Perché non avevamo bisogno della primula anti-Covid di Stefano Boeri - CTD
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Vincenzo Bernardi

14 Dicembre 2020

Perché non avevamo bisogno della primula di Stefano Boeri

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Perché il progetto per i padiglioni di vaccinazione dal Covid-19 confonde architettura e comunicazione. E annega una (forse) buona intenzione nella  solita retorica della bellezza che dovrebbe salvarci

Primula Rossa, il personaggio letterario inventato dalla baronessa Orczy, è un raro esempio di eroe reazionario. Acclamato dai nobili decaduti e dai nemici della Repubblica durante la fase del Terrore della Rivoluzione francese, era solito firmare le sue imprese con un piccolo fiore scarlatto di anagallis arvensis (primula).

È spuntata all’improvviso – come ci hanno oramai abituato le archistar nostrane che stupiscono sempre più per il formidabile tempismo piuttosto che per la qualità dei loro progetti – la primula disegnata da Stefano Boeri come simbolo della campagna di comunicazione voluta dal Commissario per l’Emergenza Domenico Arcuri per promuovere le vaccinazioni contro il Covid19.

Con una diretta su RAI News poco prima del pranzo domenicale, il progettista ha spiegato che il fulcro di questa campagna coordinata che deve ispirare “una nuova primavera” è il progetto di un padiglione temporaneo da replicare in 1500 piazze d’Italia e che è stato descritto come un simbolo molto forte, capace di arrivare con semplicità a tutti gli italiani per significare loro che il vaccino rappresenta un segno di fiducia, speranza e rinascita. L’Italia rinasce con un fiore è lo slogan della campagna.

Perché, finalmente, parte la campagna per assumere tremila medici e dodicimila infermieri e si pensa che per convincere gli italiani diffidenti verso la profilassi possa bastare un architetto?

Pianta flessibile, struttura smontabile, utilizzo di materiali naturali e riciclabili come legno e tessuti, autosufficienza energetica, riuso e replicabilità, sicurezza e protezione sono i sei punti su cui è basato il progetto per il quale – come affermato dallo stesso Arcuri – non è stata elaborata una ipotesi di costo ma si confida nel buon cuore di quanti vorranno donare il “proprio ingegno e le proprie opere” pro bono – per il bene di tutti – come ha fatto appunto l’architetto Boeri.

Senza entrare nel merito se i materiali previsti siano adatti o meno in questa particolare situazione (dal momento che esistono studi che dimostrano come su legno e tessuti il virus sopravviva per meno tempo ma la loro idoneità è da verificare anche in relazione alla facilità di sanificazione e al di là della retorica del Commissario che ha parlato di “straordinario regalo”), il risultato è assai discutibile dal punto di vista della forma, degli spazi e del linguaggio di comunicazione.

Grafica elementare con un logo che pare scaricato da una libreria di Dingbat e scritte in Arial come se dopo i trasferibili Letraset non fossero stati inventate diverse migliaia di font, il padiglione, piuttosto che quella di un fiore, ha la forma di un tozzo cilindro internamente a spicchi più simile a una scatola di formaggini o a una di pastiglie Valda con il logo stampato sul coperchio. Né sono meno imbarazzanti i fotomontaggi per i quali sono state utilizzate le viste aeree di alcune delle piazze più belle d’Italia ma, in quello che appare un clamoroso involontario autogol di comunicazione, quasi completamente desolate e prive di vita.

In questi fotoinserimenti il progetto di Boeri, che per l’ennesima volta ribadisce le sue convinzioni circa l’importanza dei centri storici come futuro della città post covid in Italia, palesa tutte le sue contraddizioni e i suoi limiti mostrandosi come un oggetto alieno, respingente e totalmente privo di una dimensione pubblica, senza neanche una pensilina per ripararsi dal sole primaverile.

Altrettanto forzati appaiono i tentativi di dare una motivazione culturale alle scelte formali chiamando in causa Andrea del Verrocchio e Pasolini unitamente a una insopportabile retorica della “bellezza italiana che ci salverà tutti”.

Aspettando appunto la bellezza, viene spontaneo chiedersi se sia stato logico assegnare una campagna di comunicazione a un architetto, per quanto famoso, quando sono necessarie altre competenze e professionalità. E magari, nella progettazione dei padiglioni, se non sarebbe stato magari più opportuno rendere il momento più partecipativo coinvolgendo anche altri. 

Nei giorni scorsi – giustamente –  è stata lanciata una call per reclutare tremila medici e dodicimila infermieri, mentre per la campagna di comunicazione che dovrebbe contribuire a convincere quel 43% di italiani che ancora non sa se vaccinarsi, evidentemente un solo architetto si ritiene possa bastare.

Forse in un momento come questo, piuttosto che di prestazioni professionali gratuite, avremmo piuttosto bisogno di progetti veramente capaci di ispirare il sentimento di comunità devastato dall’individualismo che l’isolamento forzato ha esasperato.

Certo è che quello dei regali di progetti in cui, in una sorta di mecenatismo al contrario, sono gli architetti che sponsorizzano i committenti sfruttando la propria posizione per ricavarne ritorni di immagine e indotti su scala planetaria, appare come uno dei periodi qualitativamente più bui della storia recente dell’architettura in Italia. E tutto questo in barba alla tanto sventolata gratuità e con il benestare di una buona parte di stampa eccessivamente morbida e compiacente.