Simple Flair, il design ha trovato i suoi influencer (e no, non è la solita fuffa) - CTD
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Paolo Casicci

16 settembre 2019

Simple Flair, il design ha trovato i suoi influencer (e no, non è fuffa)

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Un profilo instagram molto seguito e una serie di progetti a partire da Riviera con Lapalma. “Con il digitale il design è in ritardo sulla moda di cinque anni, ma sta recuperando”

Immaginiamo come potrebbe essere un dialogo sul design (italiano) e la comunicazione (digitale). Uno scambio di battute su quanto (poco) i creativi e le aziende sfruttino il web e i social network per accrescere il proprio pubblico. Poniamo che la prima voce sostenga grosso modo che “il nostro design si racconta male e resta chiuso nella sua bolla“. Le repliche possibili sono due: “E’ vero: pensa a quanto potrebbe essere utile un influencer del mobile“. O, più probabilmente: “Per carità, con tutta la fuffa che gira, va già bene così!”.

La domanda è in cerca di risposte: perché quella fetta consistente di made in Italy che passa dal mondo dell’arredo non è riuscita ancora, a differenza del fashion, a sviluppare un racconto digitale attrattivo e un seguito che vada oltre gli happening come il Fuorisalone milanese? E’ un difetto genetico del design o il design non sa sfruttare gli strumenti digitali? Ne abbiamo parlato con Simona Flacco e Riccardo Crenna di Studio Modulo e di Simple Flair. Il primo è uno studio di progettazione di allestimenti e di interni. Il secondo, la realtà “where design and digital come together”: in pratica, uno studio che mette a punto strategie come la direzione creativa o la produzione di contenuti per marchi, e lo fa “con un’estetica contemporanea“.

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L’appartamento dei Simple Flair in zona Porta Venezia a Milano

Con un profilo instagram di oltre 35 mila follower e progetti sviluppati, tra gli altri, per Vitra, Nike, Molteni&CO, Louis Vuitton, Simple Flair è un design influencer che articola la sua proposta su più livelli. Oltre che attraverso i contenuti per i clienti, Flacco e Crenna raccontano il design raccontando (anche) se stessi. L’appartamento di Simona e Riccardo in zona Porta Venezia a Milano, concepito come uno spazio di condivisione per creativi e marchi, è stato tra le prime forme di storytelling della coppia. I viaggi dei due si trasformano in guide digitali e gli stessi oggetti di design amati popolano una pagina del sito cliccando sulla quale si è rinviati ai portali di e-commerce per l’acquisto.

Tra i più recenti progetti di Simple Flair c’è Riviera, lo spazio aperto nel cuore delle 5Vie a Milano in partnership con Lapalma per diventare un luogo di workshop, eventi e talk intorno a tutto quanto è o fa design. Ne abbiamo già scritto qui. Simple Flair è l’esempio di come anche il design possa avere i propri influencer, in grado di produrre contenuti e non la temuta fuffa.

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Riccardo Crenna

Che cosa vuol dire, oggi in Italia, essere un influencer di design?

“Influenzare le scelte di una community, di un gruppo di amici o di una massa di persone è qualcosa che è sempre esistito. Il punto fondamentale è uno solo: una persona influenza una community grazie a una professionalità. Un grande chef è un influencer, una firma della fotografia è un influencer; un architetto di fama internazionale è un influencer. Oggi i social hanno distorto questo tema creando un assioma errato: avere tanti follower ti rende un influencer, questo è totalmente sbagliato. Oggi più che mai quello che conta è il target, il bacino di utenti: più è ristretto e specifico maggiore valore ha. Per rispondere alla tua domanda posso dirti che è tutto molto naturale e reale, noi abbiamo una passione forte per quello che facciamo e questo ha creato una community di persone che apprezza il nostro lavoro, interagisce con noi e condivide con noi la nostra visione. Tutto ciò è uno strumento potentissimo di racconto, di diffusione ma anche di confronto”.

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Perché il design non ha sui social lo stesso impatto della moda? Forse per lo stesso motivo per cui anche nella realtà l’impatto è diverso o ci sono ragioni proprie del mondo social e digitale?

“Per due motivi: la moda ha dei numeri diversi sia in termini di fatturati che di diffusione, la moda è più facile. In secondo luogo, ma ben più importante, il mondo del design italiano è molto conservatore, ci sono circa cinque anni di ritardo con la moda da un punto di vista digitale. E’ solo una questione di tempo, posso dirti che noi stessi abbiamo visto come alcune aziende che tre anni fa non capivano nemmeno cosa facessimo oggi sono nostre, felici, clienti”.

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Esiste un made in Italy, una via italiana al design, ma non esiste una via italiana alla comunicazione digitale del design: perché?

“Per lo stesso motivo della risposta precedente, è un tema di formazione e cultura che deve partire dal progetto per poi portare a capire che si evolve in qualcosa di nuovo, potente e globale”.

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Riviera, l’opening nel giugno 2019

Un pensiero definitivo (o giù di lì 😉 ) sui millennial e il design: che relazione c’è tra questi due mondi, e quanti luoghi comuni su questo rapporto?

“I millennial, ovvero chi è nato tra gli anni ’81 e ’96, sono i protagonisti del momento congiunturale di transizione, quelli che hanno cambiato le regole e stanno riscrivendo la società di oggi. Le generazioni dopo la vivranno in modo più inconsapevole. I millennial usano i social, salvano immagini di interni e capiscono il valore dell’investire in un pezzo di design che abbia una storia. Ci piace osservare come i tanti canali che raccontano il design, gli interni e l’architettura siano anche uno strumento di divulgazione per la cultura del progetto. Le aziende, anche le più scettiche, si sono dovute ricredere sul valore di questi strumenti e di un bacino di utenti come i millennial: sono i loro clienti di oggi e domani, non possono ignorare gli strumenti che utilizzano quotidianamente”.

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Esiste una estetica millennial, oggi, e se sì quanto è una opportunità e quanto un limite?

“Non crediamo che esista. Esiste semmai una società che per forza cambia e muta verso la nuova generazione. Non è un fenomeno, è un cambiamento ovvio e in divenire”.

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Come si arriva a 35 mila follower su Instagram e quanto servono numeri di questa portata per lavorare?

“I numeri, come scritto sopra, sono relativi. contano le interazioni e il rapporto con la community, che sia di mille persone o di un milione. Ovviamente avere credito e persone che si fidano del tuo lavoro aiuta nel poter comunicare la tua visione. E’ una leva, un boost per la tua attività. Un modo per avere anche un confronto: spesso noi chiediamo, sia per progetti dello studio che per quelli di Simple Flair, il parere della nostra community. La risposta è sempre stimolante”.

Come scegliete i contenuti per Instagram?

“Sapendo qual è il purpose della propria attività e la propria visione. Instagram è uno, dei tanti, strumenti digitali. Da usare come ogni strumento in modo tecnico per uno scopo. Il suo vero plus è la creazione dell’empatia che puoi avere con la tua community. Questo è tutto, ed è il motivo per cui un profilo aziendale fatica di più di uno personale. Anche se per alcuni nostri clienti stiamo proprio sviluppando il modo di portare l’empatia nelle aziende impersonali”.

I fatturati della moda e la visibilità del fashion sono di gran lunga più alti. Ma soprattutto il mondo del design italiano è conservatore, anche se oggi aziende che fino a tre anni fa non riuscivano a capirci sono oggi nostre felici clienti

Avete una percezione di quanto chi vi segue su Instagram poi arriva al sito o viceversa? Spesso Instagram sembra un mondo a sé: chi vi segue lì, magari non sviluppa poi un interesse ad andare oltre.

“Dipende dal settore in cui si lavora: nel design i social sono, nel nostro caso, molto integrati con un ecosistema fatto anche dal sito e dalle situazioni offline. In altri settori sono più staccati e relegati al solo canale”.

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Come si raggiunge nel vostro lavoro l’equilibrio giusto tra veicolare un progetto e il lavorare a progetti sponsorizzati, che contano su budget di aziende e marchi?

“Avendo ben chiaro dove si vuole andare. Il nostro lavoro è prima di tutto strategico. Infatti la nostra principale attività non è visibile: noi sviluppiamo strategie creative e digitali per le aziende del settore. Senza una strategia non puoi percorrere nessuna strada verso un obiettivo. I budget sono un tassello, essenziale, per alimentare una macchina che ha una meta da raggiungere”.

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Come è avvenuto l’incontro con Lapalma per Riviera? Come avete lavorato sul senso che questo spazio poteva avere per voi e per l’azienda?

“Noi cercavamo un partner che sposasse la nostra idea, come nelle migliori storie l’incontro è arrivato per caso. Ma c’è stata subito una grande intesa, hanno capito perfettamente la nostra idea e soprattutto hanno capito che oggi si può sviluppare un progetto di comunicazione anche con uno spazio fisico, dove non c’è un marketing aggressivo ma dove l’azienda si pone come editore di un contenuto per coltivare la community e offrire un’esperienza”.

Su Instagram i numeri hanno un’importanza relativa: quello che conta è la qualità della proposta e interrogare il proprio pubblico. Non è il budget che fa la differenza, quello deve arrivare dopo, per dare una spinta

Che cosa significano oggi parole come identità e messaggio nel mondo del design?

“Sono tutto. bisogna avere anima e soprattutto coraggio per differenziare. Nel design più che mai”.

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Oggi tantissimi designer sentono il bisogno di progettare oggetti che, come si dice, “raccontino una storia”. E’ paradossale come quest’ansia del racconto, che dovrebbe essere dei comunicatori, si sia trasferita sui progettisti: per quanto durerà ancora?

“E’ un effetto collaterale che si mischia al cambiamento della società. Come dicevo prima, non dobbiamo essere troppo conservatori: siamo in un settore che deve innovare e tracciare le strade nuove, uscire dalla comfort zone. Se non lo facciamo noi che lavoriamo in un settore come questo, chi lo deve fare? In studio ricordo sempre al nostro team che per fortuna non salviamo vite, ci vuole attitudine ed entusiasmo, sempre”.