Smart city o smart citizen? La sfida per la democrazia digitale - CTD
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Redazione

12 febbraio 2019

Smart cities o smart citizens? Al Design Match la sfida della democrazia digitale

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Il quarto appuntamento della rassegna. Con Francesca Bria, Claudio Ferilli e Stefano Maffei

Secondo l’ultima profezia dell’era digitale, “i dati sono il nuovo petrolio”. Non è difficile trovare le evidenze di questa affermazione: in un mondo in cui crescono i servizi basati su flussi di informazioni fornite alle aziende dagli stessi cittadini e consumatori, quella dei dati è l’infrastruttura che ci fa viaggiare, geolocalizzare, trovare un alloggio o un car sharing, avere recapitata la cena a casa o anche solo postare su Facebook il nostro commento imperdibile sulla partita di Champions League o sul festival di Sanremo. I dati, se non davvero l’oro nero, sono l’autostrada che rende le nostre vite più comode e le nostre città più smart.

Dai rischi per la privacy a quelli per la democrazia

Il rovescio della medaglia è che a questa comodità corrisponde innanzitutto la rinuncia a quote crescenti di privacy, dal momento che per accedere ai servizi dobbiamo condividere la nostra identità e i nostri gusti. Il secondo risvolto, poi, arriva dritto al cuore di questioni sociali fino a toccare il nocciolo stesso del concetto di democrazia: se i flussi di dati sono nelle mani delle aziende, non saranno queste ultime – con le loro logiche di business – a orientare i servizi e, dunque, lo sviluppo delle città? Ne deriva che le smart cities, dove tutto funziona perché digitalizzato e interconnesso, comportano il rischio altissimo di appaltare ai privati, anche senza volerlo, aspetti strategici della vita pubblica.

La provocazione di Tarnoff

Tra gli esempi delle distorsioni indotte dalle economie digitali, quello più ricorrente è la gentrificazione con il conseguente aumento degli affitti causato nelle città ad alta vocazione turistica da Airbnb, fenomeno che ha spinto alcune municipalità a imporre, non senza fatica, limiti al colosso californiano. E’ guardando a questa realtà e ai possibili scenari futuri che l’anno scorso l’esperto di tecnologia Ben Tarnoff ha lanciato sul Guardian la sua provocazione: i dati, ovvero il nuovo petrolio, dovrebbero essere nazionalizzati proprio come succede con i giacimenti di idrocarburi. Fantascienza? Non proprio.

Francesca Bria e il caso Barcelona

Alle opportunità e alle insidie delle smart cities è dedicato il quarto Design Match organizzato sabato 16 febbraio al Palazzo delle Esposizioni di Roma da ADI Lazio, Cieloterradesign e Studio Algoritmo con la collaborazione di Codice Edizioni. Gli ospiti di Chi comanda le smart cities? La democrazia al tempo della tecnologia, moderati dalla giornalista Laura Traldi, sono digital manager e studiosi che ai flussi di dati e all’impatto sui diritti sociali hanno dedicato il loro lavoro e le loro riflessioni.

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Francesca Bria, chief tecnology e digital innovation officer della città di Barcelona, autrice con Evgeny Morozov di Ripensare la Smart City, edito da Codice edizioni

Francesca Bria è chief tecnology e digital innovation officer della città di Barcelona, dove lavora al fianco della sindaca Ada Colau. Al tema della sovranità al tempo del digitale, Bria ha dedicato un libro scritto con Evgeny Morozov, Ripensare la Smart City, edito da Codice Edizioni. In questo testo, Bria osserva, tra l’altro, come “oggi le città hanno più dati di quanti ne abbiano mai avuti: fino a tre anni fa il 90 per cento di quelli attualmente disponibili non esisteva, eppure questa mole di informazioni non è organizzata né accessibile. I cittadini vivono all’interno di spazi virtuali iper-connessi, producendo e utilizzando informazioni in tempo reale o accedendo a database remoti e a forme di crowdsourcing partecipative. La conoscenza è distribuita, non centralizzata”. Secondo Bria, si tratta di un’occasione mancata: centralizzare il flusso di dati, con le giuste garanzie che sia utilizzato per il bene di tutti, significherebbe infatti poter orientare le politiche verso obiettivi condivisi. A Barcelona, racconta l’esperta, “abbiamo una piattaforma per la democrazia partecipativa, Decidim, dalla quale sono nate o si sono sviluppate il 70 per cento delle azioni di governo. Ma non è una democrazia esclusivamente online. Esiste anche un dipartimento multi-disciplinare comunale che si occupa di formare e informare i cittadini, organizzando corsi gratuiti, eventi aperti, assemblee di quartiere”.

La situazione in Italia

E da noi? Esiste in Italia una buona consapevolezza delle opportunità e dei rischi che il flusso di dati genera? Dice Stefano Maffei, service designer e professore ordinario al Politecnico di Milano, anche lui ospite di Design Match: “L’Agenzia per il digitale a livello nazionale e città come Bologna con l’Agenda Digitale 2016-20 o la stessa Milano con il piano Milano Digitale stanno immaginando un primo passaggio completo a un’offerta di servizi pubblici full digital. Il Portale degli Open Data del Comune di Milano e quello del Comune di Bologna vanno in questo senso. Anche se tutto ciò non ha ancora cambiato i meccanismi di governo e costruzione delle policy”. In particolare sembrano ancora lontani, almeno da noi, esempi virtuosi come quelli delle città straniere che hanno negoziato con aziende digitali lo scambio di dati. Boston, per esempio, è stata la prima città a poter accedere ai flussi informativi di Uber. Orientare e gestire i dati non serve, peraltro, soltanto in chiave difensiva: è un formidabile strumento di politica attiva. Aggiunge Maffei: “Ci sono operazioni come quella di Airbnb sui Borghi italiani patrocinata da Anci che lavora su una prospettiva in cui i dati servono al potenziamento delle opportunità dei luoghi invece che allo sfruttamento sistematico delle risorse. Ma senza la consapevolezza stessa del valore dei dati e senza la possibilità di negoziarli collettivamente diventa difficile immaginare un equilibrio tra effetti negativi e positivi”.

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Stefano Maffei, service designer e docente al Politecnico di Milano

Che cosa succede a Roma

Anche Claudio Ferilli, digital services manager per Roma Capitale e terzo ospite del match, appartiene come Francesca Bria al gruppo di professionisti che lavorano tutti i giorni per restituire al cittadino almeno una parte del valore finora “spremuto” quasi esclusivamente dalle grandi multinazionali: “Che i dati sono una vera e propria infrastruttura immateriale della Pubblica Amministrazione è previsto dall’Agenda Digitale di Roma Capitale rilasciata nel febbraio 2017, che declinava chiaramente tali obiettivi nella direzione dell’open government, e successivamente dal Piano Triennale ICT rilasciato nel giugno 2017 dall’Agenzia per l’Italia Digitale. Oggi anche Roma Capitale dispone, dunque, di un suo Piano Triennale ICT in cui il governo dei dati ricopre un ruolo centrale. Sia il Piano Triennale ICT nazionale sia quello di Roma Capitale rappresentano, forse per la prima volta, anche un preciso sforzo nella direzione di raccogliere, censire, organizzare e rendere disponibili dati in una logica di condivisione e di interoperabilità all’interno delle singole amministrazione, tra amministrazioni differenti e tra le amministrazioni e i cittadini e persino in ottica machine-to-machine. Ormai numerosi enti pubblici offrono un sito dedicato agli open data e Roma non fa eccezione, anche se siamo soltanto agli inizi di questo percorso: i contenuti offerti, in termini di qualità e di quantità dei dati sotto forma di dataset aperti, potranno essere migliori solo con un maggiore orientamento alla cultura del dato e del processo, prerequisiti per una digitalizzazione davvero efficace, da parte delle strutture”.

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Claudio Ferilli, digital services manager di Roma Capitale

Dalle smart cities agli smart citizens

L’altra grande domanda sottesa al modo in cui ripensiamo le smart cities è perché la cessione di dati al pubblico dovrebbe essere percepita dai cittadini come più sicura della cessione a un’azienda. Ovvero: se ho resistenze a farmi profilare da un’impresa della Silicon Valley, perché dovrei vincerle se so che i miei dati finiranno negli archivi di una grande centrale gestita da un comune o dal governo, ancorché con obiettivi sociali e condivisi? In questa grande sfida giocata sulla fiducia, un ruolo strategico lo ha la formazione, “perché non ci possono esistere smart cities senza smart citizens”, osserva Ferilli: “Progetti centralizzati come il Digital Analytic Framework, la corretta gestione degli archivi dipartimentali informatizzati tramite database interoperabili e in grado di esporre open data certificati, una gestione efficiente ed efficace delle policy di sicurezza e di privacy sono tutte tessere di uno stesso mosaico che insieme dobbiamo cercare di portare a compimento”.

La formazione è un aspetto cruciale: non possono esistere smart cities senza amministrazioni smart e senza smart citizens

La formazione diventa allora uno degli aspetti fondamentali di questo processo di cambiamento “che deve essere sorretto dalla cultura del progetto. Anche se ce ne dimentichiamo troppo spesso” insiste Ferilli, “design vuol dire progetto, mentre viene ancora talvolta frainteso come orpello decorativo”.

Alla formazione sulle competenze digitali va poi affiancata quella sulla partecipazione: “Oltre ai Punti Roma Facile, sono stati aperti anche i tavoli del Forum dell’Innovazione, che hanno coinvolto la cittadinanza sui temi dell’open government, dei servizi e dei processi di Agenda Digitale, delle competenze digitali. Non vanno dimenticate esperienze come quella del Bilancio Partecipato nel Municipio VIII e la progettazione partecipata già seguita per il nuovo portale istituzionale di Roma Capitale e per la Casa del Cittadino, per le quali il Dipartimento Trasformazione Digitale ha dovuto realizzare anche strumenti a supporto. In parallelo, deve crescere un’analoga cultura anche presso la cittadinanza, perché non esiste, appunto, una smart city senza un’amministrazione smart e senza cittadini smart”.

L’antidoto al populismo

Senza contare che formazione e partecipazione possono essere un grande antidoto al populismo, come sottolinea Maffei: “Parlare di commons e dati significa parlare di cittadinanza digitale e quindi di diritti digitali e di società digitale, far entrare il discorso politico nel ventunesimo secolo. Ovvero l’esatto contrario del populismo, che è usare il digitale per i propri scopi senza discuterne natura, statuto e usi”.