Casa Albero di Giuseppe Perugini e Uga de Plaisant, a Fregene, versa in condizioni di totale incuria e degrado, vandalizzata e ricoperta di tag tra erbacce, vetri rotti e ruggine. Eppure il fascino della casa nella pineta e la sua importanza nell’architettura del Novecento non si sono ridimensionati negli anni, tutt’altro.

“L’edificio purtroppo è in forte stato di abbandono e degrado”, dice Oliver Astrologo, pubblicitario e fotografo romano di 35 anni, descrivendo le condizioni attuali in cui versa la Casa Albero. “Fu un mio amico architetto a parlarmene” prosegue, “e, catturato dalla sua avanguardia decadente, decisi di fermarne il tempo con una serie di istantanee nella speranza che grazie ai social e alle testate digitali, il messaggio venisse raccolto e si procedesse con un’opera di riqualificazione architettonica”.

Anche il Festival del Verde e del Paesaggio, a Roma, lanciò due anni fa un appello: “Salviamo la Casa Albero di Perugini!”, rimasto però inascoltato.

Chiamata anche la “navicella spaziale” per la sua forma e per l’essere in netta contrapposizione con le abitazioni circostanti, la casa di Perugini e de Plaisant è massività e leggerezza al tempo stesso. Pochi sono i materiali che la compongo: vetro, acciaio e cemento. La tessitura irregolare delle travi e dei pilastri accentuano il senso di verticalità, mentre il calcestruzzo armato va a conferma della massiccia consistenza corporea dei volumi appesi ai suoi “rami”.

Inevitabile, così, il rimando all’immagine archetipica del nido, inteso come luogo sicuro dove nascondersi, studiare e riprendere le forze. Figura che trova conferma sia nel suo essere nettamente distaccata da terra, sia nella volontà dei progettisti di rendere la scala passerella – unico elemento di collegamento con il suolo – sollevabile dal terreno in modo da poter isolare e proteggere l’abitazione dal resto del mondo.

I giochi di pieni e di vuoti, basati quasi esclusivamente su moduli cubici, che si ripercuotono sulle facciate e sugli angoli modellando quasi plasticamente l’edificio con infissi in vetro e acciaio ed arretramenti ciechi, sono il frutto di un’attenta ricerca sul linguaggio che scivola nella riflessione colta dell’abitare.

Ma non tutti gli elementi che compongono questa straordinaria testimonianza di pura genialità sono inglobati dal corpo centrale. E’ il caso per esempio della stanza della meditazione, caratterizzata da un corpo sferico in cemento tagliato da una sottile finestra lungo tutto il suo diametro: vi si accede tramite un’ampia porta circolare. Ed è anche il caso della vasca, un tempo destinata ad essere una piscina, che corre immobile e stagnante al di sotto della casa.

A fronte del degrado attuale, ancora più amaro suona il ricordo di Raynaldo Perugini, che così descrive l’opera dei suoi genitori. “Essendo tutti e tre architetti, (la casa) era un po’ il giocattolo di famiglia, nel momento della realizzazione ognuno di noi proponeva soluzioni e nascevano discussioni… Era una sorta di grande laboratorio… immaginatevi un plastico in scala reale! Questa era la casa di Fregene, un plastico al vero in cui ognuno metteva del suo. Una sorta di bottega globale nella quale lavoravamo tutti e per ogni problema c’erano un’infinità di soluzioni possibili. Infatti la cura dei dettagli e la messa a punto di tutte quelle soluzioni che hanno portato alla casa com’è oggi sono stati affrontati nella messa in opera. La particolare caratteristica costruttiva la rende un grande gioco di costruzioni…”.

Chi vorrà raccogliere la sfida di ridare un futuro a questo capolavoro dell’architettura?

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