Promossi e bocciati al Supersalone e al Fuorisalone - CTD
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Paolo Casicci

13 Settembre 2021

Supersalone e Fuorisalone, i promossi e i bocciati (con tanti auguri per il 2022)

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Il successo di Alcova, la delusione Tortona. E le aziende a Rho, in chiaroscuro

Il test è superato, ma adesso bisogna guardare al mondo. La Milano del design è viva, i primi dati rivelano che la Design Week 2021, la prima in presenza a un anno e mezzo dall’inizio della pandemia, è andata meglio del previsto. Qui sotto un bilancio del Supersalone e del Fuorisalone, le mostre, i personaggi e gli eventi che abbiamo apprezzato e quelli che ci hanno deluso.

Design d’autore e low cost: le lampade di George Sowden

È possibile fare (buon) design d’autore e venderlo a un prezzo democratico, addirittura basso? Alla Design Week, la risposta a una domanda vecchia quanto il design stesso è arrivata da George Sowden con il suo ultimo progetto, Shades, presentato in via della Spiga. È una collezione di diciotto (belle) lampade in silicone di varie misure e colori. Chi conosce la storia di Sowden, parte del gruppo fondatore di Memphis con Ettore Sottsass, non faticherà a trovare un’impronta radicale in queste creazioni semplici, pop e raffinate, che si possono portare a casa, a seconda del modello, spendendo una somma a due cifre. 

Shades di SowdenLigh, foto Alice Fiorilli

Manifattura digitale, il bandolo della matassa è a LOM

Da anni la manifattura digitale incontra quella tradizionale innovando il made in Italy. Non sempre gli esiti di queste contaminazioni rivelano un codice estetico maturo. Spesso le novità più interessanti sono legate ai processi, in particolare a quelli che iniettano sostenibilità nel ciclo produttivo, ma i manufatti lasciano talvolta a desiderare. Da LOM, Locanda Officina Monumentale, il nuovo spazio aperto nei pressi del cimitero monumentale e di cui abbiamo scritto qui, è arrivata la dimostrazione che quando stampa 3D e digitale incrociano la manifattura classica anche l’estetica può guadagnarne. Basta osservare gli abiti con cui è allestito il primo piano dell’edificio occupato da D-House, il progetto dell’azienda abruzzese Dyloan che intercetta, in collaborazione con l’industria fashion, gli scarti di magazzino e li trasforma in pezzi da guardaroba. Qui la parola upcycling non è una tendenza furba, ma un risultato d’eccellenza. Interessante anche la collezione Mediterranea di Medaarch, lo studio attivo a Cava de’ Tirreni che ha debuttato al Superstudio Più, nella sezione Discovering a cura di Fulvia Ramogida, con una serie di sedie, chaise longue e vasi progettati attraverso il design computazionale e stampate in 3D con plastiche ecologiche. 

Designer: Vittorio Branchizio e Uroš Mihić- Ph: Kevin Rashid Giaquinto – Maglificio: MAS

Circolarità e effetto wow, il caso della Danimarca

Ci sono due modi opposti di raccontare la circolarità a una rassegna come il Fuorisalone, uno è più didascalico, l’altro più emozionale. Metteva insieme i vantaggi di entrambe le modalità la bella installazione dei danesi di Lendager Group al TrashFormation Village, il villaggio sostenibile completo di scuola, ospedale, teatro, spazi domestici e di lavoro, nei chiostri del Museo della Scienza e della Tecnica, all’interno del ROGuiltless Plastic di Rossana Orlandi. L’installazione, sorprendente, era una sorta di meccano di cinquecento sedie in legno e plastica riciclati che davano vita alle pareti della struttura. “Nel villaggio”, ha spiegato Lendager “il nostro padiglione assolveva la funzione di spazio didattico per sviluppare una nuova responsabilità ambientale. Lo facciamo proprio a partire dal concept della struttura: la mostra danese, infatti, non lascerà nessun rifiuto alle spalle, perché le sedie-mattoncini, usate come moduli di costruzione, torneranno a essere delle semplici sedie oppure potranno ricomporre una nuova struttura in qualche altra parte del mondo”.

The Lost Graduation Show, via la polvere del Satellite

Promosso l’allestimento a cura di Anniina Koivu dedicato ai giovani designer, pensato per sostituire il Salone Satellite, al punto da far sorgere la domanda: e se fosse proprio The Lost Graduation Show, il nuovo format del Salone dedicato agli under 35? Anche la gran parte dei progetti è stata all’altezza di questa vetrina speciale, a patto di considerarli per quello che erano: tesi di laurea, e quindi proposte con un grado di maturazione diverso da quello dei prodotti presentati nelle ventitré precedenti edizioni dagli under 35 in cerca di talent scout. Bella l’idea di allestire la mostra sul blocco di calcestruzzo modulare e riutilizzabile. Il respiro dei progetti era davvero internazionale e in grado di coprire qualsiasi aspetto e necessità della vita, oltre l’arredo in senso stretto.

Nuovi spazi nel segno di Alcova (e il tonfo di Tortona)

È stato il Fuorisalone di Alcova, che negli spazi outdoor e indoor dell’ex Ospedale Militare ha confermato la propria vocazione a sorprendere con una scelta di luoghi immaginifici (sì, la statua della Madonna c’era davvero). Dopo l’ex panettonificio Cova a Nolo, anche l’area dismessa in zona Inganni sembrava non aspettare altro che l’arrivo del design e del suo popolo. Inevitabile mettere a confronto contenitore e contenuto (di altissima qualità, a partire dalla ricostruzione del Korova Milk Bar di Arancia Meccanica  a cura di India Mahdavi e degli studenti del Master of Arts and Interior Architecture dello HEAD di Ginevra) ma forse un giorno capiremo che in questo caso la domanda diventa oziosa. Dispiace osservare il tonfo di Tortona che, a parte le riflessioni ospitate da Base sul futuro dell’abitare, in collaborazione con Ikea, non riesce più a produrre quasi nulla all’altezza della sua storia. Mai come ora il distretto ha bisogno di una regia creativa che gli ridia l’energia degli inizi.

Spread Tokyo ad Alcova

Orografie, il design che racconta come siamo cambiati 

C’era attesa intorno al marchio siciliano che ha debuttato a Palazzo Litta per Litta Variations e che si era presentato un anno fa a EDIT Napoli in maniera originale con un workshop da cui sono arrivate le quattro proposte di designer junior poi entrate in catalogo. La collezione che mette insieme, accanto ai talenti, i designer senior con l’art direction di Vincenzo Castellana è davvero ciò che prometteva di essere: un’indagine sui gesti e i comportamenti dell’essere umano sempre più anfibio, un po’ analogico e un po’ digitale, scolpita in una serie di pezzi di ottima fattura. L’esempio perfetto di che cosa succede quando il design riprende a progettare funzioni e ci racconta come stiamo cambiando, anziché progettare per una funzione, nutrendo i cataloghi di infinite varianti di arredi già visti.

Livia Stacchini per Orografie, foto Max Rommel

Marcin Rusak e Tellurico, il senso del design per il tempo

Uno, Rusak, arriva dalla Polonia ed è figlio e nipote di floricoltori. Laureato al Royal College of Art di Londra, usa la scienza e la biologia per indagare con i suoi pezzi unici fatti di fiori e piante il deperimento della natura, in una dimensione poetica e surreale. Unnatural Practice da Ordet, a cura di Federica Sala, è stata tra le sorprese in positivo della settimana. L’altro, Tellurico, è un giovane designer italiano trasferito in Spagna che per tutta la settimana nel cortile della Siam (5Vie) s’è messo a cavare oggetti da blocchi di legno dimostrando che la cosa più preziosa per un designer (in chiave economica) è il tempo. Due mondi diversi e lontani, legati però da un filo che fa riflettere.

 

Bocciati

Supersalone: gioco di squadra sì, ma fino a un certo punto 

Se quella del Supersalone è stata una formula nuova e per ovvi motivi obbligata, c’è da dire che a fronte delle poche aziende che hanno dato il massimo per interpretarla al meglio (vedi il caso di MolteniDada, di cui abbiamo scritto qui), la maggior parte ha assolto al compito con l’aria di un adolescente annoiato a un pranzo in famiglia: ci sono perché devo, ma non chiedetemi pure di sorridere. Non sono mancate aziende che hanno sentito il bisogno di scrivere in bella vista che le collezioni si potevano ammirare nel proprio showroom in città: informazione talmente scontata da suonare come una inconscia presa di distanza dall’operazione Supersalone. Peccato: perché nulla è più design che progettare la (propria) presenza, tanto più se lo spazio è controverso ma si decide di piantarci comunque la propria bandiera. A quel punto, fatela svettare, la bandiera.

Foto di Andrea Mariani

Comunicazione, questa sconosciuta 

Ci sono (e sono ancora tanti, purtroppo) spazi e allestimenti di cui è difficile per il visitatore comprendere appieno non soltanto il senso, ma perfino gli elementi che lo compongono. Prima ancora che la comunicazione, in certi casi è proprio l’informazione la nota dolente di alcune iniziative, dove non è dato sapere con la giusta facilità (e in tempi ragionevoli) chi, come e che cosa va in scena. Dispiace notare come questo sia successo in due mostre al Superstudioshow curate da un protagonista assoluto del design internazionale come Giulio Cappellini. La prima era Cult&Must 2000/2020, una carrellata dei “più recenti pezzi iconici dei grandi brand italiani e del lifestyle che entreranno nella storia del design”, leggiamo sul sito e sul depliant disponibile all’ingresso. “Un ‘museo’ con-temporaneo che riconosce e storicizza pezzi imprescindibili e indimenticabili che hanno inciso nella nostra vita”. Peccato che delle ragioni di questa storicizzazione non ci fosse traccia e che l’allestimento si sia risolto in una sorta di galleria Instagram in analogico. L’altro spazio, Supercampus, doveva raccontare la versatilità dell’abitare post pandemico, e lo ha fatto con arredi e sistemi di grandi marchi, da Boffi De Padova a Technogym. Ma fluidità non vuol dire non far sapere al pubblico i nomi delle aziende, spesso difficili da intercettare. Per fortuna, all’estremo opposto non sono mancati esempi di grande dedizione. Come da Davide Groppi, dove per la bella e poetica mostra Buio (leggi qui), si veniva accompagnati da una persona dello studio che spiegava passo dopo passo tutto del concept e della sua realizzazione. 

Digitale non vuol dire (soltanto) QR Code 

Il Qr Code è digitale, ma il digitale non è soltanto un Qr Code. Sarà perché dopo diciotto mesi faticosissimi di incontri on line avevamo tutti voglia di lasciare da parte i clic e di toccare con mano, però quel tanto di tecnologia che basta per sentirsi figli del proprio tempo è un po’ mancato. Eppure in questo anno e mezzo le eccellenze del made in Italy hanno lavorato tantissimo per configurare in versione on line la propria presenza, anche in termini commerciali. Questa settimana poteva essere l’occasione per approfondire i frutti di quel lavoro. O, semplicemente, mostrarli meglio. C’è voluta una piccola ma densa installazione di Gio Tirotto e FBS Profilati (leggi qui), per esempio, per aprire una porta sulle possibilità che la realtà aumentata offre al design.

Foto grande in apertura di Diego Ravier

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