Studio Algoritmo, il ritorno al futuro del design | CieloTerraDesign
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Paolo Casicci

30 ottobre 2017

Studio Algoritmo, il ritorno al futuro del design

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Lo studio romano del milanese Alessandro Gorla: bottega, scuola e neoprimitivismo

 

C’è Giacomo, che ha 21 anni ed è qui a sfruttare le quattrocento ore che l’università di San Marino gli offre per imparare sul serio come si diventa un designer. Ci sono Andrea e Bianca, 26 e 21, che studiavano alla Quasar Design University di Roma e ogni giorno si misurano con prototipi, disegni in 3D, mail di aziende e telefonate ai fornitori. Anne, invece, viene da Saint Malo, è arrivata a Roma dopo una laurea e un master per seguire il compagno geologo e ha scoperto che qui può coltivare le sue ambizioni di creativa. E chiaramente c’è Alessandro, il capo, 42 anni spesi tra Milano e Roma, Roma e Milano e infine a San Lorenzo, il quartiere della capitale dove quattro anni fa ha aperto questo spazio dando una casa al suo lavoro di designer e ai tanti allievi che ciclicamente vi trovano posto come in una bottega d’altri tempi e insieme contemporanea.

C’è più di un ottimo motivo, per raccontare Studio Algoritmo. Il primo è che nella scena nazionale del design, e in questo rione della movida un tempo operaio e industriale e ancora adesso un po’ artigiano, Alessandro Gorla e la sua squadra rappresentano un’eccezione. “E’ vero, come designer milanese che ha scelto di vivere e lavorare a Roma sono un po’ una mosca bianca, ma qui lo studio non patisce la concorrenza che avrebbe a Milano. In più, riusciamo a lavorare con aziende in tutta Italia e a mantenere rapporti diretti con clienti e fornitori”. Un’altra ragione è che a Studio Algoritmo gli allievi trovano spazio non soltanto per imparare, ma anche per firmare il proprio contributo ai lavori, che arrivano dopo un apprendistato iniziato facendo a pugni con i luoghi comuni. “Il primo falso mito che mi metto a sfatare è che il designer sia una rockstar” dice Alessandro, una laurea al Politecnico di Milano in product design e un passato da interior per clienti come Coca Cola, Nike, Seat e Pitti Uomo. “Tanto tempo lo impiego a veicolare il concetto opposto, che poi si impara chiaramente soltanto mettendosi all’opera. La stessa gavetta è cambiata profondamente ed è diventata qualcosa di molto più complesso di venti, trent’anni fa: oggi un designer deve saper interagire con le aziende, conoscere il marketing, cavarsela con la comunicazione”.

Studio Algoritmo ha trovato posto in una vecchia falegnameria di duecento metri quadrati con annessa una piccola foresteria che, da febbraio, ospiterà gli allievi dell’Isad, l’Instituto Superior de Arquitectura y Diseño di Chihuahua, in Messico, dove Gorla ha insegnato al master in Product design. La truppa arriverà con il direttore del corso di laurea in Disegno industriale Roberto Rodrìguez Haaz (un ex allievo di Alessandro) e darà vita con Studio Algoritmo a un programma di interscambio culturale tra l’Italia e il Messico, Ide&A, ovvero Italian Design Experience & Apprenticeship. “Ospiterò alcuni studenti messicani nel mio studio, sempre con l’impostazione di ‘bottega’, e saranno coinvolte aziende sia italiane che messicane per far sviluppare loro progetti insieme a me e al mio staff. Si faranno corsi propedeutici al progetto all’interno dello studio e si seguiranno alcuni corsi alla Quasar Design University, dove insegno. Lo scopo è quello di fornire ai ragazzi visione e strumenti per una progettazione completa e internazionale, perché poi tornino in Messico e partecipino in maniera concreta allo sviluppo della loro comunità”.

Ma Studio Algoritmo è anche i suoi progetti e i suoi prodotti, nati con lo stesso spirito di bottega che ispira il Gorla professore. “Uno spirito che arriva da mio padre, corniciaio, di cui ho ancora tutti gli attrezzi. Non è un caso se al momento di aprire uno studio ho scelto questo quartiere e un’ex falegnameria”. Del resto, il filo che lega le creazioni di Algoritmo è coerente con l’atmosfera del laboratorio. “Potremmo chiamarlo neoprimitivismo, è il terreno comune a un collega come Giulio Iacchetti, teorizzato da un critico come Domitilla Dardi e che ha attinenze col lavoro dei Formafantasma”.

Vediamolo in pratica, questo neoprimitivismo. Selce è lo spremi-limoni in ceramica proposto ad L’abitare, azienda che ha apprezzato l’idea e ha messo il pezzo in produzione. “Nasce dalle ricerche fatte qui con i ragazzi e dalla voglia di rimettere in discussione il ruolo del design. Io penso che nel 2017 un creativo abbia la sua bella responsabilità etica. Oggi progettiamo oggetti che faticano a trovare posto in un mondo già saturo. Oggetti che, poi, vanno pure smaltiti. Allora bisogna ripensare un po’ di cose, tenendo presente il nodo della sostenibilità. Dobbiamo fare con meno. E uno spremi-limoni è l’oggetto perfetto per dare materia a questi concetti”. Selce, infatti, nasce da un gesto primitivo, quello di schiacciare un frutto sulla pietra. “È in porcellana e non in plastica, non è elettrico e perciò non consuma. Del resto, per spremere un limone basta una pietra, e quindi il processo produttivo avviene per sottrazione e non per aggiunta”.

La stampa in 3D è l’apporto principale della contemporaneità al lavoro di Studio Algoritmo, che ricorre a Design Makers, altra avviata realtà romana, per la realizzazione di modelli e prototipi. “Il 3D è un modo per capire realmente che oggetto hai in mano e come stai dando corpo all’idea di partenza”, dice Gorla. Un’idea che quasi sempre parte per esaltare le attitudini delle aziende cui la si vuole sottoporre, ritagliando i prodotti da proporre in base alle capacità industriali, di volta in volta diverse. Così sono nati Driin e Borderline. La prima è una lampada ideata per la marchigiana Vesta, altro prodotto “neoprimitivista” che ripesca un gesto del passato – sollevare la cornetta del telefono di casa – e assolve a una funzione precisa: illuminare un libro senza disturbare chi ci sta accanto. “Driin la nascondi o la appendi al collo, la usi per cercare nell’armadio o sotto il letto. Mi piace l’idea che la luce si sposti, ti segua”.

Borderline, invece, è il reggilibro disegnato per Officine Tamborrino che ha già vinto l’A’ Design Award & Competition ed è pronto per finire sul mercato Usa. “In questo caso abbiamo ottenuto la massima resa col minimo sforzo, piegando e ripiegando una lastra metallica fino a darle una forma semplice, funzionale. L’azienda è specializzata nella piegatura del metallo, il nostro ruolo è stato esaltare questa sua attitudine”. Inventiva, sartorialità ed essenzialità, insomma: il futuro non è mai arrivato da così lontano.

Foto di Roberta Santelli