Steven Holl, il destino italiano di un maestro | CieloTerraDesign
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Paolo Casicci

3 Aprile 2018

Steven Holl, il destino italiano di un maestro

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Gli acquerelli del grande architetto alla galleria Antonia Jannone in una mostra a cura di Marco Sammicheli

C’è stato un momento, nell’architettura del ventesimo secolo, in cui qualcuno ha immaginato Milano come l’ingranaggio che muove New York. Era il 1988 e uno schizzo per la Triennale Urban Sections di Steven Holl, non ancora l’architetto di fama mondiale che sarebbe diventato poi, illustrò quell’idea nata dopo che lo stesso Holl aveva partecipato, due anni prima e senza successo, al concorso per il Parco di Porta Vittoria.

Non è un caso che il grande architetto americano, trent’anni dopo quel disegno e a tre dalla laurea honoris causa conferitagli dal Politecnico lombardo, abbia scelto proprio Milano e la galleria Antonia Jannone per One Two Five, la mostra con ventisei acquerelli, tredici stampe firmate e numerate, oggetti di design limited edition e sculture attraverso cui Holl prova a riallacciare il filo con una città che ama, ma in cui non è mai riuscito a lasciare il suo segno.

L’allestimento nasce da una serie di rapporti personali che s’intrecciano e permettono di esplorare il mondo di un architetto che, a 70 anni, ha progettato musei, centri culturali, campus e chiese e fatto incursioni nel retail, nel product e nell’office design. Holl ha resistito al decostruttivismo imponendo con i suoi progetti un’architettura che è “esperienza di tempo, luce e materia”, in un dialogo fitto e multidisciplinare con le arti visive e lo spettacolo.

“Holl conosce Antonia Jannone dal 1970, quando, ancora studente, acquista in galleria alcuni disegni di Aldo Rossi e promette di tornare un giorno a Milano”, racconta il curatore della mostra, Marco Sammicheli. Lo stesso Sammicheli – che alla cappella di Sant’Ignazio a Seattle progettata da Holl ha dedicato anni fa i suoi studi di dottorato – incontra l’architetto nel 2015, quando il Politecnico gli conferisce la laurea honoris causa. È allora che tra i due nasce l’idea di fare “qualcosa insieme”. A Milano, ovviamente. Perché Milano, come l’Italia e i suoi grandi architetti, da Aldo Rossi a Carlo Scarpa, è nel cuore di Holl: “In quei giorni di tre anni fa abbiamo visitato insieme il Padiglione d’arte contemporanea di Ignazio Gardella e il cantiere della Fondazione Feltrinelli di Herzog e de Meuron, ma anche cenato all’Antica trattoria della Pesa, che Steven adora”.

Per la mostra da Antonia Jannone, Holl non si è risparmiato. “Gli piacerebbe riprendere i contatti con il design italiano, il che spiega le ragioni per cui l’allestimento cade nei giorni del Salone”, spiega Sammicheli. È noto, del resto, che a Holl si era rivolto in un primo momento per il progetto della sua villa sul lago di Garda Piero Gandini, il ceo di Flos, prima che la palla passasse a Ron Gilad.

 

Ma che cosa si potrà ammirare alla mostra? Spiega Sammicheli: “Per oltre quarant’anni di attività, duecentocinquanta progetti di cui settanta realizzati in giro per il mondo, ogni architettura di Steven Holl è stata generata, studiata e configurata a partire da un disegno, solitamente un acquerello su carta raccolto in taccuini spiralati con fil di ferro e dal formato standard di 5 x 7 centimetri. A oggi di questi disegni ne esistono circa trentamila. Sono archiviati nello studio di New York. Sono pensieri animati che combinano luce, spazio, colore e poche parole utilizzate per definire un concetto. Molte idee contenute in questi acquerelli non sono sopravvissute al confronto con la realtà, ma tutti i disegni sono serviti al raggiungimento di una sintesi, di una soluzione. Holl non trascura nello sviluppo e nella rappresentazione del progetto il ruolo della tecnologia digitale. Non lo stigmatizza né gli assegna un ruolo risolutivo. Gli riconosce una mediazione alla quale però anticipa quella del disegno che per lui è istanza, comportamento e connessione. Azioni che il computer non riesce ancora a compiere perché solo nel disegno Holl trova quella ricchezza di sfumature e possibilità necessarie al processo creativo dell’architettura, dal concept alla realizzazione”.

I progetti in mostra sotto forma di acquerelli sono sette, alcuni realizzati (come il più recente, il Maggie’s Centre di Barts, a Londra) e non (il progetto per Porta Vittoria a Milano, per esempio). C’è anche la sedia A, concepita come seduta d’angolo, che permette di creare configurazioni di sedute diverse ruotando gli elementi: se si accostano gli schienali di quattro esemplari si ottiene una torre, oppure un quadrato  se si rivolgono le sedute le une verso le altre. Dal 1990, la A è stata prodotta in numerosi esemplari da Schmidinger Möbelbau ed è tuttora disponibile su richiesta.

Il titolo della mostra, One Two Five, è un rimando alla figlia di Holl, che, compiuti i due anni, sta imparando a contare, ma anche agli studi formali di Michelangelo e Picasso che vengono ripresi dall’architetto nelle sue sculture. E 125 è anche il numero civico della galleria Antonia Jannone in corso Garibaldi.

Project manager della mostra è Giulia Pellegrini, i partner sono Cooperativa Operai Cavatori Botticino, Fratelli Garletti, Smart Hinge System, Linearstone, Pimar, Quadro. La mostra è visitabile dal 18 aprile al 3 giugno.