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Il senso di madame Hermès per l’architettura

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Ritratto di Charlotte Macaux Perelman, dall’apprendistato con le archistar agli allestimenti per la maison

 

Da Philippe Starck, col quale ha lavorato alla fine degli anni Novanta, ha imparato “l’apertura mentale e il senso dell’umorismo”. Da Ian Schrager, il guru americano dei boutique hotel, ha preso l’attitudine sartoriale al progetto. Tra le sue massime ispirazioni cita l’Aldo Rossi delle cabine al lido dell’Elba e la “straordinaria semplicità, quasi monastica” di Luis Barragán. Fonti e mentori completamente diversi che Charlotte Macaux Perelman unisce, mischia e reinterpreta in una cifra stilistica unica e personale.

Se vi state chiedendo chi c’è dietro l’ultima collezione di Hermès Maison, con il suo sorprendente allestimento architettonico realizzato dalla casa francese nello spazio della Pelota alla recente Design week milanese, la risposta è lei: madame Macaux Perelman, direttore creativo del brand d’Oltralpe. È sua l’idea del pavillon senza tempo, bianco e luminoso, in cui il set designer Hervé Sauvage ha collocato mobili, complementi e accessori della nuova collezione ispirata alla briglia, storico punto di partenza della casa nata dall’opera di un sellaio. Un pavillon per accogliere con un gioco di ombre la luce che filtra all’interno dello spazio. Un pavillon labirintico in cui perdersi tra gli oggetti di lusso della maison francese.

L’architettura gioca un ruolo fondamentale nella carriera e nello stile di questa interior designer parigina che ha trascorso buona parte della sua vita professionale negli Stati Uniti, lavorando al fianco di grandi nomi. Quando, prima dello sbarco in America, nel 1997, finisce quasi per caso, presentata da un’amica, a lavorare nello studio di Philippe Starck, per lei l’archistar è soltanto un “inventore di spazzolini”: “All’epoca volevo cambiare il mondo con l’architettura”, dice. Nel giro di una settimana, comprende però di essere al fianco di un genio. La colpisce il fatto che in un’ora Starck aveva già realizzato il concept dell’hotel Faena di Buenos Aires, “dalle camere da letto alle maniglie”.

Nel 2000 madame Charlotte si trasferisce negli Stati Uniti per lavorare da Rockwell, dove scopre che nulla è impossibile, per un grande studio americano. Quindi si sposta da André Balasz: “Tutto l’opposto di Starck: se quest’ultimo impone il suo stile, il primo rispetta l’ambiente in cui si trova a lavorare e procede per piccole rotture”. Fino a quando, due anni dopo, nel 2005, madame fonda il suo studio, Cmp, a New York, lavorando soprattutto a ristoranti e alberghi. Per la Lafayette House, una townhouse di quindici stanze a Noho che ha avuto tra i suoi ospiti anche Madonna, l’interior parigina punta a un gioco di contrasti realizzato con una serie di pezzi presi da rigattieri e negozi di modernariato. Quella per gli oggetti di design realizzati con cura artigianale è, del resto, un’altra sua grande passione.

Ad Hermés arriva nel 2014 e da allora condivide la direzione artistica di Hermés Maison, Puiforcat e Saint Louis con Alexis Fabry. Nella maison francese ha modo di rivelare appieno la sua visione di architetto. Ama i materiali naturali, a partire dal marmo, come anche il legno, quercia e pino in particolare. I suoi allestimenti scenografici rivelano grande attenzione per i volumi e la gestione dello spazio. Nulla è superfluo, nei suoi progetti, anzi il rigore domina la scena contribuendo a generare atmosfere senza tempo, in perfetto equilibrio tra sofisticatezza e spontaneità. Come, appunto, nel pavillon dell’ultima design week milanese.

Dal 2009 vive a Parigi con il marito e tre figli. Il suo sogno di oggi, dice, è progettare una casa su una scogliera irlandese, piccola e sobria, “grande quanto un rifugio”.