Tools For After, la open call per riprogettare il mondo al tempo della pandemia e di altri disastri - CTD
menu

La open call per riprogettare il mondo al tempo della pandemia e di altri disastri

Share:

Tools For After sarà lanciato durante l’Anthropocene Design Week, dal 21 al 26 aprile (le stesse date del Salone del mobile annullato)

È tempo di riordinare i pensieri, mettere in fila le priorità e pensare a un mondo nuovo. Insomma, è tempo di design.  Si chiama Tools For After ed è la open call rivolta ai progettisti e a chiunque abbia un’idea, un modello, uno strumento utile al tempo dell’Antropocene, ovvero l’era geologica (che alcuni fanno iniziare nel 1945, l’anno delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, altri con l’arrivo dell’uomo sulla Terra) in cui il ruolo e il peso dell’essere umano sul Pianeta ha cominciato a condizionare irreversibilmente il corso della natura.

Per partecipare alla call, bisogna presentare un disegno a base quadrata in bianco e nero, un video, un testo, un’immagine, una musica, una descrizione di non oltre 1500 caratteri) che spieghi in modo chiaro che cos’è, a cosa serve e come si usa lo strumento candidato attraverso il disegno. È possibile caricare progetti già pubblicati, e ogni progetto deve fare riferimento ad uno scenario.

La base teorica della open call è il testo dell’antropologo Matteo Meschiari La grande estinzione (Armillaria 2019), l’occasione per lanciarla l’Anthropocene Design Week che dal 21 al 26 aprile si svolgerà interamente on line nelle date in cui proprio uno degli eventi legati all’Antropocene – il coronavirus – ha fatto svanire il Salone del Mobile di Milano, svegliando di colpo il settore.

“L’Antropocene” spiegano gli organizzatori della rassegna “è entrato a gamba tesa anche nel sistema design sconvolgendo equilibri e lasciando un grande spazio bianco in cui restano solo domande. Quali saranno gli strumenti per il dopo? Cosa è utile progettare ai tempi dell’Antropocene? Queste sono le domande intorno a cui orbita Anthropocene Design Week.

IL CALENDARIO DELLA ANTHROPOCENE DESIGN WEEK

Durante la settimana esperti da tutto il mondo si confronteranno su cosa deve fare il progetto per affrontare gli scenari dell’Antropocene, non solo designer, architetti e paesaggisti, ma anche artisti, antropologi, musicisti in una serie di tavole rotonde in rete in cui sarà possibile intervenire liberamente”.

Tools For After nasce dall’operazione TINA AntropoceneDecadence. TINA è il nome di Tina Fontaine, una ragazzina canadese uccisa nel 2014 per ragioni etniche e può essere interpretato come l’acronimo di There Is No Alternative. Il progetto TINA lavora sull’immaginario dell’Antropocene, più di un centinaio di autori fra scrittori e illustratori hanno sviluppato una serie di scenari del passato e del futuro fino a realizzare il primo romanzo collettivo dell’Antropocene.

Chi ama scovare precedenti nel design, certamente può consultare il Whole Earth Catalog, l’operazione che mise in piedi nel 1968 Stewart Brand, autore della frase: “Stay hungry. Stay foolish” attribuita a Steve Jobs e contenuta nell’ultimo numero del Whole Earth Catalog. L’altro imprescindibile riferimento è l’esperienza dei Global Tools, il tentativo di mettersi insieme che fecero nel 1973 i protagonisti di quella straordinaria stagione del progetto che venne poi chiamata Architettura Radicale.

LEGGI ANCHE: ROBERTO SIRONI, TRA BROKEN NATURE E HUMAN CODE

Che c’entra la pandemia in corso con tutto questo? In realtà è solo uno degli effetti collaterali dell’iperoggetto Antropocene, “e ha il grande merito” secondo gli organizzatori “di aver reso chiaro a tutti che il mondo è cambiato irreversibilmente. Non è il primo, ma è quello che coinvolge fisicamente tutti in maniera inequivocabile e molto più diretta di concetti lontani come cambiamenti climatici, scioglimento dei ghiacci, inquinamento degli oceani. È la mattonata in faccia che prima o poi doveva arrivare. Il progetto Tools For After, nato prima della pandemia, vuole evitare la prossima mattonata, cerca soluzioni concrete, perché se è chiaro a tutti che in un periodo di emergenza sanitaria e c’è bisogno di medici, non a tutti è chiaro che c’è bisogno di progettisti per scongiurare l’emergenza, per costruire gli strumenti per prevenire, arginare, prevedere e ancor più affrontare gli scenari che l’Antropocene ci sta preparando. Fino a un mese fa parlare delle sfide che ci avrebbe posto l’Antropocene era una semplificazione apocalittica, oggi la pandemia che coinvolge tutto il pianeta e ha improvvisamente posizionato le trasformazioni dell’Antropocene nel passato, l’apocalisse è già passata, il punto di non ritorno è dietro di noi, c’è stato uno scarto nell’immaginario che ha reso immediatamente superati argomenti, discorsi, paure, necessità, pensieri su cui è fondata la nostra cultura e in particolare la cultura del design. L’adesso è fatto di domande nuove. Domande urgenti. Quali sono gli scenari possibili che dobbiamo aspettarci? Quali sono i temi da affrontare? Come sarà l’architettura e il design del dopo?”.