Superlocal, il design a km zero | CieloTerraDesign
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Paolo Casicci

16 giugno 2016

Superlocal, il design a km zero

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Design a basso impatto ambientale e stampanti 3D, intervista ad Andrea De Chirico

Più che local: Superlocal. E’ l’idea di design di Andrea De Chirico, classe 1990, romano con un passato di studi all’Accademia di Design di Eindhoven in Olanda. Produrre oggetti e collezioni con la filosofia del km zero, e dunque di un impatto ambientale ridotto, è il progetto di Superlocal, che qui spiega come e perché fa ricorso alla tecnologia 3D.

Espressioni come km zero o “design locale” sembrano confliggere con la realtà patinata del design italiano, e non solo. Superlocal va in direzione opposta: per ragioni ecologiche e sociali?

“Effettivamente è vero che il design ‘sociale’ è connotato in contrapposizione con il design più tradizionale o patinato. In realtà il mio sforzo sta proprio nel far capire che è possibile avere prodotti che siano sociali ed ecologici ma che mantengano le qualità estetiche degli oggetti di design più tradizionale. L’aspetto sociale ed ecologico sarà sempre più un aspetto sottinteso nei prodotti. Il fatto che dobbiamo definire ‘sociale’ un prodotto è problematico di per sé, perchè di fatto implica che esistono prodotti che non lo siano”.

Considera la stampante 3D una naturale evoluzione della vostra cifra stilistica o uno strumento necessario senza valide alternative?

“Seguo con attenzione il cosiddetto movimento dei ‘makers’, che si fonda in larga parte sulla tecnologia della stampa 3D. Il punto è che questa tecnologia è spesso usata solo per aggiungere plastica a quella già esistente. Credo che questo accade perchè la stampa 3D è ancora molto recente e gli oggetti che vengono prodotti si basano solo sul mostrare la tecnologia produttiva e non sul creare oggetti che abbiano un valore di per sé. La mia soluzione è la commistione fra la manifattura digitale, quindi la stampa 3D ma anche la Cnc o il taglio laser, e la manifattura tradizionale. Dall’unione di queste due nascono oggetti di valore”.

Quanto è presente nel design contemporaneo dei grandi brand il concetto di sostenibilità? E il design “superlocal” sarà uno scenario maggioritario in futuro o è  destinato a diventare una nobile eccezione?

“Il tema della sostenibilità è sempre più preponderante anche nei grandi brand, per fortuna. Superlocal è progettato per essere una nobile alternativa ai metodi produttivi tradizionali. La stessa cosa che avviene nel mondo del cibo con il biologico. Sarà il cibo biologico maggioritario rispetto a quello non biologico? Non credo. Ma il punto è creare delle alternative così da trovare l’interesse dei consumatori più consapevoli”.

Come è arrivato a lavorare per il Design museum di Londra e che cosa può raccontarci di questa esperienza?

“Il tema della residency 2016 del Design Museum è ‘open’. In Inghilterra cercavano dei progettisti che lavorassero secondo processi produttivi aperti e collaborativi. Questi temi si sposano molto bene con Superlocal, così ho deciso di fare domanda ed è andata bene. L’idea è quella di produrre un set 2.0 di oggetti in un quartiere specifico di Londra, probabilmente nell’area ovest. Produrrò senz’altro un altro phon e uno sgabello. Gli oggetti saranno poi utilizzati per organizzare dei tour di produzione insieme ai visitatori del museo, che trascorreranno una giornata raccogliendo materie prime, incontrando gli artigiani e costruendosi i loro oggetti di design. La chiave sta nel proporre degli oggetti che siano legati ad un’esperienza, e per questo sostenibili”.