Gli Scarabicchi di Munari in mostra spiegati da Marco Romanelli - CTD
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Gli Scarabicchi di Bruno Munari in mostra spiegati da Marco Romanelli

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Apre alla Libreria Corraini 121+ una mostra con i disegni del maestro, accompagnata da una riflessione dell’architetto e critico scomparso da poco

“Anche a noi (soprattutto a noi architetti, designer, grafici, illustratori, modellisti, prototipisti, stylist che siamo perseguitati dalle immagini) servirebbe uno psicoanalista che ci proponesse il gioco, profondamente garbato, dello squiggle: uno scarabocchio da sviluppare in disegno e da lì in racconto”.

Inizia così il testo che Marco Romanelli, architetto e critico amatissimo del design scomparso la settimana scorsa, aveva scritto per Scarabicchi, segni e disegni di Bruno Munari, la mostra inizialmente prevista lo scorso autunno, poi annullata per il Covid-19 e che finalmente inaugura il 19 febbraio alla Libreria Corraini 121+ di Milano, dove resterà allestita fino al 10 aprile.

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Quanti segni ci sono per fare i disegni?  Che importanza ha il segno per il disegno? Cosa comunicano i segni di diverso spessore? Sono le domande che Bruno Munari si poneva in Prima del disegno, libro per Corraini del 1996). Per Munari, alla radice del progetto e del disegno, i segni sono le prime formulazioni di un pensiero da ricombinare in infinite variazioni, come quelle tracciate e raccontate, appunto, in Prima del disegno, e come gli scarabocchi che illustrano Favole al telefono di Gianni Rodari, che mostrano le possibilità espressive di una scrittura primaria e automatica.  

Sono scarabicchi, amuleti, segni curvi, orizzontali, verticali, spezzati, mossi,  piroette saltellanti con cui la mano scivola sul foglio. Ed ecco che, giocando con le parole improvvisazione e casualità, il segno diventa la cifra della sperimentazione più libera, e sulla carta compaiono figure, tratti spessi e sottili, segni bizzarri che creano un racconto fatto di linee.  

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Quelle in mostra alla Libreria 121+ sono opere originali su carta della Galleria Maurizio Corraini, disegni, scarabocchi su pagine di agenda, ma anche lavori in serigrafia e multipli che esplorano il tema del segno.

Il testo di Marco Romanelli per la mostra  

“Anche a noi (soprattutto a noi architetti, designer, grafici, illustratori, modellisti, prototipisti, stylist che siamo perseguitati dalle immagini) servirebbe uno psicoanalista che ci proponesse il gioco, profondamente garbato, dello squiggle: uno scarabocchio da sviluppare in disegno e da lì in racconto.

LEGGI IL RITORNO DELLE SERIE ARCHITETTURA E TRASFORMAZIONI DI MUNARI

Lo scarabocchio non è dunque solo uno scarabocchio (e tanto meno se si traveste da ‘scarabicchio’), è uno ‘strumento mirato’, salvifico: è uno specchio dell’anima e dell’inconscio. Ben lo sapeva Bruno Munari. Ben lo sapeva se, introducendo Prima del disegno (1996), scriveva ‘Quanti segni ci sono per fare i disegni?’ e poi partiva con la mano, con la biro, con la matita, con il pennello, su fondo bianco o su carta colorata, dentro un ideogramma o fuori nel cielo aperto a tirar segni (tirar segni alla luna, raccogliere cerchietti come acini d’uva e colature di succo come zampe di ragno). Infatti un sospetto ci rimane sugli scarabicchi di Munari: che il ‘Nostro’ il cervello non lo avesse spento affatto e che non si tratti quindi di una ‘scrittura automatica’, ma piuttosto del voler arrivare (o meglio farci arrivare) in un certo punto: un punto alla Munari, chiaro solo a Munari. Un punto dove, attraverso l’automatismo del gesto, ci aspetta una risposta. È la stessa cosa come tagliare un’arancia, non per mangiarla, non per spremerla, ma per mostrare le leggi eterne della natura. È la stessa cosa che ‘scrivere’ linguaggi sconosciuti di popoli non esistiti (per leggere il rincorrersi di ‘belle calligrafie’ etrusche o sumere o aborigene). È la stessa cosa che mettere l’arte in valigia, per poi, arrivati in una camera d’albergo, tirarla fuori…”.  

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